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Pietro Tartamella - lo gnomo del bosco di Vaj PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 07:00

 

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LO GNOMO DEL BOSCO DI VAJ

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 8 novembre 2009




Andrej viveva nel bosco. Lo chiamavano “lo gnomo del bosco di Vaj”.
Non era un eremita, anche se portava una barba lunga sino all’ombelico. Non era un frate, anche se per reggere i pantaloni usava spesso, invece della cinghia, una cordella di grosso spago. Non era un trapper, quantunque disponesse ovunque trappole a molla col formaggio per i topi. Non era un cacciatore ché per vivere, al di là dell’orto e qualche brodo di gallina, andava in paese col furgoncino o la bicicletta e si riforniva di tutto nei negozi. Non era nemmeno basso.
Andrej amava semplicemente il cielo: guardare le stelle, quelle fisse, quelle cadenti, studiare i pianeti, le costellazioni, gli aerei che passavano di notte.
Allo stesso modo amava la terra: i fiori, le piante, gli uccelli, gli uccelli sulle piante, le canzoni del ruscello, i pipistrelli che passavano di notte.
Una volta, ormai sono anni, gli venne un ascesso a un dente. La guancia gli si gonfiò come una borsa dell’acqua calda. Agli amici che erano venuti a trovarlo dalla città, aveva detto, parlando a fatica e strascicando le parole, che gli sarebbe piaciuto essere un vero “astro-gnomo”.
Voleva dire astrònomo, ma il dolore del dente e il gonfiore della guancia gli fecero uscire il suono “astrògnomo”.
Da quel giorno gli amici lo chiamarono lo “gnomo del bosco di Vaj”, tacendo di proposito la prima parte della parola che lui aveva pronunciato storpiata per il dolore tra i denti.

Aveva molti amici. La sua casa era grande: c’erano cortili, orto, ruscello, tettoie, stalle. Poiché la casa era grande e poiché viveva solo, non si può dire che tutto fosse sempre in ordine.
Troppe erano le cose cui badare e anche a lui, come ai suoi amici di città, mancava il tempo per stare dietro a tutto.
Doveva occuparsi della legnaia, tagliare alberi e rami secchi per l’inverno, l’orto, il telescopio, le carte del cielo, il furgoncino, le biciclette, la vendemmia, i tetti che facevano acqua a ogni temporale.
Poi c’erano le feste, i ritrovi con gli amici, i falò, le storie intorno al fuoco, i balli, la musica, le molte stanze, le scale, le lampadine fulminate, i cani, il pappagallo, i gatti, le galline, i topi grossi così.

