Home Archivio News-Eventi Carmen Bonino - aldilà del nome
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Carmen Bonino - aldilà del nome PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 1
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 09:52

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

ALDILÀ DEL NOME

di Carmen Bonino
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 8 febbraio 2009




Il sole d’agosto arroventava il sentiero sulla collina, facendolo apparire simile a una distesa di ossa disseccate.
La bambina procedeva saltellando, per tenere il passo dell’andatura spedita del nonno, che pure andava appoggiandosi al bastone.
Lei si fermava per raccogliere sassi, riempiendosi le narici dei profumi intensi: origano, rosmarino, zagara, che mischiati a quello del mare, giù in basso, la inebriavano, e ancora per osservare un insetto indaffarato nel cuore di un fiore di cardo. Poi riprendeva la corsa per raggiungere il nonno.
Il vecchio cappellino di paglia a malapena la proteggeva dai riverberi insidiosi, pieno com’era di buchi e i sandalini bianchi lasciavano entrare la polvere e i sassolini. Lei non sembrava curarsene, presa com’era dall’intensità delle emozioni che sempre la travolgevano quando si trovava lì, lontana dalla città, dalla scuola, dal ritmo caotico e rumoroso dei giochi infantili con i compagni.
In questa isola del Mediterraneo, dove i suoi genitori la lasciavano nei mesi estivi alle cure amorevoli del vecchio. Il tempo si fermava e lei pensava che se il paradiso esisteva, doveva essere un posto molto simile a questo, così selvaggio e disabitato, privo di orari da rispettare e di compiti da fare, con un vecchio custode che ne conosceva ogni angolo sperduto ed era felice di mostrarglieli e che sapeva raccontare storie meravigliose.
Persa com’era a osservare una lucertola dai colori inconsueti ebbe un sussulto, alzando lo sguardo e non scorgendo più il nonno sul sentiero, ma poi si avvide di essere in prossimità della spiaggia: il nonno non poteva essere andato lontano. Infatti lo scorse dietro l’ultima curva.
Aveva lasciato il sentiero e sostava eretto su un cumulo di pietre come se cercasse o aspettasse qualcosa.
Lo raggiunse con la sua danza di piccoli salti, ma quando fu lì, l’espressione del vecchio le impedì di tirare la falda lisa della sua inseparabile giacca.
Il riverbero del sole le impediva di vedergli bene il viso, ma avrebbe giurato che quel luccichio negli occhi del vecchio fosse proprio una lacrima.
Si fermò con la manina tesa, e il suo sguardo seguì la direzione di quello del nonno.
Tra i rovi e gli sterpi c’era una pietra, una pietra a forma di stella, il sole si rifrangeva sulle punte e i cristalli mandavano bagliori bianchi e turchini, alcuni aranciati.
Il vecchio si riscosse dalla sua immobilità e si sedette su un tronco caduto all’ombra di un albero lì vicino.
Cercò la borraccia con l’acqua nel tascapane e le sue ginocchia si aprirono per accogliere il corpicino della nipotina, che accettò l’invito, ben felice di rifugiarsi in quel abbraccio sicuro.
Il vecchio usò l’acqua per rinfrescarsi la nuca, poi la offrì alla bambina che si apprestò a berla avidamente.
“Piano,… piano… Impara a dosare le cose: la strada del ritorno è lunga; ti racconterò una storia, così la sete ti sembrerà meno importante.”
La piccola si accomodò meglio, già persa nella voce carezzevole del nonno e alla prospettiva del racconto che, come sempre, avrebbe avuto il potere di portarla in alto come un aquilone.
“Un tempo, quando il progresso non aveva ancora chiamato dal continente, portandosi via quasi tutti i giovani, qui c’erano più anime, non molte per la verità, ma abbastanza da poter dire che questo era un paese.
