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Pietro Tartamella - un attimo di follia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 08:49

 

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UN ATTIMO DI FOLLIA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007





Le mie scarpe scricchiolano sul linoleum azzurro-verde lavato di fresco.
Giunti in fondo al corridoio l’infermiera ci indica una stanzetta sulla sinistra.
Un tavolo, quattro sedie, la finestra chiusa.
Oltre i vetri della finestra il palazzo degli Artigianelli dove insegno dizione e lettura ad alta voce a diciassette ragazze che frequentano il corso Engim per educatrici dell’infanzia.
“Indossi questa camicia con i lacci davanti.”
L’infermiera è una signora dal viso buono, una meridionale dalla voce accogliente. Non strascica i piedi sul pavimento come di solito fanno le infermiere in tutti gli ospedali ciabattando.
Non ho capito però se l’espressione “con i lacci davanti” era un attributo della camicia, se cioè intendeva dire “indossi questa camicia che ha i lacci davanti”, o se intendesse invece dire che dovevo indossarla facendo in modo che i lacci risultassero sul davanti. Non sono pratico di ospedali. So solo che negli ospedali mi viene sempre un gran sonno.
Mi sfilo il giaccone e il maglione.
Sopra la canottiera indosso il camice bianco con i lacci davanti.
Lascio il camice aperto, con i lacci pendenti.
Slaccio la cintura. Mi sfilo i pantaloni neri pesanti. Resto un secondo con le mutande semicoperte dal camice bianco. Velocemente in equilibrio ora su un piede, ora sull’altro, indosso i pantaloni morbidi del pigiama che mi ero portato.
Anna ripone giaccone maglione pantaloni nella borsa, pigiando la cartellina rossa che contiene un libro di haiku e una grammatica inglese. Anche il dentifricio, il pettine, le pastiglie per la pressione alta vengono pigiate. Per chiudere la cerniera Anna deve stringere il borsone forte tra le braccia e soffocarlo un poco.
Poi si siede, affannata, guardando la finestra. E un po’ guarda la finestra, un po’ sfoglia la rivista che ha comprato nell’edicola al pian terreno.
Osservo gli altri ospiti nella stanzetta. Due uomini attempati con l’occhio sinistro bendato. Entrambi hanno un ago infilato nella vena del braccio sinistro.
Quello più giovane è meridionale, basso di statura, ma di grossa stazza e con un gran pancione. Accento pugliese inconfondibile. La moglie è bassina e tutta pepe. Gli parla continuamente, lo accarezza, gli dà consigli, gli fa moine.
L’altro è magro. Dalle due parole che ha scambiato con la moglie risulta piemontese, della zona di Asti. La moglie è seduta composta, la schiena diritta, con le mani giunte che tengono la borsetta sulle ginocchia. Parlano poco.
Io e Anna parliamo ancora meno.
Entra un’altra infermiera più giovane. Dal flaconcino di plastica che tiene in mano mi spreme due gocce nell’occhio sinistro. Forse atropina. Mi infila un ago nel braccio sinistro iniettando un liquido. Chiedo che liquido è. Resta sorpresa della domanda. La risposta non la capisco. Esce ciabattando sul linoleum.
Nel braccio, tenuto da uno scotch adesivo, resta l’ago inoltrato nella vena.
Le due coppie nella stanzetta parlano dell’operazione.
Entrambi è la seconda volta che vengono qui all’Oftalmico. È la seconda operazione. No, non dura tanto, l’altra volta in una mezzoretta avevo finito.
Invece a me mi hanno tenuto un’ora, dice il piemontese magro. Fanno i cognomi di alcuni medici. Non intervengo nella conversazione.
Ogni tanto, guardandoli, sorrido per compiacenza.
Nel corridoio passano uomini e donne con bende sugli occhi.
Noto che la maggior parte delle bende sono sull’occhio sinistro.
Che ci sia una relazione tra occhio sinistro e distacco di retina?
