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Claudia Avitabile Macciò - a Bibin-a PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 08:00

 

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A BIBIN-A

di Claudia Avitabile Macciò
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007





Nella grande casa di Cornigliano vivevano tutte insieme: a Caten, la mamma, a Nin-a, a Gioxe e a Pasqua , le figlie, ognuna nella sua stanza e tutte a condividere la stessa grande cucina dove troneggiava l’imponente lavandino di marmo, sovrastato dalle mensole scolapiatti, arginate da filoncini e ringhierine di ottone che a Nin-a teneva sempre ben lucide. Sotto il lavandino un telaio e una rete metallica creavano lo spazio dove tenere due o tre galline: servivano insieme da pattumiera per gli avanzi di cucina e da produttrici di uova fresche per i figli piccoli.
Le sorelle avevano fisico e carattere molto diversi: a Nin-a, la maggiore, era piccola ed esile con lineamenti finissimi che tramandavano le origini non plebee della mamma; a Gioxe era piuttosto tozza, con un naso volitivo e un sorriso diplomatico e sapeva, come si suol dire, pelar l’oca senza farla gridare; a Pasqua, la minore, nata già orfana di padre, con il viso deformato da una grave malattia, aveva in compenso un fisico armonioso, una carnagione rosea d’alabastro, un seno garbatamente sfacciato, era forte, dura, tenace, sempre pronta a difendere i suoi interessi e magari anche a fregare il prossimo, tanto per mettersi in pari con quanto la vita non le aveva concesso.
La famiglia non era misera, ma certo povera. I mariti non erano personalità forti o in grado di galvanizzare rispetto portando delle buone quindicine e tutti i problemi se li sbrogliavano le donne.
Per avere un bel tacchino, anzi una bella bibin-a per Natale avevano trovato una soluzione piacevole e conveniente: il venticinque novembre, festa di santa Caterina, onomastico della mamma, partivano tutte in treno per andare alla fiera di Novi, mangiavano quanto si erano portate da casa avvolto nel mandillu da gruppu , giravano tra i banchetti  piluccando croccante, mandorle grillate, amaretti e pezzi di torrone, sceglievano qualche resta de nissoe  da portare ai bambini e poi a Gioxe, a fucca , e a Pasqua, l’asperta , da sole si mettevano alla ricerca di una bella bibinetta, giovane, ma in carne, da mettere all’ingrasso sotto il lavandino.
Chiedevano prezzi e peso a tutti i banchi, contrattavano col venditore prescelto fino allo spasmo, toccando tutte le corde dalla lusinga al patetico e alla fine si riunivano al gruppo ostentando la povera bestia, legata per le zampe a testa in giù.
Questo rituale andò avanti per anni mentre l’assetto della famiglia cambiava: qualche marito se ne andò, la nonna Caten raggiunse al cimitero di Coronata il suo Mennegu  e i suoi vecchi, l’unica nipote femmina fu mandata in collegio, i nipoti maschi partirono uno alla volta per fare il militare e il più giovane di loro, u Riccu , quello del ‘13, tra un impegno bellico e uno coloniale, se ne fece dose tripla. La casa fu abbattuta per far posto a un ponte della ferrovia e tutta la famiglia superstite, cane compreso, si trasferì in un altro grande appartamento senza smembrarsi: ricostruì con i poveri mobili gli ambienti familiari, riallestì la cucina, adattò il telaio al nuovo lavandino e riprese il suo piccolo allevamento di sopravvivenza.
Anche al di fuori della famiglia le cose cambiarono e di molto: passò la grande guerra, la crisi economica, l’avvento del fascismo e infine arrivarono L’ora fatale, i bombardamenti, le tessere annonarie, le brigate nere…: tutto stravolto, solo immutabile, anche se ora più complesso, il rito dell’acquisto e dell’ingrasso della bibin-a.

