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Antonella Filippi - bravo merlo! PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 07:25

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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BRAVO MERLO!

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007





Fuori piove, come quando ho trovato la lampada. Negli ultimi quattro anni avevo lavorato in un ristorante e da qualche tempo stavo pensando di aprire anch’io non voglio dire un ristorante, ma un buco, un’osteria, insomma, qualcosa del genere.
Stavo correndo sulla spiaggia, sotto una leggera spolverata di acqua primaverile, pensando ai casi miei, quando ero inciampato in un affare metallico appena sotto la sabbia. Tirando qualche accidente avevo spostato la sabbia con il piede e avevo visto la lampada.
Avete presente la lampada della favola? Proprio quella, era fatta così.
L’avevo presa e mi ero guardato attorno piuttosto furtivamente, ma non avevo visto nessuno. Non per altro, in un Paese che di tutto fa una Candid Camera non avrei voluto essere l’ennesimo inconsapevole pesce all’amo.
Mi ero guardato attorno, poi, ridacchiando, avevo strofinato la lampada declamando “Specchio delle mie brame…ehm” ricordandomi subito dopo che quella era un’altra favola.
Per un attimo non era successo niente, e infatti niente mi aspettavo succedesse, poi di colpo la lampada si era messa a vibrare, a scuotersi, tanto che per la sorpresa l’avevo lasciata cadere, e ne era uscito un fumo colorato che si era in breve raggrumato in una “cosa” che si era stiracchiata, aveva fatto un grande sbadiglio e, guardandosi le unghie incorporee, aveva detto velocemente: “Chi sei? Cosa diavolo vuoi? Hai tre desideri”.
La mascella mi era cascata di schianto.
Mi ero di nuovo guardato attorno velocemente e con le dita avevo cercato di sparpagliare quella nebbia parlante, rimediando una sberla sulla mano.
“Allora, ti decidi? Non ho tutto il tempo che pensi tu?”
“Chi… chi sei?” avevo balbettato, mentre mi massaggiavo il dorso della mano.
“Cos’è, un desiderio o una domanda idiota?”
“E parla in modo educato!” avevo ribattuto.
“D’accordo. Primo desiderio. Era una domanda oziosa o un reale desiderio della sua intelligente curiosità di approfondire i limiti dell’inconoscibile?”
Avevo strabuzzato gli occhi e con un soffochìo strozzato avevo emesso: “Eh?”
“Lasciamo perdere. Hai ancora due desideri. Cosa possono fare per te le mie modeste capacità?”
Bella forza, avevo pensato, mi ha fregato un desiderio con un fraintendimento, ma non mi prendi più in giro, bello mio, o ti aggiusto la nebbia e i connotati!
E cosa potevo volere, se non il mio bel ristorantino, in cui ammannire ottimi cibi, senza dover spendere un centesimo per le materie prime, i dipendenti, i corsi sulla qualità o la 626?
Così avevo espresso i due desideri nel modo più idoneo a non essere frainteso, fare contratti con i geni è quasi come avere a che fare con l’assicurazione o la banca, solo che con questi gli asterischi li vedi e se vuoi puoi leggere anche le note a piè di pagina in corpo 3 e mezzo.
Dovete sapere che, per poter aprire un’attività di somministrazione di alimenti e bevande secondo la legge 25 agosto 1991 n° 287 il candidato ristoratore deve iscriversi al REC tenuto dalla CCIAA, deve avere dal Comune in cui si trova l’esercizio un’autorizzazione amministrativa di cui all’art. 3 della suddetta legge e dall’ASL l’autorizzazione sanitaria.
Gia così bisogna essere molto motivati per aprire qualsiasi cosa… E se poi ti serve anche un prestito o pensi di assumere dei dipendenti…
E cosa ci vuole per iscriversi al REC? Solo sette requisiti di natura professionale e morale, se poi vorrete ve li elencherò, tanto ho tempo in abbondanza, di cui il settimo è il più divertente, e cioè “non essere stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza”.
Mi vedo già: vado al Comune per la carta d’identità e alla domanda “professione” scrivo “delinquente professionale”. Lavoratore autonomo, precario, senza pensione, come tanti altri.
Digressione a parte, avevo pensato a lungo e preso anche diversi appunti, visto il genio che mi era capitato, e in breve mi ero trovato in un bel locale, arredo di tendenza, cucina superaccessoriata e funzionale (tanto non doveva lavorare davvero, ma era, passatemelo, “fumo negli occhi”), menu sempre diversi con cibi perfetti e deliziosi, pronti a uno schioccare di dita, gente soddisfatta e pienone tutti i giorni. Non facevo altro che stare alla cassa e sorridere.
Poi erano iniziati i guai.
Era venuto un tipo dell’Ufficio d’Igiene, che aveva verificato tutta la cucina e io ero fiero dei miei fornelli e delle pentole lucidi (per forza, e chi li usava?), ma costui aveva iniziato a farmi tutta una serie di domande da cui trasudavano alternativamente sospetti e velate accuse.
