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Carmen Bonino - terremoto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 06:11

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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TERREMOTO

di Carmen Bonino
Cascina Macondo - Scritturalia, 8 novembre 2009




Marta rincasò come ogni sera nel suo monolocale di periferia, appoggiò la borsa sulla consolle dell’entrata e senza accendere la luce, al buio, si diresse verso il frigo; guardò senza vedere il suo scarso contenuto. Prese il cartone del latte, ne versò un bicchiere e andò a sdraiarsi sulla sgangherata poltrona. Bevve un sorso e finalmente accese la piccola abat-jour. Lasciò che il suo sguardo percorresse la stanza: la tappezzeria stinta, i vecchi mobili cui il tempo aveva conferito un po’ di dignità ricoprendoli con la sua patina pietosa. La porta del bagno difettosa non si chiudeva completamente e lasciava intravedere il profilo di una logora lavatrice.
Più volte aveva fatto presente alla padrona di casa che sarebbero stati necessari degli interventi: una mano di bianco, una revisione dei serramenti, almeno un cambio del vecchio materasso sfondato le cui molle consunte spuntavano come cardi in un orto abbandonato, ma la vecchia, che probabilmente spegneva il suo apparecchio acustico quando la incrociava per le scale, l’ultima volta le aveva fatto chiaramente capire che per 350 euro mensili aveva una fila di aspiranti affittuari e che per i 300 che ne pagava lei, quell’alloggio era un regalo. Si era rassegnata e aveva anche smesso di cercare di rendere l’appartamento più vivibile con quei patetici tentativi che le consentiva il suo stipendio di precaria part-time. Il solo incremento che lei potesse permettersi era quello di riempire il frigo con la spesa settimanale e, a giudicare dalla desolazione che aveva potuto constatare poc’anzi, neppure quello con elargizione.
Bevve un altro sorso di latte e la sua mano tornò ad accarezzare la busta con la lettera nella tasca del cardigan.
L’aveva ricevuta tre giorni prima e l’aveva letta e riletta almeno dieci volte al giorno: ogni volta stupita di leggere sempre e ancora le stesse parole, quasi che la permanenza nella tasca avesse potuto cambiarne il contenuto; invece, anche questa volta lesse:
 
Studio notarile Alderige
–    1431 Fifth Avenue -
–    New York- USA
Gentile signorina Marta Consavella, su incarico della defunta Irma Consavella, la informiamo che la suddetta, essendo lei, sua nipote, la sola discendente vivente, la nomina erede universale del suo patrimonio immobiliare e finanziario consistente in due edifici di venti piani situati al 1224 e 1226 della Seventh Avenue e una villa a due piani, dove la defunta risiedeva con i suoi numerosi cani e gatti sita al 32 di Sutton Place NY e di una somma in titoli e denaro ammontante attualmente a 15 milioni di dollari.
La sola condizione è che lei si debba stabilire immediatamente presso la suddetta residenza e occuparsi degli animali.
Accluso, biglietto di viaggio aereo valido per i prossimi 15gg per darle modo di provvedere alla gestione dei suoi affari personali.
Cordiali saluti:
Notaio James Alderige.

“I suoi affari personali”
Marta pensò alla festa della settimana precedente: Francesco, il solo “affare personale” della sua vita, l’unica nota armoniosa nella sua vita assonante, festeggiava l’ambito traguardo: finalmente, dopo anni di sacrifici e delusioni era stato nominato con cattedra presso la facoltà in cui per dieci anni era stato assistente. In quella stessa Università si erano conosciuti tre anni prima, mentre lei preparava la tesi cercando di farsi bastare quei pochi risparmi che suo padre, semplice operaio, le aveva lasciato morendo: “Cerca di farteli bastare Marta, è tutto quello che io e tua madre siamo riusciti a risparmiare con il lavoro di una vita. Prendi una laurea, come tua madre avrebbe tanto voluto perché tu non debba avere una vita di sacrifici come la nostra”
Marta ce l’aveva fatta, le rinunce erano state tante e le ore sui libri più di quelle  passate a godere della propria giovinezza, ma finalmente era diventata ingegnere gestionale, come sognavano i suoi.
Il lavoro tutt’altra storia.
Dopo mesi di ricerca, solo brevi periodi di stage mal pagati e infine quel contratto a progetto al call center: sei mesi, 4800 euro. Chissà se i suoi genitori sarebbero stati ancora fieri di lei?