Un anno a Gioxe era a letto con la bronchite, a Pasqua doveva assistere la figlia malata di tifo e così partì a Nin-a, la più buona, la più semplice, la più innocente delle creature, sistematicamente sfruttata e ingannata dalle sorelle, non solo assolutamente incapace di gabbare il genere umano, ma del tutto predisposta a essere gabbata lei.
Le sorelle la catechizzarono con un corso intensivo:
- Mighe ben e sampe, che nu seggian troppu nette, che vo di che nu l’an alleva de foa.  - pontificava a Gioxe.
- Ma mancu troppu grosse e due, che vo di che a bestia a l’è vegia.  – incalzava a Pasqua - E quande te dixian u prexiu, lamentite e tiilu zu fin a meite, che nu ghe n’emmu palanche da caccia via!  
E questa fu la chiosa che più si impresse nella testa della Nin-a.

Partì nel vento di Sampierdarena e arrivò nella nebbia di Novi, girò fra i banchetti, ma non riuscì a godere di quelle semplici gioie, preoccupata com’era di fare un acquisto che soddisfacesse le sorelle; fu anche molto delusa aprendo il gruppo: c’era solo un pezzo di pane e anche secco, mentre si ricordava bene che quando andavano tutte insieme all’ora di pranzo uscivano fuori salame, formaggio, uova sode… pazienza! a lei bastava poco e riuscì anche ad avanzarne un tozzo forse per merenda, forse per cena, forse per quella povera bestia che avrebbe accompagnato verso un triste destino.
Benché si fosse affrettata per partire presto, arrivò alla stazione di Sampierdarena quando ormai il buio era fondo e subito notò due brigate nere sul marciapiede. Fortunatamente aveva con sé una cesta, vi schiacciò dentro l’imponente acquisto, coprì tutto col mandillo da gruppo, mentre attorcigliò quello da naso a mo’ di ciambella e uscì disinvolta con cavagna  e bibin-a sulla testa. I militi non la puntarono, semplicemente seguirono il gruppo appena sceso dal treno: sapevano benissimo che quasi tutti portavano farina o pane o burro o formaggio per sfamare la famiglia o per una spicciola borsa nera tra i conoscenti, ma forse non immaginavano che qualcuno osasse addirittura portare un tacchino.
Grazie alla sua figurina esile, alla cappa nera e al passo spedito a Nin-a, non notata prese subito la testa del gruppo, nonostante quel macigno sulla testa, quando, sul più bello la bibin-a pensò bene di spalancare completamente le ali, che si spiegarono imponenti fuori dal mandillo, statuaria come l’aquila littoria, con un effetto deltaplano nella tagliente tramontana, che quasi fece decollare la povera donnina. A Nin-a fece ricorso a tutte le sue forze, accelerò ancora il passo e prese con sicurezza la via della Crociera.
Era tronfia: per pochi soldi aveva preso una bella bestia, grande come mai le sorelle avevano comperato, era fuggita al controllo e al quasi inevitabile sequestro: questa volta l’avrebbero lodata.
Arrivò a casa tutta concitata e la porta le si spalancò davanti senza che avesse bussato, perché le sorelle già da un po’ l’aspettavano affacciate alla finestra. Mentre lei raccontava le sue disavventure e trangugiava la sua delusione per non aver trovato, non dico un piatto di minestra fumante, ma nemmeno un caffè riscaldato, la fucca e l’asperta si erano fiondate sulla cesta.
- Ma cosa t’è cattou Nin-a?
- A mi me pa in bibin e anche bellu vegiu!
- U l’avia armenu dui anni.
- E u dev’ ese duu cumme pria.
- Mi nu u mangiu!  – concluse a Pasqua, che tra le tante virtù era anche molto schizzinosa - e ti ti me de indere e me palanche!
- Anche mi nu te pagu, se t’e nesscia, sta bestia paghitela ti! - intimò a Gioxe che certo non si lasciò sfuggire il suggerimento della sorella.
