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Antonella Filippi - il mercante di tappeti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 09:43

 

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IL MERCANTE DI TAPPETI

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 8 febbraio 2009





Il mercante persiano Kadem aveva nella sua bottega antichi e meravigliosi tappeti: Nain Tabas, Sarough e Isfahan, che venivano dalle pianure centrali del paese, Mashad, della Persia centro-orientale, Tabriz Shasa, filati e tessuti dai pastori del settentrione, freddo e montuoso, Gasghay provenienti dai confini sud-occidentali, semplici Gabbeh e sontuosi Kirman, portati dalle carovane che arrivavano dal sud del paese.
Kadem si recava ogni settimana al caravanserraglio, all’imbrunire, aspettando le carovane provenienti da ogni parte del Paese.
Dal capocarovana comprava i tappeti impolverati, contrattando educatamente davanti a una teiera di forte e dolce tè indiano.
Kadem guardava e riguardava i tappeti, contava i nodi, studiava i disegni, tornava a sedersi, sorbiva il tè e chiudeva gli occhi, valutando i prezzi e calcolando i possibili ricavi.
Nella sera che andava piano piano rinfrescando si alzava, fingeva di allontanarsi scuotendo la testa, al che il capocarovana lo richiamava indietro, versava un’altra tazza di tè e tirava fuori altri tappeti, invariabilmente più belli e pregiati.
Alla fine, quando l’alba stava per bussare alle finestre della città, rendendo rosati i marmi e dorando le cupole delle moschee, Kadem si alzava dai cuscini berberi. e due schiavi si caricavano sulle spalle i tappeti scelti.
Quella volta, però, il capocarovana gli fece segno di fermarsi ancora un momento.

SCELTA:    1. Il capocarovana mostra al mercante Kadem un altro e particolare
tappeto
        2. Il capocarovana gli racconta un fatto

1. Il capocarovana si voltò verso uno dei cammellieri, che era rimasto in attesa in fondo alla sala, accosciato davanti a un piccolo fuoco di sterco, insieme a due pastori. Gli fece un segno e l’uomo raccolse un piccolo pacco, che aveva deposto accanto a sé prima di accendere il fuoco. Il cammelliere nomade, abbigliato con gli abiti blu, il tagelmust e la gandura, il turbante e il velo azzurro scuri che gli avevano tinto la bruna pelle della fronte e del mento di una sfumatura indaco, si era avvicinato e gli aveva consegnato il pacco che, una volta aperto, aveva mostrato un piccolo tappeto da preghiera, con il tipico disegno dell’Albero della Vita, simbolo di fertilità e prosperità.
Kadem, con un sussulto di sorpresa, aveva allungato la mano per prendere il tappeto. L’aveva guardato rapidamente e accarezzato il fitto ordito, poi l’aveva girato e osservato gli stretti nodi senneh e si era lasciato sfuggire un grido quando aveva visto, ricamato in un angolo del lato posteriore, il Mahi-to-hos, il disegno del “pesce nello stagno”, il tradizionale motivo ornamentale di Herat, solo che questo era stato modificato e il pesce sembrava alzare la testa oltre il pelo dell’acqua.
“Mio figlio!” aveva gridato Kadem.

SCELTA:    1a. il capocarovana rivela a Kadem da chi ha avuto il tappeto
        1b. Kadem racconta al capocarovana la storia del tappeto

1a. Il capocarovana, sorpreso, aveva atteso qualche minuto in silenzio. Poi aveva mormorato: Molto spesso le azioni delle persone sono trasparenti e nell’acqua della loro mente nuotano serpenti e non pesci. Nel mese di Tazra, quando fioriscono le rose in Isfahan, mi trovavo in quella città, in cui il principale “ustad”, il maestro decoratore che esegue il cartone del tappeto, poi riprodotto dagli artigiani addetti all’annodatura, aveva trovato un abilissimo tessitore, del quale voleva farmi vedere i manufatti. Costui era arrivato in città da poco, proveniente da Tabriz. Era un giovane gobbo e la vedova da cui abitava aveva saputo che era diventato così per l’ingratitudine verso suo padre. Per l’ira era fuggito dalla sua città natale, e in seguito, avendo compreso il torto fatto, ma vergognandosi e non osando ripresentarsi alla porta di suo padre, essendo un abile annodatore aveva cominciato a creare tappeti in cui riproduceva solo l’Albero della Vita, ricamando sul retro il pesce con la testa fuori dell’acqua, sperando che prima o poi il padre avrebbe avuto tra le mani uno dei suoi tappeti e, vedendo quel simbolo, avrebbe capito che il figlio sentiva la lontananza dalla sua famiglia come il pesce sente la lontananza dall’acqua.
Kadem, con le lacrime agli occhi, aveva sospirato profondamente e scosso la testa, dicendo: Un cammello non prende in giro un altro cammello per le sue gobbe. Io pure ho sbagliato ad agire come se le parole fossero fatti reali. Una parola è come un filo di seta, se lo togli dal tappeto non potrai più rimetterlo dov’era.
Detto questo consegnò al capocarovana un sacchetto di monete, perché tornasse a Isfahan e conducesse con sé, nel prossimo viaggio, il giovane gobbo e lo riportasse a casa.

SCELTA:    1a.1. Il giovane gobbo impara da un saggio che sotto ogni abito c’è
un uomo
        1a.2 Il giovane gobbo impara da un saggio il potere delle parole

1a.1 Il capocarovana rintracciò il giovane gobbo e lo rassicurò sull’affetto del padre e sul suo desiderio di vederlo tornare a casa. La carovana sarebbe partita di lì a pochi giorni e, quando giunse il momento, il giovane si congedò con riconoscenza dall’anziana vedova che l’aveva ospitato. Alla carovana si erano aggregati anche due saggi che dovevano andare da Isfahan a Bakhtaram. Un giorno uno dei due venne urtato da uno degli asini della carovana e lo colpì duramente con il suo bastone. Lamentandosi per il dolore, l’asino si avvicinò all’altro saggio, mostrandogli la schiena ferita e chiedendo giustizia per il trattamento ricevuto. Il saggio si rivolse all’altro e gli disse: “Come hai potuto trattare così una povera bestia?”.
“Non è colpa mia” si difese l’altro “È tutta colpa dell’asino. Non l’ho colpito per capriccio, ma perché mi aveva urtato e sporcato il mio abito”.
Allora il saggio si rivolse all’asino dicendo: “Come posso compensare la tua pena?”
L’asino rispose: “Vedendo un uomo che indossava la veste del saggio, ho pensato che non potesse farmi alcun male. Se avesse indossato abiti ordinari, avrei fatto il possibile per evitarlo. Il mio vero errore è stato di supporre di potermi fidare dell’aspetto esteriore di un uomo. Se volete che egli venga punito, fate in modo che sul viso e sull’abito porti le insegne della sua falsità.”
Il giovane gobbo, che aveva assistito alla diatriba e sentito le parole dei tre, fece un inchino all’asino e si ripromise di imparare a guardare al vero valore e di non confonderlo più con il possesso di abiti, cavalcature, libri e ricchezze.

1a.2 Rinfrancato e felice per le monete mandategli dal padre e rassicurato sul desiderio di quest’ultimo di riaverlo a casa, il giovane gobbo si mise in cammino da Isfahan. Un giorno arrivò presso un’oasi, dove un maestro illustrava agli allievi la notevole efficacia delle parole e come gli uomini soggiacciano a tale potere.
“Le parole, in se stesse, non hanno importanza, sono solo fattori secondari, non fatti reali. Eppure gli uomini si cibano esclusivamente di parole anziché di realtà. Reagiscono positivamente o negativamente in base a parole amabili o ingiuriose.
“Non sono minimamente d’accordo!” aveva ribattuto un allievo, alzandosi in piedi “Le parole non hanno un tale potere su di me!”
Il maestro aveva iniziato a ingiuriarlo: “Razza di impuro cane rognoso! Chi ti ha detto di alzarti! Rimettiti subito a sedere o ti caccio via a pedate!”
L’allievo, rosso in volto per l’ira, aveva ribattuto: “Ma come, proprio voi, maestro, reagite in questo modo indegno?”
“Ti chiedo perdono” aveva risposto pacato il maestro “Non era mia intenzione offenderti o umiliarti. Ti prego ancora di scusarmi”.
A quelle parole l’allievo si era rasserenato ed era tornato a sedersi.
A quel punto il maestro aveva detto: “Vi rendete conto, ora, del potere delle parole? Poche parole ingiuriose hanno ferito una persona e hanno provocato in lui un accesso d’ira. Poche parole amabili lo hanno gratificato. Qualche parola può significare ira o tranquillità! Le parole sono solo fattori secondari, non realtà effettive. Eppure l’uomo non riesce a scrollarsele di dosso e, come imprigionato, si sottomette al loro potere.”
Il giovane gobbo, allora, si era inchinato al saggio e aveva ripreso con più forza il cammino verso casa.

1b. Il mercante Kadem sembrò assorto per un momento, poi si rivolse al capocarovana e gli disse: Questo tappeto, che tu mi hai mostrato, appartiene alla mia famiglia da tre volte tre generazioni. L’avo del mio avo perse ogni suo bene per una parola incauta e allora, dopo aver annodato in silenzio i diecimila nodi e fatto nascere dalle sue mani l’Albero della Vita, per richiamare la fortuna e la ricchezza che aveva perso, ricamò, sulla parte posteriore del tappeto, il simbolo del pesce, a ricordare alla sua famiglia e alle generazione successive il valore del silenzio, proprio come nella storia della rana e del pesce dorato. Non stupirti del modo in cui il tappeto è tornato da me. Alcuni anni fa ebbi un grave diverbio con mio figlio e, a causa delle nostre parole mal dette, ci separammo pieni di acredine. Mio figlio partì recando con sé il tappeto, dicendomi che l’avrebbe venduto e che, passando di mano in mano, forse sarebbe tornato da me: se questo fosse accaduto, voleva dire che l’ira sarebbe stata dimenticata, ma se questo non fosse successo, voleva dire che la ferita era ancora troppo profonda. Sia lode all’Altissimo! Adesso posso attendere il suo ritorno!

SCELTA:    1b.1 Kadem racconta al capo carovana la storia della rana e del
pesce dorato
1b.2 Il capocarovana racconta a Kadem la storia del saggio e
dell’uomo iroso.

1b.1 Pochi conoscono il valore del silenzio - proseguì Kadem - proprio come nella storia della rana e del pesce dorato.
Non l’ho mai sentita - disse il capo carovana. - Raccontamela, se vuoi.
Una rana e un pesce dorato si incontrarono, un giorno d’estate, in uno stagno.
Non ti sembra che io sia bellissimo? gorgogliò il pesce dorato, agitando con eleganza le pinne lucenti.
La rana non rispose.
Posso capire il tuo silenzio - disse il pesce dorato, lanciando alla rana uno sguardo di gioia maligna - Non solo i miei movimenti sono pieni di grazia, ma io intensifico anche i raggi luminosi del sole.
La rana, ancora una volta, non rispose né fece il minimo movimento.
Beh, non puoi dire qualcosa? domandò il pesce dorato, proprio nel momento in cui una gru lo afferrava e volava via.
Addio -  gracidò la rana.
Il capocarovana rise di gran gusto, battendo le mani sull’ampio torace e sulla pancia prominente.
Il tuo avo era davvero un saggio! disse a Kadem.

1b.2 Il capocarovana iniziò: il saggio sa come creare e curare ogni cosa, mentre chi si crede potente è come un bambino, che sa solo ferire e distruggere.
Un giorno, un uomo si recò da un grande maestro e gli disse: Maestro, ho un temperamento iroso. Come posso guarirne?
Hai qualcosa di davvero peculiare... – replicò il maestro – Fammi vedere quello che hai.
Ma adesso non posso mostrartelo! sostenne l’altro.
E quando potrai mostrarmelo? gli chiese il maestro.
Non lo so…, nasce in me in modo inaspettato - disse l’uomo.
E allora - concluse il maestro - non deve essere la tua vera natura. Se lo fosse, potresti mostrarmela in ogni momento. Quando sei nato non l’avevi, e i tuoi genitori non te l’hanno data. Pensaci un po’ su.
Kadem, sorridendo, aveva detto: Davvero, tutti dovremmo pensarci. L’alba fa credere che il giorno sarà lungo, ma ci troviamo a sera senza rendercene conto. E se riempiamo i nostri giorni di forma e non di sostanza, cosa diremo quando dovremo renderne conto?


2. Giratosi verso il fondo della sala, dove, davanti a un fuoco di sterco erano seduti un cammelliere nomade e due pastori, aveva fatto un cenno a uno di questi ultimi, che si era avvicinato. Accesa la shisha, la pipa ad acqua, con il tabacco speziato e mescolato alla melassa per ritardare la combustione e addolcire il fumo, aveva detto al pastore: “Raccontagli quello che hai detto a me”.
Il pastore aveva esordito: “È cieco chi guarda solo con gli occhi. Qualche giorno fa, conducendo il gregge lungo la riva del fiume, catturai un pesce che nuotava controcorrente, dal corpo argentato macchiato da punti neri e rossi. Liberato dalla rete, il pesce mi disse: Rimettimi in acqua, e ti darò un messaggio per il mercante Kadem, che ti ricompenserà per questo. Sorpreso, gli promisi di lasciarlo libero e gli chiesi gentilmente di comunicarmi quanto dovevo riferire. Lui mi disse: Saluta il prospero Kadem, e digli di non tormentarsi per la sua perdita.
Al che, Kadem aveva gridato: Mio figlio!

SCELTA:    2a. Kadem racconta al capocarovana e al pastore la storia di suo
figlio
        2b. il pastore rivela a Kadem il seguito della storia

2a. Kadem, asciugatosi le lacrime, aveva detto: Le parole, in se stesse, non hanno importanza, non sono fatti reali. Eppure gli uomini si cibano esclusivamente di parole, anziché di realtà. Una parola è come un filo di seta, se lo togli dal tappeto non potrai più rimetterlo dov’era. Io sono un mercante e anche mio padre lo era, e anche il padre di mio padre. Avrei voluto che il maggiore dei miei figli traesse profitto dalla mia esperienza e con il tempo subentrasse a me, ma egli, di nascosto, per molto tempo era andato a imparare l’arte della tessitura fino a diventare molto abile e creando anche variazioni di notevole bellezza dei disegni tradizionali. Io fui cieco, allora, a nulla valse vedere il suo viso felice quando mi mostrò le sue opere, a nulla valse vedere il suo viso rabbioso e infelice quando mostrai la mia delusione. Lui mi offese e io lo maledissi, dicendogli che avrei preferito vederlo diventare un pesce piuttosto che saperlo annodatore di tappeti. Il Cielo purtroppo ascoltò le mie parole e davanti a me mio figlio si trasformò in un khaal-ghermez, proprio come tu l’hai visto, e l’argento del fondo è dato dalla trama e dall’ordito, l’incrocio dei fili orizzontali con quelli nel senso della lunghezza, e i punti neri e rossi sono i nodi che creano il disegno. Disperato, per non vederlo morire soffocato dall’aria, lo portai al fiume Komur e lo vidi allontanarsi. Da quanto hai raccontato ti dico che il pesce che nuota controcorrente rappresenta il cambiamento, si rivolta all’ingiustizia e all’inganno, salta fuori dall’acqua; quello che la segue è un pesce morto, come nella storia dei tre pesci.
E coloro che hanno un potere hanno una responsabilità, come nella storia del viandante e del serpente.

SCELTA    2a.1 Il capocarovana e il pastore chiedono a Kadem di raccontare la
storia dei tre pesci.
2a.2 Il capo carovana e il pastore chiedono a Kadem di raccontare la storia del viandante e del serpente

2a.1 Kadem così raccontò al capocarovana e al pastore: C’erano una volta tre pesci che vivevano in un fiume: uno era acuto e intelligente, il secondo credeva di esserlo e il terzo era sciocco e imitava senza capire i comportamenti degli altri due, ma per pigrizia si accontentava di nuotare seguendo la corrente. Un giorno arrivò un pescatore con una rete. Basandosi sulla propria esperienza, sulle storie che aveva sentito raccontare dai suoi parenti e amici e sulla propria intelligenza, il pesce intelligente pensò: Purtroppo ci sono pochi nascondigli in questo fiume, perciò fingerò di essere morto.
Raccolte tutte le sue forze, trattenne il respiro, balzò fuori dall’acqua e finì vicino al pescatore. Visto che non si muoveva, l’uomo lo credette morto e lo gettò nel fiume. Il pesce allora risalì la corrente e si nascose sotto la riva, vicino a un masso.
Il secondo pesce, quello che credeva di essere acuto e intelligente, non aveva capito bene quello che era successo e, per avere delle spiegazioni, si avvicinò al pesce intelligente, che gli disse: Ho finto di essere morto, così il pescatore non mi ha ritenuto buono da mangiare e mi ha buttato nuovamente nel fiume.
Allora, il secondo pesce decise di ricalcare le orme del primo, saltò fuori dell’acqua e cadde vicino ai piedi del pescatore. Non si era ricordato, però, di trattenere il respiro e, sentendosi soffocare dall’aria, iniziò a dibattersi. Il pescatore, accorgendosi che era vivo, lo mise in un secchio pieno d’acqua, poi si mise nuovamente a sistemare la rete. Il pesce con grande fatica riuscì a uscire dal secchio e a gettarsi nel fiume, con grande fatica risalì la corrente andando poi a nascondersi vicino al pesce intelligente.
Il terzo pesce, quello sciocco, neanche dopo aver visto quello che avevano fatto i primi due suoi simili era in grado di trarre vantaggio dall’osservazione e, per la sua pigrizia, aveva capito solo che non doveva respirare. Pertanto si lanciò fuori dall’acqua e il pescatore lo mise nel secchio. Non sapendo quando avrebbe dovuto ricominciare a respirare il pesce morì nella sua prigione e il pescatore, vistolo morto, lo lasciò sulla riva, pasto di vermi e uccelli.

2a.2 Kadem si sistemò meglio sui cuscini, sospirò e disse: C’è un proverbio che dice: “L’opposizione del saggi è preferibile all’approvazione dell’imbecille”. Questa verità è evidenziata nel racconto del viandante e del serpente.
Un viandante, che si stava recando in pellegrinaggio insieme a un conoscente, vide una notte un serpente velenoso infilarsi nella gola dell’amico addormentato.
Se l’uomo avesse continuato a dormire, il veleno lo avrebbe sicuramente ucciso, perciò il viandante percosse il conoscente con il suo bastone, fino a svegliarlo.
Non avendo tempo per spiegare, lo costrinse a ingoiare terra e foglie, poi a bere dell’acqua fangosa.
Cercando di sottrarsi a questo trattamento, il conoscente gridava: Ma cosa ti ho fatto, che tu debba maltrattarmi in questo modo?
Alla fine, l’uomo cadde a terra, vomitando la terra, le foglie, l’acqua putrida e il serpente.
Appena lo vide, si rese conto di cosa era successo e chiese scusa al viandante, ma gli disse: Perché non mi hai avvertito? Se l’avessi fatto non mi sarei ribellato al tuo trattamento!
Il viandante gli aveva risposto: Se ti avessi avvertito non mi avresti creduto, o la paura ti avrebbe paralizzato, oppure saresti fuggito, o avresti preferito riaddormentarti per non pensare. E non ci sarebbe stato più tempo.
Kadem aveva sospirato, interrompendosi per un attimo, per poi continuare: Chi ha un potere, ha una responsabilità dieci volte maggiore. Chi è saggio dispensi la sua conoscenza, chi governa non costruisca sulla corruzione, chi istruisce non disprezzi, chi avvicina alla fede non impaurisca.

2b. Il pastore riprese: Un cammello non prende in giro un altro cammello per le sue gobbe. Quando il pesce che avevo liberato mi disse quelle parole, ne fui grandemente stupefatto, ma promisi di riferirle. Il pesce allora continuò: Un giovane da solo corre veloce, un anziano lentamente, ma insieme vanno lontano. Se l’avessi ricordato, non avrei litigato con mio padre, non avrei lasciato che l’incomprensione costruisse un palazzo tra di noi. Il malinteso è un rampicante che si avvolge attorno all’albero dell’ira, che rende sordi e ciechi.
Io volevo che fosse fiero della mia arte, lui voleva essere fiero di un mestiere.
Io gli chiedevo di sostenermi e anche lui mi chiedeva di sostenerlo.
Entrambi scambiavamo solo informazioni, ma nessuna conoscenza, come le sei mogli di Abu Haidar.
E ora non so cosa fare, non so se mio padre ha perdonato le mie offese come io ho perdonato la sua maledizione. Se solo avessi fiducia, ritornerei.

SCELTA:    2b.1 Il pesce racconta al pastore la storia delle sei mogli di Abu
Haidar
2b.2 Il pastore dimostra al pesce che per potersi abbandonare
bisogna abbandonare

2b.1 Il pesce disse: Quando non c’è fondata conoscenza l’orgoglio prende il sopravvento sulla capacità di ascoltare. Il giovane Abu Haidar era molto ricco e fortunato, e una delle sue fortune era di avere una madre molto saggia e accorta. Dai suoi lunghi viaggi come mercante aveva riportato sei spose, una araba, una turca, una persiana, una indiana, una greca e una spagnola.
Un giorno, quando lui era assente, le sei mogli iniziarono a litigare e ad accapigliarsi. La madre chiese quale fosse il motive e la sposa araba disse: Ho detto che con questo tempo una tiffàha dolce e profumata toglierebbe la sete.
E la turca: Io le ho detto che una elma croccante sarebbe meglio.
La spagnola: No, meglio di una manzana non c’è niente!
E la moglie indiana: Secondo me, solo la sèev è adatta a un tempo così.
La greca: Che sciocche! Non c’è che un frutto: ???? (milo).
La persiana: Io vorrei tanto una sìb, come quelle del giardino di mio padre…
La madre di Abu Haidar, che era molto saggia, rise e disse loro: Potrei accontentarvi tutte con una sola moneta. Tutte voi, ognuna nella sua lingua, volete la stessa cosa: una mela!

2b.2 Cosa temi, nobile pesce? si era meravigliato il pastore. Il timore non va d’accordo con la fede, se ha paura, anche solo un grano piccolo come quello della senape, neanche l’aquila più grande può volare. Che cos’è la fiducia, se non fede che come pioggia scende sulla terra e fa fiorire il cuore? Ricordati la storia dell’uomo inseguito dalla tigre!
Qual è questa storia? chiese il pesce
Il pastore sedette sulla riva e gli raccontò: Un uomo correva, inseguito da una tigre, lungo il bordo di uno strapiombo. Cadde e riuscì ad afferrare alcune sottili radici che fuoriuscivano dalla parete del dirupo. Pochi metri sopra di lui, la tigre lo guardava, ringhiando. Molti metri sotto di lui, un ruscello vorticoso con rocce taglienti e sulle cui strette rive si agitavano decine di serpenti velenosi.
A un certo punto l’uomo si accorse che un topo stava rosicchiando le fragili radici alle quali era appeso.
Pensando che il suo destino fosse segnato, l’uomo gridò: O Signore, salvami!
Sentì una voce che gli diceva: Ti salverò certamente. Ma, prima, lascia andare le radici!






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:30 )
 

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