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Bruno Burdizzo - alla ribalta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 07:48

 

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ALLA RIBALTA

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007




Non trovi, Mario, che a quest'ora la città sembri finta? Non so, il buio, il freddo, il fatto che non ci sia nessuno. Niente macchine, qui fuori, parcheggiate. Sembra teatro. Sembra teatro. Guardare qui dalla finestra sembra teatro. Davvero. Sembra che i lampioni li abbia accesi uno scenografo. Mica per illuminare il viale, no, per sottolineare il buio. Per dare l'illusione che intorno a quegli aloni ci sia una città che dorme, mentre non c'è nient'altro che quinte e fondali foderati di panno scuro. Il primo lampione si accende di sghimbescio su un diavolaccio di architrave. Il secondo illumina un coperchio di bidone sapientemente ammaccato. Il terzo, avanti nella prospettiva, l'angolo del vicolo oltre il quale immagini un gattaccio rintanato e un sorcio grasso, grasso. Poche cose. Bastano. Un marciapiede, una finestra, il resto oscurità. Chi guarda vede nient'altro, ma immagina. Immagina un abisso di palazzi, notte fonda, inverno, e quest'unica finestra illuminata.
Mario tu ogni volta, ogni volta mi porti il menù. Sono cinquant'anni che mi porti il menù. E sono cinquant'anni che ti dico che il menù lo conosco a memoria, perfino le macchie di sugo e le pieghe della carta. E sono cinquant'anni, Mario, che non ti ho mai ordinato una sola cosa che fosse scritta nel menù. Sei un tipo ostinato. Sei un tipo ostinato. Questa sera tagliatelle, Mario. Tagliatelle con un filo, ma proprio un filo, di quell'olio verde, aspro, spesso, che sa di Mar Tirreno, di scoglio, di sole, di salgemma, di cicale. Appena un filo, Mario, mi raccomando, perché in questa città finta che sembra teatro, questa notte, ho voglia di sentire il profumo del mare, ma di sentirlo appena. Appena come quando ti sfiora un'idea, ma ti sfiora e svanisce prima di diventare pensiero. Portami la grattugia, Mario, e un pezzetto di parmigiano stagionato. Staccalo dalla forma. Un pezzo piccolo. Appena rotto il parmigiano solo per pochi minuti svapora la sua fragranza di rugiada, di Appennino, d'alba, d'alpeggio, di secchio, di schiuma, di campanacci, di tavole, d'ombra, di pietra e di legno. Poi basta. Poi diventa nient'altro che formaggio.
Mario, stasera poca gente. Poca gente a teatro. Ce n'è sempre meno. I palchi sempre vuoti. I palchi secondo me non vanno più nemmeno a togliere le ragnatele. E la platea, mezza platea. Mezza platea, forse meno. Forse meno. Te li ricordi i tempi che facevamo il pienone, Mario? Noi nel teatro e tu in trattoria? Alla fine gli applausi facevano tremare i muri. Facevano tremare i muri. E tu, di qui, nonostante il fracasso delle stoviglie e il mormorio delle conversazioni, ti accorgevi che era venuto giù il sipario. «Ohi mi mi, Mario, cos'è, il terremoto?», «No no, niente, madama, è il teatro».
Dieci minuti. Dieci minuti, un quarto d'ora, il tempo di togliere il trucco, cambiarmi, scendevo e trovavo il tavolo pronto apparecchiato. Sempre questo, eh Mario! Sempre questo, davanti alla finestra, che potessi guardar fuori e rilassarmi. Riprendere possesso piano piano della mia identità.
Riprendere possesso della mia identità. Piano piano. Perché ci vuole tempo, sai, ci vuole tempo. Ma tu lo sai. Lo sai. Lo sai perché hai passato una vita a preparare da mangiare agli artisti del teatro. Hai passato una vita a vedermi scendere ogni volta più stralunato, spettinato, stanco, coi bottoni abbottonati storti, la cintura del cappotto a penzoloni e una volta addirittura - ti ricordi, Mario? - un baffo solo. Un mezzo baffo posticcio dimenticato appiccicato.