Se n’era andato e, dopo qualche giorno, era arrivata una multa dall’Ufficio d’Igiene, per probabile uso improprio di detergenti drastici e, in quanto tali, tossici.
Sorridendo un po’ meno, avevo pagato.
Avete presente quando, per sbaglio o volontariamente, rispondete a qualche indagine di mercato in cui spergiurano che non daranno mai a nessuno il vostro nome, indirizzo o e-mail e in breve venite mitragliati di richieste da supermercati, associazioni, presunti malati o indigenti, gente che vuole farvi diventare ricca, banche fasulle, venditori di Viagra, che continuano a scrivervi anche quando vi cancellate, grandissimo errore perché dimostra che siete per lo meno vivi?
Ecco, dalla visita dell’Ufficio d’Igiene si erano presentati alla porta tutti gli altri:
- il Comune, per verificare la domanda di rilascio dell’autorizzazione, perché il D.P.R. 497 del 1994 prevede l’apertura del locale secondo l’istituto del “silenzio assenso” entro 60 giorni dal momento della presentazione della domanda, ma secondo loro avevo aperto al 59° giorno: multa
- la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura per verificare l’iscrizione al Registro Esercenti Commercio e avevo avuto un bel da dire che dal 2006 non serviva più e dovevo solo comunicare al Comune di essere in possesso dei sette famigerati requisiti, ma il Comune non l’aveva passata alla CCIAA: doppia multa
- due o tre enti di formazione sulla qualità e la sicurezza nei luoghi di lavoro che con fare larvatamente minatorio mi avevano scucito l’equivalente di una multa
- l’Ispettorato del Lavoro, l’INPS e l’INAIL, che temevano un traffico di clandestini che avrei tenuto segregati a pane e acqua dopo aver sequestrato loro i documenti e obbligato a cucinare e servire ai tavoli: multa
- e infine la più temibile e molesta, la Guardia di Finanza, che non solo mi aveva appioppato una multa per evasione fiscale, ma, sobillata sicuramente dall’Ufficio d’Igiene, mi aveva contestato l’ipotesi di riciclaggio perché la cucina era troppo pulita per essere funzionante.
Proprio per evitare l’accusa della Finanza avevo deciso di spiegare da dove veniva il ristorante e tutto il resto e avevo tirato fuori la lampada. L’occhio del finanziere si era acceso di sacro zelo e il giorno dopo si era presentata la Sovrintendenza alle Belle Arti, che aveva approfondito le mie angustie con una denuncia per ritrovamento di reperto archeologico e mancata consegna alle autorità competenti.
A quel punto non ci avevo visto più e, gridando, avevo detto che quella era una lampada magica, che l’avevo trovata sulla spiaggia, che il genio aveva esaudito i miei desideri e nella rabbia avevo afferrato la lampada e avevo cominciato a sfregarla rudemente per dare una dimostrazione.
Non era successo niente, nessuno vibrazione, nessuno scuotimento.
Con gentilezza la tipa delle Belle Arti mi aveva tolto la lampada di mano, poi aveva chiamato il 118.
È per questo che da qualche giorno sono in osservazione nel reparto neurologico e da quanto ho sentito dire dal primario vogliono mandarmi per qualche mese in una comunità protetta… se collaboro, se no potrei essere soggetto a Trattamento Sanitario Obbligatorio presso qualche reparto psichiatrico.
“Troppo stress” ha detto con aria paterna “Vedrà che si riprenderà e potrà tornare come nuovo al suo ristorante”.
Quello che mi chiedo, però, è come ha fatto quel maledetto genio a trattenersi dall’uscire quando ho sfregato la lampada.
Sempre cautamente e sotto la forma di una domanda oziosa gli avevo chiesto come capisse di dover uscire, e lui aveva risposto dicendo che lo sfregamento della lampada produce in certi geni un intollerabile prurito e solletico, tanto che è obbligato a schizzare fuori e a esaudire ciò che viene richiesto, nei limiti dei suoi poteri. Per lui, aveva detto, lo sfregamento era invece come lo squillo di un telefono e in genere nessun genio resiste alla curiosità e deve andare a rispondere. In ogni caso, quasi sempre sono scocciatori.
“Ti disturbo?”
“Beh, stavo dormendo…”
“Allora adesso sei sveglio o vuoi che ti chiami dopo?”
e vorresti dire: “Ecco, bravo, telefona più tardi, che nel frattempo cambio numero!”, ma non lo fai mai. E così anche i geni.
Perciò, perché il genio non è venuto fuori? Accidenti a me e a quando ho trovato la lampada!




Nota del genio da dentro la lampada:

Lo vuoi proprio sapere? Mi sono messo i tappi nelle orecchie.
Tu strofinavi e io pensavo: “Bravo merlo! Stai fresco che esca! Se mi faccio vedere poi devo esaudire i desideri di tutti. Io voglio stare in pace per qualche altro secolo”.
E in ogni caso, se il prossimo sarà uno di voi, che faccia bene attenzione a quello che chiede,… perché potrebbe ottenerlo!







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:23 )
 

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