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Gian Maria Vinci - il sole ha raggiunto l'orizzonte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 10:02

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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IL SOLE HA RAGGIUNTO L’ORIZZONTE

di Gian Maria Vinci
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 08 febbraio 2009





Andare al di là del nome - potrebbe voler dire raggiungere la persona, al di là della persona, mero corpo, raggiungere l’individuo, lo spirito, l’anima.
 
Talvolta ci distraiamo dalla vita spicciola e ci addentriamo in pensieri che ci portano vicini alla nostra anima, al nostro spirito.

Talvolta, stanchi delle ripetitive banalità quotidiane, siamo invogliati a raggiungere lo spirito, toccare l’anima, talvolta andare anche al di là.

Non mi riferisco a esoteriche ricerche del bene o del male, di mondi paralleli o di inferni e paradisi dai quali la credenza popolare vuole che anime in pena vengano la notte a tirare i piedi di mortali dormienti e non a sussurrare loro i numeri del lotto.

Si, mi riferisco al suicidio, andare al di là di qua, ma per finire dove? Dove si vuole terminare qualche cosa o dove si spera di iniziare qualcos’altro.

Eeeh si, terminare una vita, terminare la propria vita non è mica cosa di tutti i giorni.

Alcuni personaggi hanno pensato per tutta una vita al suicidio e a come suicidarsi, al momento di esalare l’ultimo respiro, attorniati dai loro cari, si sono incazzati un sacco per non essere riusciti a concretizzare il loro desiderio, nonostante i lunghi novant’anni trascorsi.

In effetti si possono cambiare la scuola, le amicizie, il lavoro, ma la vita come puoi cambiarla, se sei fortunato rimani fortunato, se sei sfigato rimani sfigato.

I miracoli avvengono solo nei film e in Vaticano.

Al di là del nome, al di là del fosso, al di là del muro e dietro l’angolo cosa pensiamo di trovare, acculturati o meno, cervelli fini o grezzi - è tutto un sopito quotidiano lavorio per capire cosa c’è al di là - oggi penso io domani pensi tu, ma perché?

Ma perché mi è toccato questo argomento, perché sono sfigato, allora mi suicido.  

Una voce mi dice no no!  tu non puoi, sei già quasi andato di là e di là, più volte, non ti hanno voluto; ecco anche al di là sono sfigato. 

Allora non conviene suicidarsi, ma cosa scrivo, ecco, trovato! posso scrivere di come sarebbe bello morire, senza suicidarsi.

Ora ricordo, sono quasi le ore sei del mattino, il giorno è festivo, mi alzo e mi preparo, alle sette si devono caricare le moto sul furgone, dopo un’ora di viaggio inizia il divertimento puro, sino a sera si scorrazza nei boschi lungo impervie mulattiere e non importa se piove o nevica.

In effetti più di una volta ho sognato quanto appena detto, ma con qualche variante.

Un giorno, un giorno qualsiasi, all’alba di un giorno qualsiasi, di una splendida giornata autunnale, mi alzo, ma subito indosso l’abbigliamento specifico, pettorina, paraschiena, ginocchiere, gomitiere, stivali e quant’altro necessario, quindi inforco la mia ultima moto e parto.

Il paesaggio che attraverso non mi è usuale, stretti tratturi mi portano a raggiungere splendide valli libere dagli alberi, silenziose anche se il vento ti parla intorno, per fortuna non ho tolto il silenziatore alla marmitta e posso sentire anche le acque che scorrono.

Con il passare del tempo il verde dei prati dolcemente lascia il posto ai colori sempre più intensi e cangianti dei boschi che sempre più fitti ancorano ripidi declivi alla montagna.

La fatica comincia a farsi sentire con il sangue che batte dentro il casco, a dire il vero sono gli anni che si fanno sentire, ma l’euforia di essere solo in mezzo a tanta bellezza mi permette di affrontare i secchi tornanti con spirito ancora fresco e a superarli di slancio.

La stessa euforia viene un poco meno quando ai boschi si sostituiscono pietraie di montagna, il muschio steso sulle pietre  bianche – grigie – grigie striate di bianco è un’insidia in più, l’attenzione aumenta, ma la voglia di arrivare in cima a questa piramide di pietra pure, il sudore inzuppa i vestiti, ma non è salutare fermarsi, la meta sembra vicina.

Lentamente avanzo su questa stretta strada, strada che ha visto passare di tutto, pastori, escursionisti, soldati, migranti, commercianti e pensieri.

Pensieri cui non posso dare ascolto per non deconcentrarmi, uno scarto di troppo e potrei trovarmi a rotolare lungo il dirupo che puntualmente ritrovo ora a destra, ora a sinistra.
Il sole inizia a calare, solo ora mi rendo conto del tanto tempo trascorso, ancora un paio di strappi e un piccolo spiazzo mi accoglie, quella è la vetta.

Il mezzo ha finito il suo compito e si spegne, il silenzio mi avvolge steso a guardare lontano, un pensiero alle persone care, agli amici ai quali auguro di salire queste strade di montagna con piglio migliore del mio.

Il sole ha raggiunto l’orizzonte e come sempre sparisce con un ultimo sguardo a ciò che ha potuto riscaldare.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:29 )
 

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