    La povera Nin-a chinò il capo, neanche stavolta ce l’aveva fatta… poi un lampo… un guizzo… un’idea che l’avrebbe salvata:
- Femmu in munte! Se femmu da na palanca dai vexin, ghe femmu marca in nummeru e u vinse a bibin-a quellu cu l’ha u primmu sciurtiu in scia roa de Zena u giurnu de Natale.
- T’e matta? mi sta bestia in ca me nu a vogiu. Mescite e demmula cu semenaiu de stu sabbu chi.  – intimò a Gioxe, che scavalcata da sempre la sorella, aveva avocato a sé il ruolo di matriarca capo famiglia.
    Il venerdì sera successivo a Nin-a portò alle sorelle il denaro raccolto; le erano rimasti due o tre numeri invenduti, ma, poco male, avevano comunque più soldi di quelli spesi e avrebbero potuto prendersi una bella bibinetta da ingrasso appena l’aquila littoria avesse lasciato libero il sottolavandino.
    Erano tempi in cui “la parola è una” come diceva Govi, e certo le sorelle, che stavano fregando i vicini sulla qualità del premio, non volevano certo ritardarne la consegna! Mandarono a Nin-a, lista alla mano, davanti alla ricevitoria del lotto, pronta a consegnare a bibin-a al fortunato vincitore appena il gestore avesse affisso fuori la lavagnetta con i numeri estratti.
    Ormai era questione di minuti: avrebbero nuovamente legato l’infelice bestiona, avrebbero pulito bene il pollaio di fortuna e nel pomeriggio sarebbero andate in Soziglia o alla Maddalena con i loro soldi in seno a cercare un’altra bibin-a degna di loro: grossa, ma non vecchia, tenera, ma ruspante.
    La scampanellata da Nin-a sembrava festosa, ma il suo volto non lasciò dubbi; pallida, con le labbra esangui, gli occhi strabuzzati, il respiro affannoso annunciò:
    - Ti saisci cose l’è successu….. emmu vintu a bibin-a!
    - Cumme? emmu fetu in munte pe levasela… - chiese a Gioxe stupita  alla Nin-a che ripeteva:
    - Cose dia a gente… emmu fetu in munte, emmu piggiou e palanche e se tegnimmu a bibin.a. Che figua! .
    - Ma cumme l’è successu?  – incalzò a Gioxe.
    - Ti te ricordi quelli dui numeri, u quarantesette e u novanta, che nu sun riuscia a vende? L’è sciurtiu u novanta, ed emmu turna a bibin-a. Che figua! - rispose quasi a scusarsi a Nin-a.
    A Pasqua, che era stata in silenzio, senza prender parte allo sciato , intervenne col sorriso sornione di chi la sa lunga:
    - Figua nu ghe n’è, perché u semenaiu nu l’emmu fetu niatre! e poi se ghemmu ancun a bibin-a puemmu fa natru munte e accattase ciu fruta secca o da cicculata. Nin-a vanni, turna a fa u giu pe e case!
    - Nu, mi v’ho purtou e palanche e mi figue nu ne fassu ciu! Ammassela, caccela via, regalala, purtela in sci bricchi, ma mi nu ne vogiu ciu savei.  - si schermì la povera Nin-a, che ormai non reagiva più a nulla se non al timore di danneggiare gli altri.
    Col senso del business ci si nasce e a Pasqua c’era nata; lei non aveva molte idee, ma aveva il dono di catturare quelle degli altri e piegarle ai suoi scopi; così se andava male la colpa era degli altri, se andava bene il merito era suo. Dopo un momento di meditazione durante il quale le ciglia inarcate e le labbra contratte tradivano una macchinazione in atto, concluse solennemente:
    - Cacciala o regalala, nu, ma puriescimu vendila!
    - E chi se a piggia? anche n’orbu u vedde ca l’è vegia e drua  - obbiettò scettica a Gioxe.