Però aveva incontrato Francesco e, mentre preparavano la tesi, si erano resi conto che i loro destini erano affini e quell’amore era la cosa più bella della sua esistenza.
Ripiegò la lettera, di cui ormai conosceva ogni piccola grinza e sbavatura e la ripose in tasca.
Ancora non aveva detto nulla a Francesco. In realtà non aveva ancora detto nulla neppure a se stessa. Prese il cellulare per chiamarlo, ma come le altre volte lo richiuse quando sul display apparve il nome.
Alzandosi dalla poltrona finì il suo latte e con il bicchiere vuoto si accostò alla finestra aperta.
L’aria era ferma come una lepre accecata dai fari, guardò il cielo grigio, striato di giallo sulfureo, inspirò profondamente e la pervase un odore pesante, insolito, un odore di foglie morte e muffa, di ozono e elettricità e in quel momento percepì il rumore, dapprima lontano, poi sempre più vicino, un rombo rauco e terrificante come il ruggito di un orso molestato durante il letargo da un lupo affamato e incauto.
E quel rombo si diffuse nell’aria come rimbombo in una caverna.

I passi di Luisa, sui dodici centimetri di tacco, infierivano sul marciapiede come la lama di un serial killer sul corpo della vittima.
Aveva dimenticato il cellulare sulla scrivania in ufficio e ora era costretta a tornare per recuperarlo.
In realtà avrebbe potuto farne a meno: chi mai l’avrebbe chiamata dopo l’orario di lavoro?
Ma l’idea di tornare nello studio vuoto, quando tutto il personale era ormai a casa, non le dispiaceva.
Adorava girare per le stanze vuote, le dava un senso di potere assoluto: si sentiva davvero la padrona senza nemmeno la presenza dei suoi soci dello studio legale.
Mentre saliva le scale pregustava la ricognizione: “È inimmaginabile quanto riveli di sé il modo in cui si lascia il posto di lavoro. Durante il giorno scappano come topi, non è facile “beccarli”, sembra che percepiscano l’odore, i maledetti!”
In effetti una regolata al dosaggio del profumo e dei sovratacchi di gomma, avrebbero ridotto di una ventina di metri almeno il raggio di individuazione! (n.d.r.)
Disattivò l’allarme e accese le luci che risposero con un tac, tac, tac… metallico che riecheggiò per i corridoi deserti; posò sul banco della reception la borsa di Prada e le chiavi della Porche, rovesciando (non senza un certo disprezzo) il peluche che una delle impiegate teneva come portafortuna vicino al terminale.
Prese un appunto mentale per ricordarsi di dirle che era un ricettacolo di polvere assolutamente contrario alle norme igieniche.
Sulla scrivania dell’altra impiegata sorrideva la faccia allegra di un bambino da una foto senza cornice, pinzata in un porta carte, probabilmente il figlio, stupide pratiche consolatorie da donnetta; un post-it sul terminale ricordava un appuntamento: “colloquio con i professori: ore 11.30”.  Durante l’orario di lavoro. Segnò mentalmente di verificare se avesse chiesto un permesso o come al solito si fosse presa una giornata di malattia.
Lei, nei suoi quaranta anni di vita non si era mai lasciata andare in smancerie; viveva solo per il lavoro, lei. Niente marito, niente figli. Inutili ostacoli per la carriera: una donna, anche brava più di un uomo deve impegnarsi dieci volte di più per “arrivare”.
Lei l’aveva capito presto e anche se adesso la sua carriera era ormai “ai vertici” non sentiva affatto la necessità di dedicarsi a un uomo: figuriamoci a uno o più bambini.
È anche vero che tutti gli uomini con cui aveva avuto delle storie, pochi per la verità, non è facile trovarne di adatti: se sono ricchi son vanesi, se istruiti sono poveri, se ricchi e istruiti sono deboli e inadatti al comando, comunque, quelli con cui era stata, l’avevano tutti lasciata dopo brevi periodi. Certo! La competizione con una donna come lei li metteva inesorabilmente fuori gioco.
Meglio così, lei era una donna potente, che aveva costruito il suo impero pezzo su pezzo, lavorando sodo: la prima ad arrivare e l’ultima ad andare, sempre, talvolta anche nei week-end e durante la chiusura estiva.
“Non mi sono lasciata attrarre, come tanti sprovveduti, da investimenti irreali, borsa e affini, solo cose concrete, tangibili. Soddisfatti quei bisogni che alla mia posizione impone un ritorno di immagine: bella auto, bella casa, abbigliamento e gioielli regolamentari, tutti i miei ricavi sono stati investiti in beni immobili e siccome voglio tenere sott’occhio ciò che ho realizzato, sono tutti qui, nella mia città.”
Mentre faceva queste considerazioni, Luisa continuava nella perlustrazione a tappeto delle stanze vuote.
“Quel maiale di Rodari: se non si trovasse in questa società per grazia ricevuta dal suo caro nonno buon anima, non sarebbe capace di attaccare un pranzo con la cena: altro che belle macchine e ferie alle Maldive! “ e, aprendo l’ultimo cassetto della scrivania: “ Ecco qui! Ci avrei giurato: Playboy! Ecco come occupa il suo prezioso tempo tra una consulenza e l’altra!”
“E Soleri? Sulla sua scrivania si potrebbe schettinare tanto è unta! Briciole dappertutto e cassetti pieni di ogni schifezza commestibile: cracker, merendine, finanche una banana! Sarà un miracolo se arriva ai cinquanta (il che non sarebbe un danno!). Me lo vedo: ora sarà sicuramente stravaccato con la sua signora suina e i loro tre maialini davanti alla tv con giganteschi sacchetti di patatine e pop-corn. Bivaccano su un tappeto di briciole!! Altro che recupero crediti: questo sarebbe più adatto a recuperare nei cassonetti.”
Nella mezz’ora successiva l’indagine proseguì con una meticolosità degna dei RIS.
Per ogni socio e per ogni membro del personale il verdetto in contumacia fu univoco e inesorabile: INCAPACE, DEMENTE, FANNULLONE!
Raggiunse finalmente la sua stanza e si lasciò cadere sulla poltrona, allargò i palmi sulla superficie levigata di mogano della scrivania e li scrutò alla luce calda dell’alogena: “Devo ricordarmi di telefonare all’impresa di pulizie: quegli inetti non puliscono nemmeno i cavi elettrici!”
In quel momento notò che la finestra non era perfettamente chiusa e la serranda abbassata solo per metà. Si alzò stizzita, di scatto, facendo pericolosamente oscillare la costosissima poltrona di Eams: “Devo sempre fare tutto io!!”-
Nel chiudere l’infisso venne colpita dal colore inquietante del cielo: un grigio plumbeo, interrotto dal viola livido, con striature giallognole come i bordi di una ferita incancrenita. Avvertì un pesante odore sulfureo e nell’aria insolitamente ferma si faceva strada un suono lontano e terrificante precursore di un boato sordo.