Ci vuole tempo. E tranquillità, ci vuole. Tranquillità. Mica per tutti, no, c'è qualcuno che basta lavarsi la faccia, levarsi il costume, infilarsi i calzoni, il nodo alla cravatta e via, eccolo di nuovo se stesso come se niente fosse, in mezzo alla gente, saluti e baci, avanti, in macchina nel traffico del centro come uno qualunque che torna a casa dopo un lavoro qualunque. No, quelli non sono attori, Mario, quelli sono mestieranti, artigiani, per loro il teatro è routine, abitudine. Niente emozione, niente anima, niente passione, niente sangue. Niente. L'artista, quello che il teatro lo sente davvero, non può. Ogni sera. Ogni volta. Non può. Non puoi per tre ore respirare l'aria di Tebe, di Efeso, di Smirne e poi, come se niente fosse, prendere il telefono e chiamare casa, «butta la pasta, arrivo». Ci vuole il suo tempo. Ci vuole il suo tempo. Non puoi piantare un coltello nella pancia del tuo migliore amico, o del tuo re, venire alla ribalta con le mani insanguinate, lui là in mezzo piegato in due, illuminato da un cono di luce, e tu lì a guardare tutto quel niente nella penombra dei palchi, ad aspettare che il gelo e l'orrore tracimi dal boccascena fino toccare il fiato sospeso dell'ultimo spettatore del loggione e infine crollare in ginocchio, le mani aperte, sporche, appena un palmo dietro la linea immaginaria sulla quale precipita la tela, e poi, e poi, dopo gli applausi, dopo il camerino, dopo i saluti, ancora con il rosso del sangue sotto le unghie, ancora con la camicia sudata della bruma ghiaccia di quella lontana brughiera, non puoi, Mario, uscire a braccetto della donna, con gli amici, prendere l'aperitivo, raccontare barzellette. Non puoi, così. Ci vuole il suo tempo. Ci vuole il suo tempo.
Mario, queste tagliatelle sono uno spettacolo. Anche tu sei un artista, sai? La pasta fatta in casa sa di madia, di stufa, di grembiale infarinato, di dita grasse, tozze, di una vera d'oro che affonda nell'impasto. Uno spettacolo. Tagliatelle gialle di uova, vivaci, ma morbide di grano, di farina. Se chiudo gli occhi immagino la paglia dei fienili, il chiocciare dei cortili. Uno spettacolo, Mario. Sei un artista anche tu, mio caro. Portami, per piacere, una coppa di quel rosso allegro, fiammante. Non mi piacciono i vini ambrati, troppo vecchi, quelli che nell'intento di cercare un sapore di botte, di cava, di tufo, hanno finito per perdere il sapore di vigna, di pampino, di grappolo. Amo i vini traslucidi, fermi ma vivi, che sanno di fonte, di pozzo, di brocca di stagno.
Mario, ma quanti anni? Ho detto cinquanta, così, ma non saranno cinquanta. Ma Mario io ai settanta mi avvicino. Se non sono cinquanta non sono mica tanti meno, sai. Che non avevo mica tanto più che vent'anni quando ho incominciato a calpestare questo palcoscenico. Ero un giovinastro, ricordi, Mario? Barba, capelli lunghi, un maglione infeltrito, sempre quello, tante idee. Tante idee. Tante idee. Tu avevi appena aperto qui. Eri un giovinastro anche tu. C'era tutto quel giro dell'università, giovani, vecchi, studenti, maestri. C'era Pavese, Calvino, Ungaretti. C'erano operai, sindacalisti. C'era gente rozza che bestemmiava ad alta voce e c'erano intellettuali, poeti, pittori, musicisti, filosofi, teatranti. Teste piene di idee. Teste piene di idee. Gente che ne aveva viste di cotte e di crude. I fascisti, la galera, il confino. La guerra, Mario. I partigiani. C'erano partigiani giovani, ancora con il fazzoletto al collo, che cercavano di organizzare la gioventù universitaria, gli operai, le fabbriche. Perché la resistenza non è finita, gridavano battendo pugni su questi tavoli. La resistenza non è finita.
Io stavo ai margini, Mario, io pensavo al teatro. Facevo l'attor giovane nella compagnia del vecchio Scarabini, te lo ricordi? Dicevo le mie battute, mi prendevo quei pochi applausi di cortesia insieme ai comprimari, poi mi facevo da parte e quando veniva lui, sudato, alla ribalta, il vecchio, veniva giù il teatro. Tutte le sere un trionfo. Era sempre l'ultimo ad andare via. Se ne stava ogni sera almeno un'ora in camerino. Perché ci vuole tempo. Andava via da solo quando non c'era più nessuno, chiudeva lui il teatro.
Io invece mi rifugiavo qui, a questo tavolo. Pane, salame e vino rosso. E scrivevo. Curvo sulle carte scrivevo. Scrivevo recite, monologhi, dialoghi, scene. Intorno a me, Mario, cambiava l'Italia, cambiava la città, cambiava il mondo e io scrivevo i testi che un giorno mi avrebbero portato alla ribalta, quella vera, a raccogliere gli applausi, quelli veri, quelli per me, quelli del pubblico mio. Raccontavo i tempi. Raccontavo i tempi su fogli scarabocchiati, pieni di rimandi, frecce, asterischi, cancellazioni, note. Raccontavo i tempi, il mondo, la vita. La vita che vedevo dal di fuori, dallo specchio del boccascena, che spiavo dalle pieghe del sipario, nella polvere delle quinte, tra i bauli dei trovarobe e le funi delle macchine di scena. Sognavo una vita di teatro. Una vita di teatro. Una vita di teatro.