Per quale motivo dovrebbe l’occhio sinistro essere il primo a subire un distacco di retina? No, c’erano anche occhi destri con la benda. Ma l’occhio sinistro, nei corridoi dell’Oftalmico di Torino sembrava, almeno quel giorno, più frequente. Mi sono messo a contarli come si fa con le pecore, compreso il mio.
La sonnolenza, con sbadigli frequenti, mi aveva preso del tutto.
Contando gli occhi sinistri bendati due ore di attesa erano trascorse.
“Tocca a lei, si prepari. Si tolga tutte le cose metalliche che ha addosso.”
Era la voce accogliente dell’infermiera meridionale.
Anna armeggia con le dita intorno al lobo del mio orecchio sinistro sfilandomi l’orecchino d’argento.
Le monete e il tagliaunghie lucente, quello nuovo, comprato qualche giorno prima in tabaccheria, erano già nelle tasche dei pantaloni stipati dentro la borsa.
Do un bacio ad Anna.
Spengo il telefonino.
Seguo l’infermiera nel corridoio sino all’ascensore.
Camminando barcollo, forse per l’atropina, forse per il liquido iniettato nella vena, forse per la sonnolenza.
Siamo soli nell’ascensore. Un gran silenzio. I nostri occhi si incrociano.
Un pizzico di imbarazzo. L’infermiera ha un viso dolce, il suo sguardo è tenero. Un trucco leggerissimo sulle ciglia. “Come si sente?” mi chiede. Bene.
Era una brava infermiera, dimostrava buon senso, praticità. Il tono della sua voce era giusto.
L’ascensore scende, scende, scende.
Con la benda sull’occhio e l’atropina ho perso un po’ il senso dell’orientamento.
Ho l’impressione che stiamo scendendo molto. L’impressione in verità è quella di scendere verso oscuri sotterranei, di andare verso l’inferno. Forse il liquido iniettato nella vena è una specie di sonnifero che intorpidisce e ti fa perdere il senso dell’orientamento. Mi gira la testa.
Al piccolo sobbalzo dell’ascensore, quando si ferma, devo allungare la mano verso la parete per sorreggermi. L’infermiera mi ha afferrato il braccio con la mano. Direi affettuosamente.
Si sente bene? È un’operazione veloce, non si preoccupi, andrà tutto bene.”
Rispondo che va tutto bene. Ma tossisco.
L’infermiera sente nella tosse il catarro delle sigarette.
Lei fuma?
Sì, fumavo due pacchetti di sigarette al giorno, almeno.
Le vengono spesso colpi di tosse così?
A volte mi venivano colpi di tosse così, anche più forti.
“Allora glielo dica al professore, può essere pericoloso se le viene un colpo di tosse mentre sta operando.”
Quando la porta dell’ascensore si apre realizzo che siamo davvero in un sotterraneo. Due altre infermiere mi attendono.
Si sdrai su questo lettino” mi dice l’infermiera che mi accompagna.
E poi sento che dice: “dal Valdese”.
Lasciandomi mi saluta con un “arrivederci”. Faccio in tempo a vedere i suoi occhi che si chiudono leggermente in una sorta di occhiolino di buon augurio.
La seguo con lo guardo mentre scompare dentro l’ascensore che la riporta ai piani. 
Le due infermiere giovani che mi aspettavano riesco a malapena a vederle.
Hanno un camice bianco con sopra una maglietta di lana blu. In testa una cuffia bianca. Mi danno una cuffia simile.
La indossi, e copra bene i capelli.
La indosso raccogliendo i lunghi capelli nel modo migliore sotto la cuffia.
Così, disteso sul lettino con una cuffia bianca in testa, mi coprono con un lenzuolo.
La mia preoccupazione maggiore, ora, è ricordarmi di dire al medico dei miei colpi di tosse. Dovevo informarlo, concordare con lui una modalità di comunicazione per avvertirlo in tempo dell’arrivo di un colpo di tosse. Se fosse sopraggiunto proprio nel momento in cui stava cucendo o tagliando… poteva essere pericoloso.