Un giorno un camion si addentrò nel bosco percorrendo a sobbalzi la strada sterrata sino al cancello della sua casa.
Entrò nel cortile e scaricò sulla terra battuta un metro cubo di sabbia e alcuni sacchi di cemento.
Andrej guardava il metro cubo di sabbia che il camion rovesciava con fragore nel cortile. Scorrendo sul fondo metallico del camion, la sabbia faceva un lungo fruscio, una sorta di risacca, come se il camion fosse un bastone della pioggia gigante.
Nella sua mente Andrej aveva l’immagine di un metro cubo di sabbia. Pensava al metro cubo come a uno spazio tridimensionale, un solido con la base quadrata di 1 metro x 1 metro, e altezza 1 metro. Bastava figurarsi nella mente quella “forma immaginaria”, e riempirla di sabbia, per avere l’dea di quanto fosse un metro cubo di sabbia. Ed è quello che fece per calcolare quanta sabbia gli occorreva per i lavori che aveva programmato.
Andrej firmò la ricevuta.
Il camion tornò indietro a sobbalzi per la stessa strada sterrata.
Aveva ordinato un metro cubo di sabbia per murare alcuni buchi in cima ai pilastri, sotto il tetto, dove i piccioni nidificavano nascosti.
Viveva con gli animali, era abituato a sopportare ogni cosa, ma quello che non riusciva proprio a digerire era lo scempio delle cagate dei piccioni nel suo cortile, sulla legnaia, sulle galline, sui suoi cappelli e, a volte, sulla barba ormai bianchiccia.
Prese un secchio vuoto e una cazzuola.
Versò 18 cazzuole di sabbia nel secchio e 6 cazzuole di cemento.
Mescolò con le dita affusolate che stringevano il manico della cazzuola e la facevano ruotare con maestria. Guardava dentro il secchio il colore grigio-bianco che assumeva la sabbia e il cemento mescolati.
Guardò il metro cubo di sabbia.
Non aveva la forma che aveva immaginato. Non era il metro cubo compatto di 1 metro x 1 metro x 1 metro che aveva immaginato. Un metro cubo di sabbia era piuttosto una duna, una forma conica, con la base ampia per terra e una punta arrotondata in cima. Eppure era un metro cubo di sabbia!
Aggiunse nel secchio altre 6 cazzuole di cemento.
Come se un impasto con più cemento avesse potuto avere maggiore effetto nel tenere lontano i piccioni dai suoi tetti.
Con la carrucola tirò su dal pozzo un secchio d’acqua.
Ne versò a più riprese, un po’ alla volta, nel secchio, impastando con la cazzuola. L’impasto si fece scuro. Lo tastò con le dita per sentire la consistenza del cemento e l’amalgama. Aggiunse ancora un po’ d’acqua. Impastò ancora.
Alzò lo sguardo sulla cima di un pilastro dove una coppia di piccioni lo guardava.
Appoggiò la lunga scala al pilastro. Dovette sbatterla più volte sul muro, perché i piccioni impertinenti non se ne volevano andare senza rumore.
Salì, tenendosi stretto ai pioli, col secchio e pezzi di mattoni.
Dovette ridiscendere col secchio e i mattoni.
Risalì con la cazzuola e un pennello per pulire l’anfratto dai ramoscelli e dalle pagliuzze del nido.
Risalì col secchio e i pezzi di mattone.
Cominciò a murare facendo scomparire l’anfratto, riempiendolo col cemento e con i mattoni, finché giudicò che lì i piccioni non avrebbero potuto più costruire un nido.
I piccioni ritornarono volando disordinatamente intorno alla scala, sotto il tetto, vicino alla sua testa, quasi avessero capito quello che stava facendo.
Andrej li cacciò via con la voce agitando un braccio.
Volse lo sguardo verso gli altri pilastri su cui uno alla volta avrebbe posato cemento e mattoni con la speranza di allontanare una volta per tutte i piccioni cagatori dalla sua casa.
Aveva quasi terminato di murare il primo pilastro quando squillò il telefono.
Scese dalla scala.
Andò in cucina dove teneva il telefono su una mensola.
Alzò la cornetta. L’amico che lo chiamava, un certo Norberto, si dilungò più del dovuto. Voleva sapere la data della festa in cortile col falò. Prenotavano in dodici.
Andrej disse che dodici erano troppi, che potevano venire solo in quattro come era la regola. L’amico, se amico poteva dirsi quel Norberto, insisteva al telefono. Con tono da ruffiano diceva ad Andrej nell’orecchio, per ammorbidirlo e convincerlo, quanto ci tenevano lui e i suoi amici a passare una nottata nel cortile ad ascoltare storie intorno al falò. Andrej conosceva bene quel genere di amici così insistenti che prenotavano sei mesi prima. Era già successo altre volte: gruppi numerosi che avevano prenotato e poi non erano venuti all’ultimo momento, lasciando un buco nero troppo grande nel cortile. Andrej a sua volta insisteva ripetendo che quattro persone erano il numero giusto: così si lascia spazio a tutti, e se un gruppo, per un qualsiasi motivo, non può venire all’ultimo momento, il vuoto nel cortile è facilmente colmabile.
Fu costretto ad accettare la prenotazione di dodici persone per toglierselo dal telefono.
Quando riattaccò, il cemento nel secchio era diventato duro.
Dovette aggiungere altra acqua e impastarlo di nuovo.
Per l’ora del pranzo riuscì a finire il primo pilastro.
Scaldò la minestra avanzata la sera prima. Un piattone di insalata, un po’ di formaggio, mezzo pintone di vino, un pisolino con la testa sul tavolo, le mosche sull’orlo del bicchiere.
Nel pomeriggio si mise a piovere.
Per due giorni la pioggia cadde sul metro cubo di sabbia.
Quando tornò il sole Andrej vide che la duna si era abbassata un poco e, alla base, si era allargata, con la sabbia che spinta dalla pioggia era scivolata espandendosi.
Stava per impastare in quel nuovo giorno di sole un altro secchio di sabbia e cemento per murare il secondo pilastro, quando si rese conto che la cazzuola tenuta in mano gli sembrava pesantissima. Gli girava la testa, pativa di vertigini. Non poteva salire in cima alla scala appoggiata al pilastro! Aveva la febbre. L’influenza stagionale si era posata anche su di lui.
Non riuscì a fare nessun lavoro per cinque giorni. A fatica e febbricitante riuscì a malapena a dar da mangiare alle galline e agli animali.