Questo viale qui fuori sembra proprio un palcoscenico, Mario. Sembra un palcoscenico anche la tua osteria che non è mica cambiata molto. Lo stesso specchio del Campari, le bottiglie, sempre quelle, la Vecchia Romagna, la Grappa Piave, il Cynar. Di là, dove c'è il biliardo, adesso fa freddo e non accendi più. C'è ancora puzza di fumo, Mario. Non si può fumare, sono spariti i posacenere, eppure qui c'è ancora puzza di quel fumo vecchio, stantio, degli anni. Si sente ancora l'odore di quei sigari rivoluzionari, di quelle pipe, di quei baffi ingialliti, delle sigarette nervose di Cesare Pavese, delle mie che ho consumato a centinaia mentre componevo i copioni che mi avrebbero portato alla ribalta.
La vita, la storia, io l'ho vissuta dal di fuori. L'ho guardata, l'ho descritta, l'ho raccontata, l'ho interpretata. L'ho guardata nelle facce della gente, nelle poltrone di prima fila, nella folla del loggione, nel foyer, nei discorsi che ascoltavo con curiosità. L'ho scritta, l'ho raccontata, nelle mie pagine scarabocchiate, nei miei dialoghi, nelle figure dei personaggi, nelle ambientazioni, nelle storie. E alla fine l'ho interpretata nella realtà fittizia del palcoscenico. Nell'illusione del teatro. L'ho consegnata al mio pubblico. Era un po', Mario, come se io, la vita, la riflettessi dalla ribalta. La intuivo nella mia solitudine di autore e la ribaltavo sul pubblico nella mia solitudine di attore. Per me la campagna erano tagliatelle, frittata e vino rosso, il mare era olio vergine d'oliva, acciughe e capperi, la montagna era formaggio stagionato, era ricotta. La guerra? la politica? l'impegno? Teatro. Teatro. Teatro. Ho fatto politica, a teatro. Ho fatto cultura, a teatro. Ho divertito, ho commosso, ho comunicato rabbia, amore, sofferenza, ironia, divertimento, pena, orrore, spavento. Sulla ribalta sono stato re e mendicante, soldato e santo, operaio e padrone, vittima e assassino, anarchico e imperatore, vigliacco, generoso, eroe, infame, saggio, sapiente e imbecille. Sono stato uomo e sono stato dio. E qui, beh, qui... sono stato io.
Era il sessantacinque quando ho preso la soffitta qui sopra. Da allora non mi sono più mosso da questo viale che sembra teatro. La mia casa, il palcoscenico, le prove, gli spettacoli, e poi qui, da Mario, pane, salame, vino e sigarette. Il successo, la notorietà, i premi, i riconoscimenti, la pubblicazione dei miei testi, le presentazioni, gli inviti, le conferenze, tutto mi è passato intorno senza che io cambiassi mai una scena, mai una virgola, mai una battuta. Sempre la stessa trama, Mario, sempre la stessa scenografia, il copione sempre quello. Intorno è cambiato tutto, qui niente. Solo io, un po' più curvo, pallido, secco. Rughe, canizie, artrite, senza trucco.
Forse quest'angolo di città è l'unico che  appartiene ancora al nostro tempo, mio caro Mario. Una bolla. Ma presto finirà in niente. Quando calerà il sipario sull'ultimo atto non avrò più niente da dire. Più niente da aggiungere. Non ho mai recitato a soggetto. Sul palco si, l'ho fatto talvolta, dentro i panni del personaggio, nel fiato della maschera, nelle trame del canovaccio, ma nella vita mai. Nella vita non recito a soggetto. Quello che dico è tutta roba già scritta.
Portami un caffé, Mario. Un buon caffé nero, un po' lungo. Poco zucchero, appena una punta di cucchiaino, in una di quelle tazzine spesse, bianche, pesanti. È più il profumo che fa il caffé. Profumo di negri scalzi, di donne creole, di samba, di spiaggia, di stiva, di bastimento, di porto di mare. Bisogna mescolarlo poco, il caffé. Che appena un sentore di zucchero si dissolva nell'amaro intenso di tostatura, di torrefazione, di fuoco di legna. Quell'amaro forte che solleva l'animo.







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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:23 )
 

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