Sentivo che il cuore si era messo a battere più forte a causa di questa preoccupazione. Da più di tre ore non fumavo. Stando così a lungo senza fumare era facile che mi venisse un colpo di tosse. A volte mi venivano davvero forti, così convulsivi da far lacrimare gli occhi per la pressione. Dovevo dirlo al dottore, era importante. Magari alzavo il braccio, o aprivo il pugno per fargli segno che da lì a poco avrei tossito.
E se lui non guardava il braccio? Se non vedeva la mia mano che si apriva?
L’infermiera, avendomi annunciato come paziente che proveniva dall’Ospedale Valdese, mi induceva a pensare che i pazienti del Valdese era come se avessero una “contabilità” a parte. In un qualche libro avrebbero scritto “proveniente dall’Ospedale Valdese”. Non trovavo un’altra spiegazione alla necessità di fornire quell’informazione. Il dubbio era: se un paziente veniva dall’Ospedale Valdese aveva un trattamento uguale agli altri? Migliore? Peggiore?
Ora riesco a vedere solo il soffitto.
Il soffitto, come uno schermo di cinematografo, mi restituisce il viso dell’infermiera che sta spingendo il lettino verso la sala operatoria: un primo piano della sua bocca semovente tutta presa dalla furibonda masticazione di un cicles. E’ dinamicissima, spinge con disinvoltura e velocemente il lettino, come se fosse un carrello della spesa, chiacchiera, fa battute spiritose, ride ai colleghi, impreca, spettegola, mastica il cicles a ripetizione.
Medici e infermieri forse erano consapevoli che i pazienti, quando prendevano l’ascensore che li portava in quelle sale operatorie, avevano la sensazione di scendere agli inferi.
Forse si erano messi nei loro panni e avevano elaborato una strategia di “comunicazione” per togliere il timore e l’affanno a chi veniva lì a operarsi.
Un’ostentata disinvoltura allora, per mettere a proprio agio i pazienti? L’intento era lodevole, ma forse un po’ troppo ostentato, appunto. Risultava artificioso.
Mi passano davanti agli occhi gli stipiti di due porte, i grossi tubi argentati del riscaldamento che corrono lungo il soffitto, i pannelli del soffitto grandi e quadrati come mattonelle che sembrano un pavimento capovolto, la lampada scialitica.
Mi passa davanti il ricordo di quella mattina quando, scendendo dal letto, mi scopro completamente cieco dall’occhio sinistro. Dalla sera alla mattina, così, improvvisamente, cieco da un occhio! C’erano state delle avvisaglie, ora lo so. Quei flash di luce improvvisa come dei lampi che avevo avuto per diversi giorni. Ricordo la sera di Serrafalò 7 settembre 2007 nel giardino di Bruno e Wilma Burdizzo, a Serravalle, intorno al fuoco. Eravamo riuniti come ogni anno a leggere storie. Era la notte dei falò nelle Langhe, la notte in cui un tempo ogni contadino accendeva un falò nel cortile e le colline e i campi erano tutto un brulicare di fuochi accesi per festeggiare la natività della Madonna. Una tradizione ormai perduta. Quella sera raccontavo agli amici la mia nuova condizione di cieco.
Sento la voce del dottore:
Buon giorno Signor Tartamella, sono il professor Gordiano, ora facciamo una flebo per addormentarla un po’ e poi un paio di punturine per l’anestesia locale. Stia tranquillo.
Era una voce giovane, non più di quarantanni, forse meno.
L’infermiera infila la flebo nell’ago che ai piani superiori già avevano predisposto nel braccio. Resto così una ventina di minuti con la flebo nel braccio sinistro guardando ogni tanto la boccettina sopra di me con il liquido che fa le bollicine e il filo bianco che scende sino al braccio abbandonato.
