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Paolo Severi - dall'uno allo zodiaco PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 10:21

 

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DALL’UNO ALLO ZODIACO

di Paolo Severi
Cascina Macondo -  Scritturalia, domenica 8 febbraio 2009





Numero.
Mah! Io so che a scuola i miei compiti di matematica erano sempre valutati con numeri piuttosto bassi, e quando chiedevo come facesse un numero a essere alto o basso il professore mica mi rispondeva, anzi, si incazzava ancora di più e aggiungeva un meno al voto. Io gli chiedevo come si potesse aggiungere un meno, che tutt’al più lo di sarebbe dovuto sottrarre, insomma, mi dicevano che la matematica è una scienza esatta, ma io avevo una grande confusione, anzi, a dire il vero, mi sembrava che la confusione ce l’avesse il professore, se non addirittura la matematica stessa. Quando poi ho chiesto la differenza (o la somma?) fra matematica e aritmetica, mi è sembrato che mi rispondessero con parole a vanvera. Mi dicevano che nell’aritmetica è tutto certo e sicuro, perché i calcoli sono quello che sono, mentre la matematica è infarcita di filosofia, di metafisica, di regole più elastiche, insomma, l’aritmetica è rigorosa, mentre la matematica no. E io insistevo, perché volevo sapere dove finisse l’aritmetica e dove cominciasse la matematica, perché ero convinto che i miei compiti erano sì pieni di errori in aritmetica, ma erano giustissimi in matematica. Ormai la mia situazione era compromessa, per cui, ritenendo di non avere più nulla da perdere, mi decisi al grande passo. Chiesi al professore un chiarimento sul significato della parola “numero” perché, se non ho le idee chiare su quello che è la base di ogni ragionamento matematico, è chiaro che non posso combinare nulla di buono. “I numeri rappresentano delle quantità determinate. Dato che le stesse quantità determinate possono essere di tipologie molto differenti fra di loro, gli stessi numeri saranno via via concreti, reali, eccetera. Poi, relazionando i numeri fra di loro, avremo i numeri interi, frazionari, primi, eccetera.” Mi dichiarai assolutamente insoddisfatto della spiegazione, in quanto mi stava enumerando le diversità fra differenti tipologie di numeri, dando invece per acquisito il significato della parola “numero”, alla quale stava girando intorno senza venirne a capo, e che non mi venisse a dire che era un concetto primitivo, perché eravamo a scuola mica per essere dei primitivi. Certo, ero giovane e non mi sapevo relazionare bene con l’autorità, oh dio, non è che ora le cose siano migliorate, comunque, se volevo continuare ad avere a che fare coi numeri, me la sarei dovuta cavare da solo.
Matematica. Ma-te-ma-ti-ca. Nella stessa parola due “ma”, doppiamente dubitativo. Aritmetica. “A”, ablativo, “ritmetica”, che sa di ritmo e di metrica, quindi aritmetica significa senza né ritmo né metrica, e anche questo mi sembra abbastanza contraddittorio.
Ma torniamo ai numeri. Anzi, non posso tornare ai numeri se prima non torno al “Numero”. Qual è il numero di partenza? E tutti a dire ma che domanda, è logico che il numero di partenza è l’Uno! A me non sembra logico per niente. Perché se gli altri numeri si formano per replica dello stesso uno, allora siamo di fronte a una moltitudine di unità, il che è una palese contraddizione, in quanto l’elemento base delle quantità determinate, per l’appunto l’uno, se viene replicato cessa di esistere come elemento base. E altrettanto balorda mi sembra l’idea di spezzare l’unità in varie parti, come si fa disinvoltamente con i numeri frazionari, perché è evidente che un’unità divisibile cessa immediatamente di essere un’unità. Mi rassegnai, per modo di dire, e cominciai a considerare i numeri come delle semplici cifre, utili per fare di conto, e i miei voti cominciarono a migliorare, ma non certo le mie inquietudini. Sì, perché il programma andava avanti, e in algebra si faceva un uso disinvolto sia dei numeri negativi, sia dello zero, sia dell’infinito, tutte palesi assurdità. Avevo fin paura a esprimere i miei dubbi sulla reale esistenza dei numeri negativi, ma sullo zero e sull’infinito avevo le idee troppo confuse, e volevo chiarimenti. Lo zero è una quantità nulla. Ma se una quantità è nulla non può essere una quantità, quindi o si dice chiaro e tondo che lo zero non è un numero, o tutta l’aritmetica diventa un sistema di calcolo più o meno approssimativo che va giusto bene per fare la spesa. Qualunque numero moltiplicato per zero dà come risultato zero. Quindi, se moltiplico zero per zero, ottengo qualunque numero. Che sia così facile creare gli universi? La serie dei numeri interi è infinita, la serie dei numeri pari è infinita anche lei, ma la prima si direbbe più grande del doppio. Non è una fesseria? A meno che non si decida che anche “infinito”, come “zero”, non è un numero, non si può continuare a ragionare con queste contraddizioni.
Se poi mischiamo i numeri con lo spazio e il tempo, saltano fuori la geometria e la fisica, ovviamente intese come discipline astratte.
Bene. Cominciava a delinearsi un certo ordine. Ci sono io, la scuola, gli anni scolastici, insomma, la vita e il mondo. Ci sono i ritmi, le stagioni, le regole e le libertà. Forse, ci sono anche dei princìpi cui tutto in qualche modo si deve confrontare, benché esistano anche indubbi gradi di libertà.
Cercando di capire un po’ come stanno le cose, ci si è presto resi conto che ci sono aspetti quantitativi (per esempio, quante capre sono utili per la sopravvivenza di un villaggio), e qualitativi (per esempio se è veramente utile che il villaggio sopravviva). Così, chi scopriva qualche regola del gioco si faceva chiamare “Maestro” se non addirittura “Sacerdote”, comandava sugli altri abitanti del villaggio, e si guardava bene dallo spiegare a fondo di quali regole fosse padrone. Se poi qualcuno si sentiva a disagio e diffondeva il suo sapere, veniva bruciato vivo come quel semidio che aveva regalato il sapere agli uomini, forse si chiamava Fetonte, ma tutte le tradizioni hanno una leggenda simile.
Così c’è la realtà ordinaria, ci sono delle leggi fisiche che la coordinano, e ci sono dei buontemponi che si inventano delle leggi di valore superiore a quello delle stesse leggi fisiche, ma che servono anche per spiegare, entro certi limiti, alcune delle stesse leggi fisiche.
Anche a scuola, ogni tanto, può capitare che i professori cessino di essere completamente professori. Eravamo alla fine dell’ultimo anno delle superiori, e avevamo organizzato una cena di commiato, studenti e professori. Certo, il mio rendimento scolastico era notevolmente migliorato, nessuno mi prendeva più in giro quando facevo stridere qualche regola, insomma, mi trovai seduto di fianco al professore di matematica! “Se prendiamo questa pagnotta e la dividiamo prima a metà, poi ancora a metà e così via, è chiaro che, sotto un profilo matematico, non la finiremmo mai, sotto un profilo pratico, ci fermeremmo a delle briciole molto piccole, mentre sotto un profilo fisico, arrivati alle cellule sarebbe bene fermarsi, perché altrimenti il pane cesserebbe di essere pane. È più importante l’ambito matematico, pratico o fisico?” È evidente che ogni ambito è importante a modo suo, ma gli ambiti sconfinano gli uni negli altri, e, certe volte, qualche ambito si arroga il diritto di essere superiore agli altri. In altre parole, volevo dire al professore che la matematica è una disciplina autoreferenziale, e che i brutti voti che mi aveva appioppato a suo tempo erano quindi delle pure illusioni, per cui non era il caso che se ne facesse un cruccio.


