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Florian Lasne - l'hymne a Paris / l'inno a Parigi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 08:18

 

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L’HYMNE A PARIS / L’INNO A PARIGI

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007




Tratto da libera mente.
E io camminavo lungo le strade buie di una città così nominata e da molti ammirata, la bella, la sola, Parigi la splendida. Marciapiede zeppo di corpus umanus, librus anticus, gadget anti-brousse.

Sous le pont Mirabeau coule la Seine. (Apollinaire)

Les sanglots longs des violons de l’automne
Blessent mon coeur d’une langueur monotone. (Verlaine)

Paris littéraire, Paris légendaire, Paris amoureuse, Paris merveilleuse. Comment ne pas t’aimer? Paris, mi parli. A volte anche mi scrivi:

paroles d’absence...
absence de mots... 

Loin de toi
Tu me manques
Loin de toi
Je suis démente

Mes murmure inutiles
Trahissent mon idylle

A quoi bon? Tu n’entends
Loin de moi, à présent.

Nascosto perso in mezzo alla folla ti osservo Paris. Ciascuno dei tuoi volti mi parla e spesso nella stessa lingua, quella del vuoto, quella del troppo pieno, quella del poco umano. Quella che non so o mi rifiuto di sapere, quella che mi fa fuggire, che fa paura.
Quanto ti amo, ho perso il conto. Allora cammino su di te inesorabilmente, instancabilmente. Cerco un bar perso per un caffè, ne incrocio mille, ma non mi fermo. Cammino ancora e ancora, alla ricerca di te, di me, di un caffè, un bar accogliente, il peggio possibile. Sporco, assente, vetusto, quasi deserto, ma con qualche anima inesistente a se stessa, appoggiata al bancone. Mangio le tue strade senza essermi lavato i piedi, mi fermo. Forse… no, troppo caro il caffè, troppo pieno il troquet, troppo poco il rumore. Cammino. Finché trovo la brasserie giusta, adatta, mi siedo, ti parlo con l’inchiostro per alcuni quarti d’ora vedendo passare i tuoi visi delusi che dimenticano la vita davanti a un picon bierre e giocano i pochi soldi rimanenti azzardatamente. E piange la mia penna.
Riparto, e cammino, e ti osservo dappertutto con tutte le tue facce, di pietra di legno di ferro di chiasso di profumo di carne. Poi scendo in te per incontrarti nelle tue parti meccaniche. E cammino, metroizzo, escalatorizzo, cammino. A volte t’incontro in sangue, ma sempre in mezzo al borderline, alla follia. Mi parli con una lingua vera questa volta, sensibile ma persa, stanca, abbandonata, valangata e inascoltante. Io ti ascolto, un po’ per umanità, ma anche per voglia o tristezza o rimpianto di una vita più dura, reale, essenziale. Mi racconti il labirinto del tuo cervello, la profondità della tua bottiglia, la mancanza di carità, esplodi il disagio della tua diversità, una sigaretta, una moneta, i tuoi quattro figli con marito morto, tu legata a un tavolo dai tuoi genitori per portarti in manicomio, hai fame, freddo, nessun letto, la tua droga, il tuo amore perso, il cinema con me perché no, il sesso con me? No. Perché? Non mi piace, mi fai paura, sei brutto pazzo, uomo! Ti ascolto, senza piacere ma insieme un cicino contento, fiero, presuntuoso forse. Voglio che tu te ne vada perché devo pensare, devo andare-lavorare-studiare, scappare veloce, veloce sempre, ma di più, perché qua, sotto terra non mi sento bene, nessuno. Ci detestiamo sotto terra. Dimentichiamo per un tempo determinato l’esistenza della parola umano. Ma poi, dopo, ci amiamo. Io ti amo, ti penso e piango per tutti quelli che sei. E poi piango quando vedo una tua faccia in televisione. E per estensione piango quando sento la tua disperazione o sofferenza, dappertutto. Piango e piango. Ma posso? E’ tanto quello che devo piangere. Le mie lacrime nascoste han paura di farci annegare. Allora, le tengo per me, m’immobilizzo. Trattengo il mio movimento, lo chiudo dentro per paura di esplodere. E lascio libera la mente e la devastazione che può causare. Divago liberamente, sogno vivente, occhi aperti, immagino il mondo, il tuo mondo, la tua gente.
Tu, Paris, mi hai fatto questo regalo, non so quanto buono, ma regalo comunque. Regalo del dialogo interno con me, incessante, ostinato, perverso, instancabile e silenzioso. Lo porto ovunque e non lo fermo mai, non si ferma, lui, mai. E dormo non dormo, penso in due, tre quattro mille. Aspetto, prima di fare qualsiasi cosa perché, ci dobbiamo mettere d’accordo. Mi porto uno zaino interno colmo di frasi, lettere, canzoni e fantasie. Zaino auto parlante che mi fa anche ridere a volte, ma spesso, si riempie di pietre “per non essere rubato” perché troppo pesante. Quindi mi ritrovo a camminare i miei chili in più e a discutere insieme sul liberarsi della zavorra. Cosa abbandonare, una roba sua o mia?
Ma ci succede anche di essere in osmosi, e allora, sogniamo insieme, ripensiamo a te, Paris. Ai tuoi locali rimuginante di un tempo passato dove ci si ama, balla, canta e scrive poesia. Il cuore del popolo, nel cuore vivo della Francia. Il vecchio popolo sognatore fatto da prostitute, barboni e fantasisti, poeti, amanti, artisti e romanticismo. Questi luoghi dove canti per un pasto caldo, suoni per una birra fresca. E poi ti andiamo incontro e cantiamo nelle tue strade, saltiamo euforici le scale du Sacré Coeur, prendiamo cioccolata calda e croissant a Montmartre. E sempre correndo, risaliamo le strade e andiamo a ballare in Africa a Clichy, poi camminiamo e ci riposiamo tra i cuscini di fumo di narghilè ascoltando una musica arabizzante intorno a un tè alla menta di Barbès. E se la notte non è finita ci addormentiamo davanti a un bolliwood molto kitsch con qualche bidies che ci trasportano in India e altrove ancora. Tutto il mondo si trova in te e per questo sei magnifica Paris, ma tutto il mondo è troppo per te, scoppiano le tue cuciture, scricchiolano le tue frontiere, bruciano le tue periferie, piangono le tue mille facce e soffrono per essere da te contenute. Paris aiutati, non attrarre più se sai che più non puoi nutrire. Non perderti come ti ho perso io. E ogni tanto ascoltami ancora, non dimenticare, non abbandonare la tua gente. Amala e proteggila. Arrivederci Paris.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:21 )
 

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