Venti minuti? Non ne sono sicuro, il tempo comincia a trascorrere deformato.
La sonnolenza aumenta, mi viene voglia di addormentarmi.
“Le metto un lenzuolo sulla faccia, Signor Tartamella” dice l’infermiera con il cicles in bocca.
Disteso sul letto vedo la sua bocca masticare.
Poi il lenzuolo mi copre la faccia.
Ha un buco il lenzuolo, in corrispondenza dell’occhio sinistro.
Dunque sono tutto coperto da un lenzuolo. Resta visibile solo l’occhio sinistro, forse per facilitare la concentrazione del chirurgo sulla porzione di corpo che deve operare.
Il fatto che mi chiamavano per nome faceva parte della strategia della comunicazione. Volevano farmi sentire in famiglia. Anche quei diminutivi-vezzeggiativi: “punturina”, “addormentarla un po’” avevano lo stesso scopo, oltre a quello di sdrammatizzare. Non so quanto efficaci e pertinenti, però.
Ecco che quasi dimenticavo di avvertire il chirurgo sui miei colpi di tosse.
Nessun problema, se dovesse capitare me lo dica, ha fatto bene a dirmelo. Quando cominceremo a operare deve cercare di rimanere immobile il più possibile.
Il giovane chirurgo ora dava disposizioni alle infermiere di preparare gli strumenti. Avevo chiuso gli occhi. Sentivo le loro voci.
Il chirurgo diceva un pettegolezzo su un’infermiera.
L’infermiera col cicles aumentava la dose di pettegolezzo.
Ora parlano del mare, del giro in barca che il chirurgo ha fatto in estate con alcuni amici.
Improvvisamente accendono la radio.
Una musica tra il classico e la new age si diffonde nella sala operatoria.
Il volume è abbastanza alto.
Dire che una musica è tra il classico e la new age forse è una bestialità, ma è rilassante.
Signor Tartamella ora facciamo due punturine vicino all’occhio.”
Sento le mani dell’anestesista sull’occhio, poi la piccola puntura di un ago.
E poi altre tre punturine, o quattro, non ricordo bene. L’anestesista risponde a una domanda dell’infermiera mentre inietta il liquido vicino all’occhio.
Mi sembra di essere in una cucina, in un salotto, non in una sala operatoria.
Forse era questo che volevano: far sentire il paziente a casa, in famiglia. Era la loro strategia per tranquillizzare. Parlano tutti del più e del meno.
Ascolto le loro risate, i commenti, i racconti.
Mi dico, però, che se fossi stato un chirurgo avrei adottato una strategia diversa, tutto qui. Quella mi sembrava eccessiva, esagerata, troppo ostentata, tanto che risultava non credibile, e il calore che volevano trasmettere si trasformava in diffidenza.
Tenendo gli occhi chiusi riprovavo l’esperienza di quando ero rimasto bendato per quaranta giorni per la liberazione di Marco Fiora. Di quando, bendato, andavo alle riunioni del sindacato giornalai e dei commercianti. Di quando, con gli occhi bendati per la liberazione del piccolo Marco Fiora, il Fisco mi sequestrava i mobili dell’edicola. Ricordo ancora, nitide, le voci dell’usciere, dei due operai che erano venuti col camion, la voce di Anna, le voci degli amici che mi assistevano quel giorno.
Nella sala operatoria mi ritrovavo di nuovo a riascoltare le voci, solo le voci.
Provenivano da diversi punti della sala.
Erano voci nude, senza volto, solo voci che si raccontavano da sole.
La voce femminile di un’altra infermiera mi sembrava più credibile, più responsabile. La voce della ragazza col cicles la percepivo superficiale, esageratamente disinvolta per una sala operatoria.
Allora Signor Tartamella, cominciamo. Se le viene da tossire non esiti a dirmelo, mi raccomando.”
Sento le mani del dottor Gordiano sulla fronte, sull’occhio, sullo zigomo. L’anestesia ha raggiunto il suo effetto. Non sento proprio il tatto delle mani del chirurgo, ma “qualcosa” che mi tocca e sento il mio profilo sinistro duro duro come un pezzo di legno.
Il bisturi, quello piccolo” dice il chirurgo all’infermiera col cicles.
Questo? o questo qui?” replica il cicles.
Quello lì” dice Gordiano.
Sento la sua voce girata. Evidentemente si è voltato in direzione del cicles per indicarle con lo sguardo quale bisturi doveva passargli.
Sento che il chirurgo ha appena raccolto il bisturi nella sua mano.
Si accinge a fare l’incisione.
È in quel momento che il capezzale del lettino su cui ero sdraiato precipita in basso di colpo.
La frazione di secondo che segue è piena di silenzio e stupore.
Immagino le loro espressioni sul viso. Gordiano resta stupito ed esclama “Ehi!”
C’era un rimprovero trattenuto nella sua voce. Io ero presente, e ascoltavo, non poteva imprecare di più.
Ehi, ragazzi, dovete fare attenzione!” dico io severamente con la voce coperta dal lenzuolo.
Il cicles non aveva stretto bene la manopola sotto il capezzale; e il capezzale era crollato di colpo.
Se il chirurgo avesse avuto il bisturi sull’occhio, o avesse avuto in mano il filo nell’atto di cucire un punto, la testa andando appresso al capezzale che crollava si sarebbe tirata dietro bisturi e filo con danno irreparabile.
L’esclamazione a filo di voce dell’infermiera disattenta denunciava la sua mortificazione. Era stata troppo disinvolta, troppo allegra, troppo spensierata, troppe battute e troppe chiacchiere. Un errore banale, assurdo, un momento uscito dalla routine, un attimo di follia. Sì, un attimo di follia! Non dell’infermiera, non del capezzale che era crollato, non del chirurgo Gordiano, non dell’Oftalmico di Torino, non dell’Ospedale Valdese, non mio che potevo tossire: ma un attimo di follia dell’infermiera, un attimo di follia di quel cicles, del capezzale che era crollato, del chirurgo Gordiano e del suo viaggio in barca, dell’Oftalmico di Torino le cui finestre guardavano il palazzo degli Artigianelli, un attimo di follia mio che avrei potuto tossire, follia di Anna che mi aspettava, follia delle scarpe che scricchiolavano sul linoleum, follia dell’anestesista, follia della musica new age che usciva dalla radio, follia di uno squarcio di tempo, un attimo improvviso di squarcio di follia, follia di un peccato.
Mi sentivo ridicolo, sconcertato, così, coperto da un lenzuolo, con il chirurgo pronto a operare, con la testa orizzontale sul capezzale crollato.
Sento il cicles risollevare il capezzale e stringere ben forte la manopola, quasi a sottolineare che doveva ricordarsi di farlo sempre, d’ora in poi.
E io che ero tanto preoccupato dei miei colpi di tosse! Se avessi avuto una tosse convulsiva mentre Gordiano cuciva, avrei potuto dare uno scossone da strappare la retina che stava per essere cucita o uno strattone al bisturi che poteva affondare nell’occhio.
E invece… veniva giù di botto il capezzale del lettino!
La musica mi sembra sia aumentata di volume.
La frazione di secondo in cui il silenzio era la fotografia dello stupore di tutti, è ormai passata. Tutti hanno ripreso a parlare, ma in modo più contenuto. Ora li sento concentrati.
Con il dottor Gordiano c’è un altro dottore giovane, probabilmente appena laureato. Ogni passaggio dell’operazione glielo mostra e commenta, affinché possa apprendere meglio.
Tutto bene Signor Tartamella, può andare. Mi raccomando, non faccia sforzi, se ne stia tranquillo per qualche giorno.