    Ma a Pasqua non si perse d’animo e cominciò a snocciolare i nomi di una serie di vicine che, vuoi perché sceme, vuoi perché molto povere, avrebbero potuto comperare, inoltre loro, risarcite e appagate dal frutto dell’improvvisata lotteria, avrebbero potuto fare anche un prezzo di favore. Dopo un’attenta indagine di mercato, volta a escludere le amiche più care, alle quali non si poteva rovinare il pranzo natalizio, la scelta cadde sulla Nita: era povera, con tanti figli, non particolarmente asperta e certo non avrebbe potuto permettersi un tacchino se non in saldo e le sorelle Masnata erano pronte a esaudire il suo desiderio!
    Ovviamente né a Gioxe né a Pasqua ci misero la faccia, fissarono solo il prezzo, legarono le zampe del bestione, gli pulirono con uno straccio umido le penne e i bargigli per farlo apparire più bello e spedirono a Nin-a proporre la merce, con la minaccia che se, impietosita, avesse ceduto sul prezzo, a Natale non avrebbe mangiato la sua parte di bibin-a, quella buona.
    A Nin-a partì. Dopo una settimana d’ingrasso l’aquila littoria era quasi più grande di lei e le assestava decise beccate sulle esili gambe. Scese una rampa di scale, bussò alla porta, parlottò un pochino sul pianerottolo senza entrare e tornò subito portando in mano i soldi alle sorelle. Era combattuta: da un lato era contenta che anche quella povera famiglia avesse il suo tacchino per Natale, dall’altro sapeva che lo avrebbero trovato molto duro, non poteva essere altrimenti, e forse avrebbero rimpianto di non aver speso i soldi per una più piccola e feriale gallina: con che coraggio avrebbe di nuovo incontrato lo sguardo acquoso e malinconico di quella povera donna?
    Le sorelle forse intuirono il suo disagio e prontamente le dissero:
    - E doppu Natale ti ghe u dumandi ti cumme a l’ea a bibin-a, che niatre se vergugnemmu.
    - E perché mi? – provò a obbiettare a Nin-a.
    - Perché ti l’è piggia ti in tu streppu, ti ghe l’è missa ti in te strisce e ti ghe u dumandi ti.- replicò con logica cartesiana a Gioxe.
    La povera Nin-a non si gustò i preparativi, non la Messa di Mezzanotte e tanto meno la colazione festiva con cioccolata e biscotti; aspettava solo che venisse Santo Stefano per chiedere alla vicina, per prendersi le ingiurie, che sentiva di meritare, e per chiudere per sempre il triste capitolo.
    Era agitatissima e la mattina di Natale quando all’alba sentì nella scala il rimbombo di uno sparo, temette il peggio; in seguito si affacciò alla finestra e vide salire dall’appartamento di sotto una nuvola lattiginosa e fragrante di brodo e si tranquillizzò.
    Passò Natale, passò Santo Stefano, senza che si vedesse la Nita o qualcuno della sua famiglia per le scale, poi finalmente il ventotto a Nin-a incontrò quello sguardo tanto temuto e, cercando di imitare il sorriso diplomatico della Gioxe, chiese:
    - Allua Nita, cumme a l’ea a bibin-a?
    - Bun-a, bun-a, emmu fetu na pignatta de broddu ca nu finiva ciù e ghemmu mangiou trei giurni, da San Steva in avanti.
    - Nu a Natale?  – chiese a Nin-a rincuorata dalla prima parte della risposta.
    - Nu, a l’ea in po duetta e emmu duvou fala coxe dui giurni, ma a l’ea bun-a! Ghe stetu sulu u problema de massala: mi nu ghe l’ho feta a tiaghe u collu, u Gaetan u ghe anetu a provu pe a casa cu u cutellu sensa riuscii a pigiala, allua emmu ciamou u cuxin Dria cu u scioppu. Ma a l’ea bun-a!  - raccontò la donna ancora con l’acquolina in bocca.
    A Nin-a non sapeva se essere contenta per la gioia comunque procurata o essere mortificata per aver ignobilmente turlupinato della povera gente che si era fidata di lei e che per di più non riusciva a serbarle rancore. Le sorelle dovevano sapere, dovevano essere coinvolte nel suo dubbio e condividere il suo disagio. Tornò subito a casa e scampanellò con spresscia :
- Arvii, arvii, saisci cose l’è successu...