Vedi quei sette sentieri che partono dalla spiaggia? Ognuno raggiungeva una casa e in ogni casa viveva una famiglia. Ogni famiglia era composta da cinque, dieci persone, soprattutto bambini, tranne la mia, in cui vivevo io con mia madre e mio nonno paterno. Mio padre era partito un inverno che io non avevo ancora cinque anni e non lo rivedemmo mai più.
Ogni famiglia era autonoma, con il piccolo orto, il pollaio, e qualcuna aveva una stalla, con la vacca o la capra per il latte.
Una volta alla settimana, il traghetto veniva dal continente, quando il mare lo permetteva, o una volta al mese, quando i venti erano rabbiosi, e scaricava nel magazzino, là, al vecchio pontile, la posta, il pane, l’olio e le altre cose che qui non si potevano produrre.
Il magazzino fungeva anche da cappella quando, raramente, il prete veniva per dir messa, o quando qualche anima se ne andava per sempre, e sempre lì, la figlia di don Ciccillo, quella che aveva fatto le elementari dalle suore, radunava tutti i bambini che nei mesi invernali non dovevano dare una mano in casa e insegnava loro a leggere e scrivere.
Due bambini in particolare erano sempre presenti, non tanto perché ansiosi di imparare, ma perché da quando erano nati, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, erano inseparabili.
In realtà non si trattava di un duo, ma di un terzetto: il terzo elemento era Stella, la figlia di don Giosuè, anche lei nata la stessa settimana degli altri due, ma quella non la lasciavano andare a imparare:
“’I fimmene non hanno a sapire, ‘I fimmene hanno a sirvire e chistu ce lo impara so matri” tagliò corto don Giosuè quando Maria, la figlia di don Ciccillo salì il sentiero per chiedergli di Stella.
Stella infatti, nonostante avesse solo otto anni, era di grande aiuto per la madre che aveva il suo gran da fare per stare dietro alla suocera, al marito e ai due figli maschi già grandi che lo aiutavano nella stalla e nella piccola vigna: l’unica che fosse stata strappata alle pietre dell’isola.
Passava le mattine a rigovernare la casa, a tirare su l’acqua dal pozzo, a sbucciare le patate e i piselli raccolti nell’orto, a infilare l’ago per la nonna che quasi non vedeva più, ma continuava a fare ricami finissimi che poi venivano venduti in continente.
Ci aveva provato con lei, la nonna, ma Stella era proprio negata. Le sue mani erano più adatte alla mungitura, a strappare le erbacce nell’orto, a tirare la corda del pozzo o intagliare legni per la fionda, che non a correre sul tombolo come danzatrici sul parquet.
In effetti Stella era un vero maschiaccio e svolgeva volentieri i lavori pesanti che le venivano assegnati sempre in trepida attesa delle ore della siesta. Quando tutta la casa dormiva nella penombra degli scuri chiusi, lei tendeva l’orecchio per sentire l’eco di una risata lontana, di un sasso scalciato che rotolava giù per il sentiero e che annunciava l’arrivo di Vito e Salvatore.
“Salvatore!... Come te nonno!” lo interruppe la bambina.
“Sì, come me, tesoro.”
Il vecchio approfittò dell’interruzione per estrarre dalla tasca della giacca un gigantesco sigaro. Lo portò alle narici per assaporarne l’intenso aroma, tagliò l’estremità coi denti e sputò di lato la testa tronca, lo accese e tirò una poderosa boccata, socchiuse le palpebre per assaporarlo bene e per riprendere il filo della storia.
“Quando finalmente Stella li sentiva arrivare, usciva in punta di piedi, scalza, gli zoccoli in mano per non fare rumore e appena fuori dall’uscio: via, verso l’avventura.
Era Vito a condurre la comitiva, lui decideva se avrebbero fatto una corsa giù, fino alla spiaggia, a giocare con le onde, a pesca di ricci, oppure su, a caccia di rospi e salamandre sulle sponde del torrente, o fino alla casa di zì Mattia, per vedere se erano pronte le susine succose del suo albero, o semplicemente a fare scorpacciate di gelsi neri e di fichi d’India che crescevano ai bordi della strada.
Gli anni passarono, i giochi mutarono, ma non l’amicizia fra i tre, che divenne anzi sempre più solida.
Salvatore divenne un adolescente apparentemente gracile, i suoi occhi verdi si perdevano nella foresta dei ricci chiari che si ostinavano a ricadergli sulla fronte nonostante lui li spingesse in alto con sbuffi e nervosi movimenti delle mani, era sorprendentemente elastico e la sua agilità riempiva Stella di ammirazione, niente comunque, a confronto del possente sviluppo della muscolatura di Vito: le sue braccia, le gambe e il torace scoppiavano letteralmente nei vecchi abiti che ogni giorno sembravano restringersi.
Lui sembrava non farci caso, lo sguardo spavaldo dei suoi occhi neri, più neri dei lisci capelli che brillavano come pece sembrava dire: “Qualsiasi cosa io abbia addosso diviene un mantello d’oro sulle spalle di un re!”
Stella lo guardava estasiata.
Salvatore guardava Stella che guardava Vito.
Stella.
Il suo nome bastava appena a descrivere ciò che era diventata.
I suoi lunghi capelli, neri come la notte, incorniciavano il viso perfettamente ovale, in un groviglio di serpentelli agitati; la pelle era insolitamente bianca, appena un cenno rosato a esaltare gli zigomi alti e volitivi, gli occhi: due pozzi profondi in cui si rifletta un firmamento di smeraldi, e la bocca… Labbra disegnate da un pittore ispirato dagli dei: morbidi frutti succosi capaci di dissetare un deserto, sempre pronte ad aprirsi in un sorriso che scopriva collane di perle di denti piccoli e perfetti.
Quel sorriso faceva sempre distogliere lo sguardo a Salvatore che temeva di smarrirvisi per sempre… e contagiava invece Vito che non le risparmiava battute e considerazioni che la facevano arrossire e trasformavano il sorriso in un broncio ancora più delizioso.
Il suo corpo era in perfetta armonia con il viso e con il nome.
Stella era un astro, la cui luce si diffondeva per l’isola impreziosendo ogni cosa.
Vito decideva ancora il programma dei pomeriggi; ora tornavano ancora alla spiaggia, ma scendevano lentamente, Salvatore qualche volta tenendo per mano Stella e Vito dietro, a osservare l’incedere flessuoso di Stella intonando vecchie canzoni con voce profonda e melodiosa.
Andavano al molo, aspettavano il calar del sole seduti sul vecchio pontile, le gambe penzoloni sull’acqua, raccontandosi le proprie speranze.
Vito sempre che diceva: “Un giorno lo prendo io quel traghetto e vado a vincere il mondo.”
Stella e Salvatore tacevano, subito oppressi dall’ansia di una separazione, e Vito che scoppiava in una fragorosa risata
“ Ma dove volete che vada. Io sono figlio di questa isola e fratello vostro. Nulla ci potrà mai separare.”
Un pomeriggio Vito arrivò con un’aria da cospiratore, che gli altri colsero al volo.
Seduti sul pontile guardarono Vito estrarre dalla tasca un oggetto argentato e una piccola bustina: “E’ arrivato il momento delle cose da uomini: oggi si fuma!” 
“Cose da uomini? Anche io voglio fare cose da uomini” proruppe Stella che, se non aveva mai ceduto a una situazione di sottoposta nei giochi infantili, non avrebbe certo iniziato adesso!
“No, tu no!” sentenziò Vito, senza smettere di arrotolare con movimento elegante, la sigaretta che prendeva forma tra le sue dita.
“Perché no?!” Irruppe Salvatore, con un tono che non gli era consueto e che fece alzare lo sguardo agli altri due
“Stella si è arrampicata sugli alberi con noi, ha corso più velocemente di noi quando zì Mattia ci inseguiva con il fucile caricato a sale, non si è mai tirata indietro in situazioni di pericolo: se questa sigaretta lei non la può fumare allora fumatela da solo!”
“Ehi…ehi, come la prendi alta. Io dicevo perché potrebbe farle male… alle donne, si sa, le sigarette fan girare la testa” cercò di mediare Vito.
Intanto la sigaretta era pronta. Vito l’accese facendo saltare la capocchia dello zolfanello con l’unghia, con fare esperto e l’aria del fumatore abituale.
L’oggetto della trasgressione passò di bocca in bocca e alla fine fu Stella, che era riuscita faticosamente a reprimere i colpi di tosse, ad alzarsi per prima.
Fece un passo, poi una piroetta, e avrebbe senz’altro perso l’equilibrio se non fosse stato per l’intervento tempestivo delle forti braccia di Vito.
“Che vi avevo detto? Il fumo non è cosa da donne…” e intanto l’abbraccio ai fianchi sinuosi di Stella si faceva più saldo. Vito l’avvolse ancora di più e le sue labbra furono a un centimetro dalla bocca di lei che teneva la testa reclinata sulla spalla dell’amico.
Salvatore osservava la scena ancora seduto sul pontile; non potendo levare lo sguardo da quel quadro tanto armonioso quanto odiato.
Stella fissò lo sguardo negli occhi di Vito e in quel momento parvero cadere l’una nell’altro.
Salvatore vi lesse la sua condanna definitiva.
Dopo quel pomeriggio, la frequentazione al molo dei tre ragazzi si fece meno assidua, perlomeno si incontravano poco in tre, ma gli incontri fra Vito e Stella divennero più frequenti e di altra natura.
Una sera, Salvatore era al molo da solo, perso nei suoi pensieri, come gli accadeva spesso da quando il terzetto si era sciolto.
La voce di Vito lo colse di sorpresa e ancor di più l’immagine dell’amico vestito di tutto punto con la valigia in mano.
“Ciao Salvatore, finalmente ce l’ho fatta: sai quel parente che risiede in Germania? Mi manda a chiamare, dice che c’è lavoro e che cercano buone braccia: le mie lo sono. Vado a vincere il mondo, dovresti farlo anche tu.”
“E Stella?”
“Stella cosa? Pensavi davvero che volessi ricalcare la vita di mio padre e di mio nonno e del nonno di mio nonno? Sposarmi, fare una caterva di figli e vivere in una casa di pietra aspettando di invecchiare e morire? No, grazie, ho altri progetti. Forse un giorno tornerò.”
“Ma… Stella?”
“Le scriverò, so che mi aspetterà, forse un giorno potrò chiederle di raggiungermi… Forse.”
Passò un anno, Salvatore seppe che Stella ormai viveva sola con la madre. Il padre era mancato l’anno prima e la nonna lo aveva seguito di lì a poco. Anche i fratelli se n’erano andati, tutti e due in continente a cercar fortuna, come la maggior parte dei giovani dell’isola.
Salvatore non aveva mai trovato il coraggio di risalire quel sentiero che tante volte aveva percorso con il cuore gonfio di sogni infantili prima e di speranze d’amore poi.
Una mattina, mentre era al magazzino del molo per ritirare un pacco, vide una pila di lettere sulla scrivania .
“E quelle?” Disse a don Pietro che svolgeva numerose funzioni al molo, tra cui quelle di postino, o perlomeno di smistatore della posta.
“Ah, quelle sono lì da un pezzo, sono quasi tutte per Stella, la figlia di don Giosuè, ma sai, è rimasta sola con la madre malata, non viene mai al molo, e poi, che gliele porto a fare? Ne lei ne sua madre sanno leggere”
“Le dia a me don Pietro, gliele porterò io.”
E così Salvatore riprese il sentiero fino alla casa dell’infanzia.
Stella era più bella che mai, solo una piccola piega incrinava il suo splendido sorriso, una piega di sogno infranto, di malinconia, di delusione.
Il suo sorriso ora si arrestava alla bocca, non risaliva più come un tempo agli occhi verdi illuminandola tutta.
L’astro aveva perso il suo fulgore, ma era ancora bella, bella da togliere il fiato, bella da fermare il povero cuore di Salvatore che ristava fermo sull’uscio senza decidersi tra entrare o scappare.
Finalmente trovò il coraggio di parlare.
“Ti ho portato queste, vengono dalla Germania, credo siano di Vito” disse, porgendole il pacco di lettere trattenute da un elastico. 
“ Grazie Salvatore, ma io non so leggere, ricordi?”
“ Lo farò io per te…se vuoi” disse Salvatore.
Stella posò i piselli che stava sbucciando nell’incavo del grembiule già colmo tra le sue ginocchia leggermente discoste e con le mani abbandonate in grembo si dispose ad ascoltare con gli occhi colmi di attesa.
Salvatore prese una sedia e sparse le lettere sul tavolo, disponendole per ordine cronologico e cominciò a leggere.
Leggeva caro amore… e diceva …caro amore… mi manchi, ti penso, ti amo e lui ripeteva.
Dalla terza lettera in poi, lesse: ...un’altra donna ...lavoro …soldi ...mi sposo …casa ...figlio… E lui pronunciò… ti amo ...mi manchi… aspettami…
Quando finì la lettura improvvisata il sole scompariva all’orizzonte.
Stella lo guardava ancora con lo stesso sguardo di gratitudine, lui si alzò, e nel farlo gli parve che sulle sue spalle gravasse il peso del mondo…
“Tornerò domani” le disse” e se vorrai rispondere io scriverò per te.”
Da quel giorno, Salvatore tornò regolarmente a risalire il sentiero. Un giorno le portò anche un bellissimo scialle nero finemente ricamato che aveva ordinato per posta a Palermo e le disse che arrivava dalla Germania.
Salvatore leggeva e scriveva, Stella ascoltava immobile e lo guardava, con uno sguardo sempre più dolce e malinconico, le sue mani, sempre abbandonate in grembo qualche volta risalivano a giocare con una ciocca di capelli, talvolta sospirava, una mano si appoggiava sul seno, qualche volta una lacrima rigava il suo volto bellissimo e si perdeva tra le sue labbra.
Per anni Salvatore si arrampicò per il sentiero col cuore greve di parole d’amore, un amore che lui trovava il coraggio di esprimere solo celandolo nelle lettere dell’amico.
Stella lo aspettava sempre seduta nello stesso posto, e lo ascoltava sempre più cupa e impenetrabile.
Un pomeriggio Salvatore entrò in casa come sempre e si bloccò nel trovare la sedia vuota. Lo scialle nero, che lei teneva sempre mentre lui leggeva non c’era.
Uscì nel cortile, il sole era alto. Facendosi schermo con le mani per ripararsi dai riverberi, intravide uno svolazzo nero che scendeva alla spiaggia.
Prese a correre col cuore nel tumulto di un presentimento terribile.
Mentre scendeva a perdifiato vide l’ombra nera fermarsi sulla spiaggia per un momento e poi riprendere il cammino verso l’acqua, ma più lentamente.
Quando finalmente fu alla spiaggia, vide sull’acqua distendersi il nero: i capelli lunghissimi di Stella si aprivano tra i flutti come una veste.
Salvatore cadde in ginocchio sulla sabbia, accanto vide lo scialle nero amorevolmente piegato su una pietra: una pietra a forma di stella.
Le lacrime di Salvatore la facevano rifulgere di bagliori bianchi e turchini, alcuni aranciati.”

“Nonno! Che storia triste, che fortuna che tu abbia incontrato la nonna quando sei andato a lavorare in continente. Le storie d’amore su questa isola sono troppo tristi!”
“Sì bambina, sono stato molto fortunato: ho incontrato tua nonna, e poi è nata la tua mamma, e sei arrivata tu, ma non posso fare a meno di tornare sempre in questa terra che è piena d’amore!”
Così dicendo il vecchio sciolse dall’abbraccio la bambina e tenendosi per mano si incamminarono verso la riva del mare.
L’altra mano stringeva forte un vecchio scialle nero in fondo alla tasca.






5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:30 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare