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Enzo Pesante - sogno di mezzo fiasco PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 08:10

 

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SOGNO DI MEZZO FIASCO

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007




Sogno e bevo. Bevo e sogno, e non ricordo più nulla. È come morire: “Morire, dormire, forse sognare…”. Ignorare è meglio. Meglio non sapere cosa è successo. L’incoscienza è il paradiso perduto. È il “prima” che ti frega, non l’“ora”. L’ora è un punto. Non ha storia, né dolore. Sta qui e basta. È un “eccomi”, un “non so e non voglio sapere”.
Sarà per questo che preferisco quelli che passano senza chiedere nulla, senza nemmeno guardare. Gli altri, quando gettano la moneta, hanno nello sguardo pietoso quella domanda del cazzo. Dura un attimo e io, occhi negli occhi, corrugando la fronte, me la godo: “Sono affari miei, tu pensa alla corna tue”.
Tutto in una frazione di secondo. Poi battono in ritirata, mezzi incazzati perché non ho leccato la mano della carità, mezzi felici per il bel gesto fatto all’ingrato: per il regno dei cieli vale doppio!
E a me rimane quel punto interrogativo che vaga nell’aria molesto: “Come è possibile ridursi così?”; quel “Cosa è successo?” che si infila tra i cartoni e la coperta, e mi punge, testardo il bastardo.
“Testardo il bastardo”, mi piacciono le rime, Da sempre. Almeno questo mi è rimasto del bel tempo che fu: la rima, il verde prato, la casetta e, tra i fiori, tu…
Mamma, son tanto felice perché ritorno da te. La mia canzone ti dice ch'è il più bel sogno per me!
Sogno e bevo, bevo e sogno e… mi viene da cantare. E il mio pubblico si ferma, incuriosito. Ho una bella voce, modestamente! Allora do fondo al mio repertorio, anni Ottanta, e al mio cavallo di battaglia: “Alla fiera dell’est”, sei minuti! Se ho bevuto molto mi si allargano i polmoni e riesco a farlo quasi tutto con un fiato solo:
Alla fiera dell’est, per due soldi un topolino mio padre comprò. E venne il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Alla fiera dell’est…
Alla fine il pubblico mi guarda contento, i bambini di più, con il soldino che il papà gli ha dato per allenarli all’amore dello sfortunato prossimo. E io li guardo avvicinarsi, così teneri, e quando mollano il dinero mi avvicino al loro visetto e… gli alito in faccia! Scimmie ammaestrate, Da me. Piccini, tornano indietro troppo stupiti per avere una qualsiasi reazione. Neanche loro sanno cosa gli è successo…
lì all’ombra del cipresso
nell’incavo acquattato
il sembiante loro si è mostrato
rubicondo il viso, terreo l’occhio
più bugiardo di pinocchio
che fa rima con…

pidocchio. Eccolo qui e deve essere bello grosso per mordermi così. È una consolazione avere compagnia! Anche io sono generoso. Lo nutro col mio sangue. Lui, da vero barbone, mi succhia e non ringrazia. E io? Mezzo incazzato perché non si fa così con chi ti permette di sopravvivere e mezzo felice perché donare vuol dire offrire non chiedere, dare non baciare, lettera non testamento…
Dev’essere l’effetto dell’alcol. Prima mi viene la vena poetica; dopo un po’ mi viene da cagare. Chissà se c’è un nesso tra le due evacuazioni. Che peraltro avvengono nell’ordine enunciato, mai al contrario. Chissà perché? Stasera, quando mi sarà passata la sbornia, ci voglio riflettere. Sono un barbone filosofo io, oltre che poeta e chansonnier!
Per ora mi godo questo fiasco di Tabernetto. È il mio vino preferito: una vera merda! Al posto dell’uva devono aver usato i pneumatici dei camion. Sarà per questo che mi fa viaggiare…
Sì viaggiare, evitando le buche più dure, na na na, dolcemente viaggiare, rallentando per poi accelerare, na na na, dolcemente viaggiare...”: è un bis per il mio pubblico. Lo faccio soprattutto per i bambini. Lasciate che i bambini vengano a me. E al mio alito… In vino veritas!
Finché dura il vino sogno e non mi domando nulla! Domandare implica rispondere: una bella responsabilità! Vuol dire scegliere una sola strada tra le innumerevoli possibili e poi arrovellarsi all’infinito per la cazzata fatta, per il percorso ormai compiuto cui non puoi sottrarti più, per il groviglio di casini, persone, aspettative, cose, affari, amori, giudizi, sentimenti… che ti ha avviluppato passo dopo passo fino a congelarti nel monumento a te stesso che sei diventato. Rispondere significa rinunciare alla libertà.
Evviva il comunismo e la libertà, la libertà…”: repertorio politico, adatto a un pubblico più adulto!
Per questo io non rispondo mai, o meglio, rispondo sempre nello stesso modo.
D: “Hai freddo?”
R: “Vaffanculo”
D: “Hai fame?”
R: “Vaffanculo”
D: “Vuoi qualcosa?”
R: “Vaffanculo”
E per quelli che danno del lei:
D: “Ha freddo?”
R: “Vada affanculo”
D: “Ha fame?”
R: “Vada affanculo”
D: “Vuole qualcosa?”
R: “Vada affanculo”
Anche io do del lei. Sono una persona educata, io!
Educata e romantica. Sarà per questo che faccio colpo sulle donne sole e bisognose di dare affetto. Le riconosco subito dal passo angelicato:
“La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole,
oberata dall’ingente sua massiccia mole,
onde siccome suole, ornare ella s’appresta,
Buffon, Cannavaro, Materazzi e Nesta”

Poeta e cronista sportivo insieme. Modestamente! Appena finisco di scolare quel che è rimasto di questo sangue di Cristo mi metto a scrivere un articolo per la “Gazzetta dello Sport”, a favore del doping, soprattutto di quello da alcol: il sale della vita!
Vita! Èvita! È vìta! È viltà! Vìta! Vìnta. E inevitabile: in “è vita” bile! Bile è questa vinta vita che va e-vitata, scoraggiata, anche scorreggiata: via dalle viscere, aria calda fuori da me!
Perciò sopravvivo e malgrado tutto obbedisco al supremo volere:
“Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare".
E io non dimando:
“Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si' stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!”






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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:22 )
 

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