<><><>

NOTE

La tacchina.
Si avvisano i lettori foresti, cioè non genovesi, che parte del testo e tutti i dialoghi sono scritti in dialetto, non secondo la grammatica propria, ma usando scritture che evochino la fonetica, così da rendere meno ostica la lettura e forse anche la comprensione.A ogni buon conto troverete tradotta in nota ogni parola. Alegri!

  la Caterina… la Nina, la Giuseppina.
  fazzoletto per fare fagotti.
  bancarelle
  collana di nocciole
  la scaltra
  la furba
  Domenico
  il Federico
  Guardale bene le zampe, che non siano troppo pulite, perché vuol dire che non l’hanno allevata all’aperto.
  Ma neanche troppo grosse e dure, che vuol dire che la bestia è vecchia.
  E quando ti dicono il prezzo, lamentati e tiralo giù fino alla metà, che non abbiamo soldi da buttar via!
  grossa cesta
  Ma cosa hai comperato?
A me sembra un tacchino e bello vecchio!
Avrà almeno due anni.
E deve essere duro come pietra.
Io non lo mangio.
  E tu mi dai indietro i miei soldi!
  Anche io non ti pago, se sei scema questa bestia pagatela tu!
  Facciamo una lotteria! Ci facciamo dare un soldo dai vicini, facciamo loro segnare un numero e vince la tacchina chi ha il primo estratto sulla ruota di Genova a Natale.
  Sei matta? io questa bestia in casa mia non la voglio. Sbrigati e diamola con il lotto di questo sabato.
  Sapessi cosa è successo… abbiamo vinto la tacchina!
  Come? abbiamo fatto la lotteria per levarcela…
  Cosa dirà la gente… abbiamo fatto la lotteria, abbiamo preso i soldi e ci teniamo la tacchina. Che figura!
  Ma come è successo?
  Ti ricordi quei due numeri, il quarantasette e il novanta che non sono riuscita a vendere? È uscito il novanta e abbiamo di nuovo la tacchina. Che figura!
  confusione.
  La brutta figura non c’è perché il lotto non lo facciamo noi e poi abbiamo ancora la tacchina e possiamo fare un’altra lotteria e comprarci più frutta secca o della cioccolata. Nin-a va’, torna a fare il giro per le case.
  No, io vi ho portato i soldi e brutte figure non ne faccio più. Ammazzatela, buttatela via, regalatela, portatela sui monti, ma io non ne voglio più sapere.
  Buttarla o regalarla no, ma potremmo venderla.
  E chi se la prende? anche un cieco vede che è vecchia e dura.
  E dopo Natale glielo chiedi tu come era la tacchina, che noi ci vergogniamo.
  Allora, Nita, come era la tacchina?
  Buona, buona, abbiamo fatto un pentolone di brodo che non finiva più, ci abbiamo mangiato tre giorni da Santo Stefano in poi.
  Non a Natale?
  No, era un po’ duretta e abbiamo dovuto cuocerla per due giorni, ma era buona. C’è stato anche il problema di ammazzarla: io non ce l’ho fatta a tirarle il collo, Gaetano l’ha rincorsa col coltello per tutta la casa senza riuscire a prenderla, allora abbiamo chiamato il cugino Andrea col fucile, ma era buona!
  premura.
  Aprite, aprite, sapeste cosa è successo…





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:22 )
 

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