 “IL NUMERO UNO”

Sono il numero uno. Anche se non so proprio cosa sto dicendo e a chi, in quanto l’unità, essendo indivisibile, è, ovviamente, assimilabile al tutto universale. È quindi evidente che non posso comunicare con altri al di fuori di me, in quanto non ce n’è, e nemmeno posso comunicare con altri all’interno di me, perché significherebbe che sarei divisibile, e allora che caspita di unità sarei? Per cui, c’è poco da fare: o sono un’illusione io, o lo siete voi. Ma a me, cosa me ne importa?



 
Numero UNO.
Palpito d’Eternità,
ed è già sera.
 
 


“IL NUMERO DELLO ZODIACO”

Dire che ognuno di noi è in qualche modo legato al proprio segno zodiacale, è un po’ come dire che è legato con un numero da uno a dodici. Dato che però è poco elegante una così ridotta incasellatura, ci hanno messo anche gli ascendenti, così che il primo numero sarà compreso fra uno e dodici, e anche il secondo. Così siamo arrivati a dodici dozzine, vale a dire centoquarantaquattro. Le dozzine fanno venire in mente le uova, e il centoquarantaquattro il loro quaqquaraqquare. Dato che però a molti andava un po’ stretta anche questa gabbia, anziché togliere le sbarre hanno pensato bene di aumentarle, rendendole solo un po’ più complicate ed evanescenti, per cui oltre alle costellazioni ci sono i pianeti e la luna, inoltre ci sono case, quadranti, sestanti, e ogni civiltà e ogni scuola ha fatto a gara per inventare delle nuove sbarre, per rendere la gabbia sempre più labirintica. Ma tutto era ancora riconducibile a un numero e, chissà perché, lo si voleva evitare. È così che è nata la Carta del Cielo, che è un misto di numeri, geometria e trigonometria sferica. In quel grafico, facilmente ottenibile in rete fornendo i dati esatti del momento della tua nascita, hai un rendiconto di come si relazionavano pianeti e stelle in quel fatidico giorno, ora, minuto, latitudine e longitudine. Sarà, ma io vorrei tanto sapere qual è il mio numero, e questi calcoli mi sembra che li abbiano inventati per nascondermelo.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:28 )
 

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