Home Archivio News-Eventi Gabriella Biglia - prima o poi
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Gabriella Biglia - prima o poi PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 06:23

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

PRIMA O POI

di Gabriella Biglia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 8 novembre 2009




Quando piove, no.
Non è per via della pioggia, la pioggia mi piace. Mi piace che mi cada addosso, che mi bagni i capelli e le mani, che si attardi sul bavero della mia giacca, scenda sulle maniche, coli dal bordo del cappotto di lana blu, caschi sull’orlo dei pantaloni.
Che mi inzuppi.
Che mi anneghi pure, se vuole.
La pioggia a me piace, ma a loro no.
Perciò lo faccio, di solito, nelle belle giornate.
Esco di casa, prendo un tram, faccio due, tre, quattro, dieci fermate, a seconda della direzione.
Poi scendo e mi perdo.
Ormai sono diventato bravo, a perdermi.
Inizio a camminare sul marciapiede, guardando con aria dubbiosa gli angoli delle case, tentando di leggere il nome delle vie. Tiro fuori dalle tasche il solito foglietto, lo stropiccio fra le dita, lo guardo e lo rivolto più volte,come se sul retro ci potesse essere una soluzione.
Mi guardo attorno, con l’aria di uno che evidentemente non si trova dove dovrebbe essere, ma ancora non osa chiedere indicazioni.
Ogni tanto questo è sufficiente perché qualcuno, di solito una donna, mi chieda se ho bisogno di aiuto. Ma capita raramente e solo in certi quartieri popolari dove il sospetto nei miei confronti è tenuto a bada dalla mia immagine distinta, dal mio modo di camminare quieto, dalla barba perfettamente rasata.
In altri posti devo faticare di più.
Perdersi in maniera convincente non è facile.
A volte devo attraversare ripetutamente la strada, facendo molta attenzione ai semafori, per dare l’idea di essere indeciso sulla direzione da seguire, ma non totalmente confuso.
Devo camminare guardando ogni angolo e ogni portone e ogni finestra, ma continuando a rigirarmi in mano il foglietto, concentrato sulle poche parole che ci sono scritte, per non sembrare un semplice curioso.
Se sono stanco, posso anche restare immobile per un po’ con aria infelice, interrogativa, anche disperata, se è necessario.
Ma devo rimanere in piedi. Se mi siedo su una panchina o su un marciapiede è finita, non c’è cappotto né barba che mi salvi dal passare per un malato, o un barbone o che altro.
Non mi posso permettere che a qualcuno venga in mente di chiamare un’ambulanza o, peggio, la polizia.
Quando sono sicuro di essermi perso per il tempo necessario a dare ai passanti (o ai portinai o ai negozianti) quel fastidio minimo che non si osa esprimere per educazione o vigliaccheria, ma che spinge a un intervento qualsiasi, basta che sia risolutivo, allora mi dichiaro.
“Mi sono perso” dico “non so tornare a casa.”
E poi: “Avevo questo in tasca” aggiungo, esibendo il foglietto stropicciato dove molto tempo fa ho scritto in stampatello maiuscolo: “Se mi perdo, per favore accompagnatemi in Via delle Rosine, 16.”
Io non abito in via delle Rosine.
Abito in un quartiere anonimo e senza luci, in periferia.
Via delle Rosine è in centro, perciò vicina a tutto e tutti, anche quando non lo è.
E poi abitare in centro si accorda con il mio cappotto di lana blu.
“Lei, gentilmente, potrebbe indicarmi quale tram prendere per tornare a casa?” chiedo.
“Via delle Rosine non è lontana da qua, se si fida l’accompagno” rispondono dopo aver letto la frase sul foglietto.
“Non vorrei disturbarla” proseguo abbassando un po’ il capo come vergognandomi “è una cosa che mi capita spesso…”
Una volta, a questo punto, mi è riuscito di piangere, brevemente, ma poi mi sono reso conto che era un’esagerazione.
“Nessun disturbo, venga, intanto facciamo due parole e magari le torna la memoria…”
Di solito mi chiedono come mi chiamo e se devono avvertire qualcuno.
“Mi chiamo Giovanni.” rispondo.