Le foglie cadute del salice si erano posate sul metro cubo di sabbia e l’avevano ricoperto tutto. La duna era gialla di foglie. Si vedeva, su un fianco, alla base della duna, lo spazio vuoto delle 18 cazzuole che aveva portato via per murare il primo pilastro. Anche lo spazio vuoto era giallo di foglie.
Poi venne la nebbia.
Un giorno Andrej dovette partire per andare al funerale di un parente.
La cazzuola era rimasta nel secchio vuoto. Avrebbe dovuto usarla per murare il secondo pilastro. Il secchio era pieno d’acqua piovana; la cazzuola ingiallita dalla ruggine.
Poi lo chiamarono per qualche lavoro di boscaiolo nelle colline intorno.
Quando tornò, la nebbia era più fitta. Solo allora Andrej si decise a riporre nello stanzino degli attrezzi la cazzuola e il secchio. Il sacco di cemento avanzato era ormai diventato duro come la pietra; la carta spessa in cui era avvolto era stata consumata dalla pioggia e dalla nebbia.
Messo a nudo il cemento indurito appariva liscio come la pelle di una serpe.
Poi venne la neve.
La duna di sabbia fu coperta dalla neve.
Nella pianura bianca del cortile la duna ricoperta di neve spiccava come fosse l’abbozzo di un grosso pupazzo di neve cui ancora restava da fare il collo e la testa.
Gli fece il collo e la testa.
Durarono solo una manciata di giorni, perché da lì a poco una tormenta lo decapitò.
Quell’inconsueto pupazzo di neve restò tutto l’inverno senza collo e senza testa.
Anche il sacco di cemento indurito restò lì tutto l’inverno coperto dalla neve.
Quando venne la primavera, con tutte le serate di festa, i falò, le notti al telescopio e i lavori nell’orto, il metro cubo di sabbia si ricoprì di erba e di gramigna.
Andrej ogni tanto sradicava l’erba per tenere pulita e “a vista” la sabbia.
Oltre all’erba aveva trovato dimora sotto la duna una colonia di formiche che spesso si potevano vedere in processione tutte intorno alla duna.
Verso la fine di giugno, quando Andrej si accorse che i piccioni erano scomparsi miracolosamente (si erano trasferiti sotto i tetti di un’altra cascina poco lontano), si rese conto che il metro cubo di sabbia gli era avanzato!
Rimase lì in cortile il metro cubo di sabbia.
Ad agosto venne una tempesta di vento.
Andrej ebbe l’impressione che la duna si fosse rimpicciolita. Aveva visto i granelli sollevarsi e il vento che se li portava via.
Alla serata con il falò Norberto e i suoi dodici amici non vennero (senza nemmeno avvisarlo con una telefonata).
Ogni tanto con la pala e la ramazza Andrej ricompattava la duna.
Spesso Andrej alzava la voce per sgridare i figlioletti mocciosi e arroganti dei suoi amici che si divertivano a saltare e a correre sulla duna disturbando le formiche e distruggendo il suo metro cubo di sabbia.
Agli amici potevano sembrare esagerati quei rimproveri indirizzati ai figli.
Certo è che erano amici che nulla sapevano di sabbia.

La duna di sabbia era stata scaricata nel cortile a pochi metri dalla porta della cucina.
Al dire il vero ingombrava un po’ l’accesso alla cucina.
Andrej decise di spostare la sabbia di una ventina di metri, di portarla all’ingresso della cascina, là dove c’era il cancello.
Si formavano spesso delle pozzanghere lì, quando pioveva; la sabbia avrebbe alzato il livello del terreno.
Con la carriola spostò la sabbia sino al cancello sparpagliandola in uno strato uniforme.
Furono sufficienti solo dieci viaggi di carriola.
Si rese conto, caricando la sabbia nella carriola, di quante volte i gatti erano andati e rimestare con le zampe nella sua sabbia.
Un giorno, sul retro della casa Andrej trovò alcuni mattoni del muro di cinta sgretolati. Preparò un po’ di impasto con alcune palate di sabbia che recuperò dal cancello.
Otturò la falla nel muro.
Poi venne di nuovo l’autunno, un altro inverno, un’altra primavera, e ancora un’altra e un’altra ancora…

Un’estate decise di mettere un acciottolato all’ingresso della cascina. La sabbia della duna, che lì aveva sparso per terra, la raccolse e la portò nell’orto.
Non la sparse nell’orto insieme alla terra. La lasciò duna.
Non era più un metro cubo. Era una piccola duna. Con quattro carriolate riuscì a trasportarla tutta nell’orto. Il resto se n’era andata via con altre bufere di vento, o sotto le scarpe degli amici e delle feste, portata in città e dispersa tra i pedali delle frizioni e dei freni nelle auto di chi veniva a fargli visita.
Quando la vista cominciò ad andarsene Andrej mise da parte definitivamente il telescopio e rinunciò alle stelle.
Gli amici continuarono a chiamarlo lo gnomo del bosco di Vaj.
Sulla piccola duna di sabbia, spostata nell’orto, Andrej la sera ci andava spesso a urinare, anche d’inverno. Il rumore dello scrosciare dell’urina sulla sabbia gli ricordava un altro scrosciare; quel lungo frusciare che potrebbe fare un bastone della pioggia gigante.
Ogni volta che andava di sera a urinare sulla duna Andrej immancabilmente vedeva la sabbia solcata da piste… vedeva delle manine… che spingevano in avanti, su quelle piste, con piccoli colpi delle dita…, tappi di latta, i tappi delle bibite, con dentro incollate le figurine con i visi dei giocatori di calcio.
E se non erano tappi, erano biglie.







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:24 )
 

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