Marta si resse al davanzale della finestra della sua piccola casa, quella che avvertiva era una vibrazione spaventosa che scuoteva i muri e il pavimento: questione di pochi secondi, ma a lei parvero ore. Vide oscillare la lampadina che pendeva nuda dal soffitto e la porta del bagno si spalancò.
La luce fioca, della sola abat-jour accesa, creava un gioco di ombre che diede agli oggetti in movimento connotazioni mostruose. Se non si fosse appoggiata al davanzale la vertigine l’avrebbe fatta cadere.
Pochi secondi dopo il cellulare che aveva in tasca squillò: “Sono Francesco, scendi subito, stavo salendo da te quando è arrivato!”
“Arrivato cosa, Francesco? Cosa sta succedendo?”
“È il terremoto Marta, sono in strada, scendi per l’amor di Dio, scendi subito.”
Marta non ebbe esitazioni, nemmeno la sensazione di bagnato e caldo che sentiva scorrerle lungo le cosce la trattenne. Fu fuori in un amen, ma tre piani erano un tragitto interminabile, in quei momenti.
Fece in due balzi la prima rampa di scale, ma appena raggiunto l’ammezzato tutto il mondo parve essere risucchiato da un tornado: l’edificio si divise in due come una mela tagliata dalla spada di un samurai; metà della scala dove lei si trovava era rimasta in piedi, quella verso il muro; la parete di fronte era caduta come un sipario e lo scenario che le si presentò quando la polvere si andò diradando fu apocalittico e terrificante.
La signora del secondo piano, quella divorziata, con un bambino di 18 mesi, giaceva riversa sulla culla del suo piccolo; una trave le aveva troncato la testa, ma il suo corpo faceva ancora scudo alla culla; il piccolo era sceso dal letto ed era in piedi accanto alla madre e la chiamava con quanto fiato aveva in gola.
Marta non perse tempo a riflettere: percorse i mezzi gradini che avevano resistito e raggiunse il piano. Facendosi largo tra le macerie marciò sui tondini di ferro denudati come un equilibrista impazzito e si avvicinò quanto più possibile al bambino.
“Vieni piccolo, la tua mamma mi ha chiesto di occuparmi di te, per un po’; lei non si sente bene. Vieni.”
Il piccolo la guardò terrorizzato, lei gli sorrise, e allungandogli un braccio gli sussurrò ancora: “Vieni.”
Il piccolo fissò i suoi occhi colmi di paura in quelli di Marta e finalmente la raggiunse.
Marta strinse a sé il corpicino tremante, talmente forte che non seppe più distinguere il battito del suo cuore da quello del bambino. Miracolosamente il bambino aveva smesso di piangere: le sue braccia arpionarono il collo di Marta saldamente, ma senza soffocarla. Marta percorse le altre rampe reggendosi al muro col braccio libero e vide Francesco che si stava facendo largo tra le macerie  per soccorrerla. Appena la raggiunse la liberò dal bambino che non voleva saperne di staccarsi dal suo nuovo angelo e insieme raggiunsero l’uscita.
In strada restarono annichiliti in quello scenario devastato. Nessuno disse una parola, ma l’abbraccio in cui si unirono, in una promessa definitiva, fu più forte di qualsiasi rito.

Quando avvertì il primo boato Luisa pensò che qualche deficiente tra i suoi collaboratori avesse lasciato accesa la piccola caldaia del bagno e che un colpo di vento l’avesse spenta, ma non fece in tempo a terminare il pensiero perché il palazzo fu scosso alle fondamenta come da un dio vendicativo che si fosse svegliato con l’idea di punire tutto il male del mondo.
La finestra presso cui si trovava si spalancò in una esplosione e il colpo la proiettò sulla scrivania, che partì come un proiettile con lei sopra per fermarsi nel corridoio, a ridosso del muro portante, proprio accanto a una delle porte di sicurezza.
Luisa spalancò gli occhi (non più perfettamente truccati) e con la mano ravviò le extension: la stanza in cui si trovava pochi secondi prima era scomparsa, al suo posto c’era un baratro.
“Meno male che mi occupo io della sicurezza e ho fatto acquistare questi benedetti portachiavi di emergenza” pensò, e ruppe il vetro per recuperare la chiave, scheggiandosi una delle sue preziosissime unghie Sporano’s style.
La porta si aprì senza difficoltà, ma ciò che vide non fu di grande conforto.
Le scale erano sparite e solo una parte di esse aveva resistito.
Scese dalla scrivania dalla parte della soletta superstite e spinse, con tutte le forze, il mobile che le ostruiva il passaggio verso il baratro della tromba delle scale.
Le ore di palestra e il lungo allenamento ottenuto anche in ufficio spostando pesanti faldoni per dare l’esempio che un capo sa fare di tutto, finalmente si rivelavano utili!
Verificò i danni riportati e si rese conto di avere solo qualche graffio (il Rolex funzionava ancora!) Decise che forse era il caso di rinunciare ai tacchi a spillo da 400 euro e si apprestò alla discesa riesumando i rudimenti del costosissimo corso di free climbing.
La discesa fu più lenta e ardua del previsto e le costò svariati graffi e lo strepitoso tailleur di D&G. Una extension si era impigliata in uno spuntone di ferro, strappandole un lembo di cuoio capelluto, allorché, nell’ultimo tratto, si era lasciata andare per raggiungere l’androne devastato e intasato di macerie.
La caduta terminò sulle ginocchia e si mise carponi.
Facendosi largo cautamente, cercò di arrivare dove prima era la portineria.
Non c’era un rumore, aldilà di quelli annichilenti dell’assestamento e delle macerie pericolosamente in oscillazione.
Udì un lamento giungere dalla portineria e riconobbe la voce del custode che singhiozzava sommessamente riverso sulle gambe della moglie che spuntavano da sotto una libreria crollata.
“La smetta di lamentarsi, idiota! Non capisce che è morta? Venga ad aiutare me piuttosto: non riesco più ad alzarmi, probabilmente mi sono fratturata cadendo, si sbrighi!!”-
Il custode ringhiò: “Fottiti, troia!” sputando un grumo di sangue e senza neppure voltare lo sguardo nella sua direzione.
In quel momento si udì un suono stridente, metallo su metallo.
Luisa, sempre carponi, girò la testa appena in tempo per vedere un mancorrente della scala crollata, completo di pigna terminale in ottone lucidato, arrivare a velocità supersonica e centrarla in pieno in mezzo alle chiappe.
Il suo sguardo incredulo si posò un’ultima volta sulle gambe del cadavere della custode e pensò: “Che scarpe dozzinali!”
Buio.







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:26 )
 

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