Avrei voluto chiedergli cosa intendeva per “non fare sforzi”. Potevo guidare l’auto? Potevo lavorare al computer? Potevo guardare la televisione? Potevo leggere? Non è dato sapere cosa intendeva il chirurgo per “non fare sforzi”.
“Mi ha operato il dottor… ?”
Sono il Dottor Gordiano, glielo avevo già detto il mio nome.”
Non ricordavo che mi avesse già detto il suo nome.
“Può descrivermi che tipo di intervento mi ha fatto?”
Mi spiega con calma, forse anche con precisione. Probabilmente ha detto anche il nome dell’operazione, ma non lo ricordo più. Ricordo che ha tagliato, cucito, messo un anello di silicone e che, cosa che ricordo più di tutte, il capezzale era crollato all’improvviso.
Anna mi aspettava un po’ preoccupata.
Ero rimasto più di due ore in sala operatoria.
A sentire i due uomini attempati che erano con me nella stanzetta d’attesa me la sarei dovuta cavare in una quarantina di minuti.
L’infermiera di prima, quella gentile e affettuosa, mi accompagna nella stanza dove avrei trascorso la notte.
Ci sono due giovani nella stessa stanza.
Il mio letto è quello centrale.
Anna può andare via, ora.
L’indomani mattina sarebbe venuta mia figlia Ajdi a prendermi alle otto.
Riaccendo il telefonino. Ma al momento di digitare il pin... non me lo ricordo: fuggito via completamente dalla mente! Faccio due tentativi. Sbagliati.
Ci riproverò domani mattina, dopo aver riposato, può darsi che mi venga in mente… Ma nemmeno il giorno dopo mi è tornato in mente. E ancora oggi non lo ricordo più. Ho dovuto cambiare il codice pin del mio telefonino.

In attesa che venga il mattino mi alzo dal letto, un po’ intontito e dolorante. L’effetto dell’anestesia sta svanendo. Sento dolore alla testa. Resto seduto sul letto aspettando che passi il giramento di testa. Sento le orbite fuori dagli occhi.
A piccoli passi, barcollando, appoggiando le mani sul bordo del letto e sulle pareti, mi incammino verso la terrazza a fumare una sigaretta. Anzi due. Non so se si può uscire sulla terrazza a fumare. Ma c’era un signore prima di me, con la sigaretta… L’aria è fresca qui sulla terrazza. Si sta bene. Dinanzi a me, oltre la terrazza, al di là della strada, le finestre del palazzo degli Artigianelli dove insegno, a diciassette ragazze che frequentano il corso Engim per educatrici dell’infanzia, come leggere storie ai bambini piccoli piccoli.
Il vecchio pin del mio telefonino non l’ho mai più ricordato.
Due mesi dopo, andando a un’altra visita di controllo all’Ospedale Valdese, mi confermano che l’operazione è andata bene, ma che ci vuole il suo tempo prima che tutto ritorni normale.
Alla prima visita di controllo ci volevano un paio di mesi perché tutto ritornasse normale. Ora erano diventati sei mesi. Mi pareva di capire che alla prossima visita sarebbero diventati dodici.
Dopo quella visita ero andato a fare lezione nella classe 4B della scuola elementare Convitto Nazionale Umberto I dove insegno lettura ad alta voce.
Con la classe 4B e l’insegnante Enza stavamo preparando uno spettacolo teatrale. Beh, rimasi sorpreso e smarrito quando i bambini mi dissero:
“Pietro, ma non usi più l’orecchino?”.
Istintivamente mi toccai il lobo dell’orecchio per sentire tra le dita il circoletto metallico dell’orecchino. Non c’era più!
Esclamai dispiaciuto: “Accidenti, l’ho perso!”
Solo dopo alcune ore ricordai che Anna me lo aveva tolto all’ospedale, prima dell’operazione.
Per tutto quel tempo avevo dimenticato che portavo un orecchino!
Chissà dov’è finito?
Chiederò ad Anna, forse lei se lo ricorda dove lo ha messo.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:20 )
 

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