“Ah, lo vede che inizia a ricordare? Bene, bene…” commentano, mentre la malcelata speranza di essere proprio loro, forse, la persona finalmente in grado di risolvere la mia amnesia, nemmeno fosse un gioco a premi, si affaccia sugli angoli della loro bocca.
Mi sorridono, finalmente.
Sento che è arrivato il momento. Lo dico.
“Lo sa, signore, sono disperato.” butto lì, senza inflessioni drammatiche nella voce.
Qualcuno smette subito di sorridere, sospetta che, a quel punto, io voglia chiedere dei soldi o chissà cosa. Altri pensano che sia infelice a causa dell’amnesia. In ogni caso il passo rallenta, se stavamo camminando, la stretta si fa debole, se mi tenevano sottobraccio.
Recupero immediatamente terreno.
“Io, purtroppo, ho avuto una vita tranquilla” dico, assumendo un’espressione dolente.
“Tranquilla? Beato lei, beato lei…” di nuovo mi sorridono, inarcando le sopracciglia e considerandomi con l’indulgenza che si riserva ai bambini.
“Non ci sono stati lutti prematuri” proseguo “né catastrofi. Niente lotte all’ultimo sangue. Non ho ucciso nessuno, non ho rubato, non sono scappato per colpa o per vergogna o per paura.
Non sono stato tradito dal mio migliore amico né da mia moglie, non ho mai sofferto la fame o la mancanza di lavoro.
Un tetto sulla testa l’ho sempre avuto…”
“Ma non è mica da tutti, sa?” intervengono “Mio cognato per esempio…” ma non li lascio finire, è la mia occasione, questa, non la loro.
“Non ho avuto malattie importanti. Ogni delusione è stata prima o poi compensata da consolazioni. Ogni sogno irraggiungibile ridimensionato prima che mi travolgesse, così come ogni piccolo dramma ridotto a problema momentaneo, risolvibile o meno. Avevo ciò che desideravo, perché desideravo ciò che avevo e niente altro, in maniera, per molti, scandalosa.
Un’esistenza serena, normale, né a colori ma nemmeno in bianco e nero, che ha assunto tonalità sfumate, toni dimessi persino nei momenti di grande gioia.
Una vita senza labirinti nella quale non mi sono mai smarrito, perchè restavo lì, fermo, sempre in piedi, ad aspettare diligentemente che qualcosa capitasse.
E lo sa, signore? Non mi è capitato niente.
La mia vita tragicamente priva di tragedie è rimasta tale e io non so a chi dare la colpa di tanto spreco. Dio solo sa quanti drammi avrei saputo sopportare, le pene che avrei sofferto con dignità, tutti i dolori cupi, le follie, gli incidenti… sempre riservati ad altri e mai a me.
Questa è la mia disperazione. Il peso insopportabile che devo dividere con qualcuno e che nemmeno lei, signore, reggerebbe. Eppure è stato così gentile ad ascoltarmi, a sentirsi in qualche modo obbligato ad ascoltare lo sfogo di un distinto passante che soffre di amnesie… forse lei sta già pensando a come aiutarmi, ma non si dia la pena di preoccuparsi per me, me la caverò di sicuro, è sempre stato così…”

Fa molto effetto, quest’ultima frase, l’ho provata molte volte. Serve a non farli sentire in debito, ma nemmeno assolti del tutto. Sembra la conclusione di uno di quei vecchi film in cui l’eroe esce sconfitto e il pubblico piange, prima per lui, poi per motivi che con il film non c’entrano niente.
Qualcuno di loro pare preoccuparsi, sul serio. In genere mi ascoltano con attenzione, mentre mi accompagnano a quella che credono sia la mia casa. È vero, noto spesso che mi guardano di sottecchi, osservano il mio cappotto blu, le scarpe, guardano come muovo le mani e cercano di capire se io sia pazzo o bugiardo o pericoloso. Ma non restano quasi mai indifferenti, qualcuno mi dà dei consigli o un rosario, qualcuno ride, qualcuno si offende. Qualcuno mi insulta. Vorrebbe, forse, malmenarmi.
Perdermi mi dà, a volte, grandi soddisfazioni.
Alla fine mi lasciano in via delle Rosine.
Se ne vanno di fretta.
Non controllano mai se entro veramente al numero 16.
Sento che mi succederà qualcosa, prima o poi.







5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:25 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare