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Beatrice Sanalitro - nuotare, nuotare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 09:48

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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NUOTARE NUOTARE

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 8 febbraio 2009





Nuotare, guizzare, scartare le rocce, le bolle di gas affioranti dal fondo, attento al pesce grosso, alla corrente fredda, a quella troppo calda, alle subdole reti, agli ami perniciosi.
Pesce di mare.
Pesce di fiume, di lago, di stagno.
Pesce.
Occhi sempre vigili.
Corpo lucido, squame fitte e tese, pinne ineccepibili, coda d'ordinanza, sangue freddo davanti ai pericoli della vita acquatica.
Essere pesce è un vanto.
Il vanto consiste nell'essere abitante dell'acqua e, come tale, per una questione di simpatia, essere simile a lei: adatto a vivere tra le molecole distanziate il giusto, né troppo rade come nell'aria, né troppo fitte, come nella terra.
Il giusto: senza dispersione, senza costrizione.
Nell'equilibrio, nella flessibilità, nella dolcezza, nel gruppo e nell'assolo, nel silenzio e nell'esibizione, nella velocità dei cambi di direzione, negli spostamenti dalla superficie al fondo, dal fondo alla superficie: alto, basso, destra, sinistra, più giù, più in là.
Non occorrono particolari soddisfazioni, né pillole, né sedute psicanalitiche, né perdite energetiche per salire o scendere; basta vuotare o riempire una vescica.
L'unico impellente bisogno da soddisfare è l'appetito e, poi, non rimane che bearsi della bellezza dell'Elemento: sorella acqua, limpido scrigno di vita, puro cerchio che sale e prende contatti col cielo; che scende per rendere morbida e fertile la terra, in un incessante movimento in cui, tuttavia, mantiene l'integrità, la verginità, senza mai imputridire, in quanto sterile eppure madre.
Finché si rimane nell'Eden.
Ma l'Eden precipita, s'offusca.
Cosa accade: nell'acqua un primo veleno, un secondo; una schiuma tossica, nociva, e l'acqua s'impregna di cattiveria.
Si tratta di uno sbaglio, senz'altro.
Qualcuno, di fuori, sta prendendo un abbaglio.
Ma l'acqua che accoglie, ricorda, pulisce, guarisce, che nutre coi seni di vetro, ora soffre.
L'equilibrio perfetto è lontano, la vergine è stata violata; il buio ora è torbido, la luce è opaca.
- Pesce, insorgi! -
Se pur non è semplice cambiare Elemento, solleva la testa, combatti il veleno mortale.
Ritrova il tuo numero d'oro, fa' un guizzo.
Recidi le onde che ti tengono a galla, sciogli anche quelle che ti sono compagne da quando risalivi alle origini, verso la fonte.
Taglia flussi e riflussi, cascate e maree.
Da questo momento tu non sai più oscillare, non danzi coi cavalloni, non ti interessa il ribollire della schiuma, non ti frangi, non spumeggi, non gorgogli e non sussurri.
Ora sei un pesce fuor d'acqua.
Cambiare è l'unico antidoto alla morte.
Sì, avverti un problema alle branchie, ma non ci pensare, l'aria ti accoglie, la terra ti sostiene, sì, ti senti spaesato, ma è normale, tutti i pesci fuor d'acqua si sentono così; guardati attorno, sì, non c'è che dire, l'acqua è un ottimo Elemento, ma anche la terra è piacevole.
Dai cambiamenti s'acquista uno sprint particolare, te ne accorgerai.
Ora puoi abbassare le palpebre per isolarti dal mondo: chiudi gli occhi per dormire, per sognare, per non avere paura.
Puoi procedere muovendo le gambe in avanti o retrocedere camminando all'indietro, puoi dirigerti a destra, a sinistra; sì, d'accordo, non puoi scendere dentro la terra o salire in cielo senza supporti, ma che importa?
Le pinne non ti servono più, la coda puoi darla in pasto al gatto, perché la direzione te la dà il cervello. In quanto alla nuova pelle, non è meravigliosa, satinata, morbida e uniforme?
Scoprirai in te nuove capacità, sì, ti vedo perplesso, ma il motivo lo conosci: non ti sei ancora adattato.
Prima o poi questo Elemento compatto, colorato, profumato e saporito diventerà il tuo ambiente, conoscerai altri come te e risolverai le difficoltà.
Pesce fuor d'acqua.
Uno dei tanti. -
- Uno dei tanti. Ah.
Sono uno di quelli che, smarriti, non conoscono lo scopo dell'esser qui, sulla Terra, ai quali, però, non basta dire: “Ci sono.”
No, non mi basta.
Mi sono perso.
Mi mancano i riferimenti, voglio toccare le onde, sentire il fresco massaggio dell'acqua sulle squame, inseguire e mangiare i pesci più piccoli, coprire di muco le uova... -
-    Non sei più un pesce! -
-    Ah sì, già, è vero, non so chi io sia, mi sento turbato; mi manca il potere di un nome: non mi chiamo luccio, non mi chiamo orata, non sono uno sgombro, né uno squalo, né una cernia.
Mi sono smarrito. -
-    Uomo! Ti chiami “uomo!” -
-    Uomo, io sono. Da dove vengo? Dall'acqua. Lì ero avvolto, protetto.
Intendevo il pensiero dell'acqua.
Qui vago scoperto.
La terra, qua sotto, mi manda messaggi nei piedi; il cielo, lì sopra, mi picchia la testa e la pancia si trova nel mezzo, oddio la mia pancia...è spaesata, sperduta, umiliata; le mie sensazioni, nel mezzo; i pensieri, di sopra e la terra è là sotto, è troppo là sotto, è laggiù, oddio, è troppo laggiù...
Anche in cielo mi sento un pesce fuor d'acqua.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:30 )
 

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