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Beatrice Sanalitro - la bestia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 06:01

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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LA BESTIA

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 8 novembre 2009




Mi chiamo Isadora.
I S A D O R A.
Vengo da un paese del Nord Europa; sto cercando lavoro.
Cerchi di aiutarmi, signore. C’è posto per me nel suo circo?
L’ho visto da lontano, in mezzo al prato circondato da case di periferia, un tendone a righe rosse e bianche, le bandiere intorno e sulla punta: mi ha ispirato.

Cosa sai fare? Capitomboli, giravolte, trapezi, la ballerina sul cavallo, oppure la donna clown?

Oh, nulla di tutto questo, finora ho lavorato in una ditta di import-export, ma ho buona volontà e posso imparare.

Ascolta. Questa sera c’è uno spettacolo: ci saranno molti bambini che ci ammireranno come sempre con gli occhi sgranati. Dobbiamo fare in modo che si divertano... ma... ma l’orso Paffuto si sta facendo vecchio e, in questa stagione di piogge, soffre di reumatismi. Non ce la fa né a saltare nel cerchio di fuoco, né a fare capriole.
Potresti prendere il suo posto.
E io ti nominerò vice orso dell’orso Paffuto.


Isadora con le sembianze di una bestia!
Io, signorina di belle speranze, di buone maniere, incantevole, colta, educata, i capelli lucidi e neri, gli occhi luminosi, la bocca ancora profumata di baci, le mani curate, la pelle di seta non ancora stropicciata, i miei piedi, le mie scarpe, i vestiti di lana fiorita arricciati in vita, il basco di sbieco con una spilla a farfalla, io, Isadora senza una lira, io, con la vita nelle mie mani.
Una bestia.
In fondo, come una bestia, io, donna, lascio segni di vita e come bestia li lancio in aria per ammirare le loro evoluzioni come gli stormi di uccelli che disegnano figure sulle città.
Lancio in aria le risa e gli scherzi e corse e salti che scrivono segni sottili di evviva, e sonni e sogni, baci e carezze che cedono profumi di mandorla e di genziana.
Nell’aria rimangono scritti i momenti di dolore e di rinunce, rughe fra le nuvole, e quelli di piacere e di vittorie fatti di luce soffusa; anche quelli di una bestia sono così.

Una bestia.
Energia senza copertura, senza educazione, condizionamento, ricatto, ipocrisia.
Energia pura, bisogni da soddisfare senza dissimulare, senza reprimere.
Il corpo della bestia ch’io sono è grosso e pesante, i movimenti lenti, seppur precisi, in attesa del momento giusto per lo scatto. Procedo in piedi o sulle quattro zampe; più somigliante alla struttura di un albero che si nutre di terra e di cielo, o, a volte, più simile a un qualsiasi quadrupede che guarda la terra e che da lei ottiene cibo.
Sto entrando nel personaggio.
La Bestia annusa l’aria ben sapendo quando è il momento di agire, di avvicinarsi alla preda e di allontanarsi, sa d’istinto da quali energie tenersi lontano o a quali congiungersi.
Gli occhi, ogni tanto, si fessurano, anche se la loro apertura è del tutto superflua, dato che le informazioni arrivano con udito e olfatto. È un attimo: alle fauci spalancate la preda non può sfuggire.
Respira sottile, impercettibile: tende alla calma anche quando aggredisce.
Non sempre, però.
A volte il respiro diventa agitato, come un ruggito, un russare, uno sputo, ma solo dopo aver attaccato.
Dura la pelle, non si scalfisce facilmente e il contatto con gli accadimenti e con gli altri esseri non la intacca.
Va bene, dunque! Ho deciso: sarò il vice orso dell’orso Paffuto!

Ok, ok, infila il costume, indossa la maschera e prova gli esercizi.
Salta nel cerchio di fuoco, fa’ le capriole.


Ho infilato il costume e indossato la maschera.
GROUMM
Ora, se è vero quel che dice la teoria sulle maschere, secondo cui, per una sorta di magia, si assumono i caratteri dell’essere che si rappresenta, io stessa sono un orso e... GROUMM: sono proprio un orso dei boschi, quello che saltella giù per i pendii e non teme di avvicinarsi alle case e di cercare cibo nei cassonetti, sono l’orso morbido dei cartoni animati e dei peluche, ma, perbacco, non sono solo quello.
Cibo, tana, orsa, cibo, tana, orsa, orsa? cibo, tana, cibo cibo cibo, SNIUFF, cibo, sì, là, nella dispensa, divoro, sbrano.
Strappo con le unghie la carne della pollastra arrosto, uh, che prelibatezza, ma è poca, ancora, ancora, non ce n’è più, vado a caccia, a caccia nel prato intorno alla tenda del circo. Solo cagnetti tenuti al guinzaglio, due gatti delle case vicine, uccelletti sui rami dei platani.
Fame fame fame, ora scappo, non posso, lo spazio è recintato, almeno un’orsa che mi faccia compagnia GRAUMMMM, sento il sangue pulsare nel corpo, pulsa la pancia, la testa, orsa, orsa, cibo, cibo, nulla di tutto ciò, almeno una tana, tana, tana.

NO! Non devi nasconderti, vice orso dell’orso Paffuto, devi provare gli esercizi: su le zampe, giù le zampe, avanti, indietro, saltello, piroetta, fa’ girare la palla sul naso, passa attraverso il cerchio di fuoco, brava, così, ancora; infila il grembiule e poi le braghe a pois che fanno tanto ridere i bambini, il cappello è troppo piccolo per il tuo testone: ti eri mai accorta, Isadora, di quanto siano piccoli i cappelli per gli orsi? Isadora!
Isadora, rispondi. Esci dal letargo.


GROUMMM

Sì, ho capito, sei entrata nella parte, ma ora esci e rispondi.

GRAAUMMM 

Stai rizzando il pelo della schiena, uhmmm, non è un buon segno.. .forse è meglio che mi allontani... sveglia, bestia!

Ah, ah! Sveglio l’orso Paffuto o la vera bestia che è in me? Rispondi tu, adesso.
L’orso Paffuto è il povero essere addestrato a forza di miele e bastone. Non è nemmeno l’ombra dell’orso vero da cui discende.
Ah, ah! La mia bestia è straripante, autentica, senza inibizioni... vuoi davvero conoscerla?
È la forza magnetica che viene dalla terra, il suo sangue è di lava, la sua saliva è di acqua di fiume, i suoi pensieri sono di vento in burrasca e, a volte, di zefiro; ama senza esitazioni, prende e abbandona perché così è la vita della bestia: senza remore.
Beh, che fai? Stai scappando?
Uomo del circoooo…






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:26 )
 

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