Home Archivio News-Eventi Alessandra Gallo - acqua
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Alessandra Gallo - acqua PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 2
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Luglio 2011 09:35

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

ACQUA

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 8 febbraio 2009





La mamma di Nico porta l’acqua. Un pacco da dieci bottiglie grandi, ogni santa partita.
Così non dovete bere tutti dalla stessa bottiglia, dice, così ne avete una a testa. Ma quel che la muove davvero, Nico lo sa, lo sente, è una speranza recondita di integrazione.
Peccato che non si possano portare i bicchieri, dice, ogni volta, dopo il fischio finale, quando Nico si avvia verso gli spogliatoi insieme ai compagni, finite sempre per scambiarvi le bottiglie. E, con aria sconfitta, le raccoglie per buttarle. Tutte aperte, alcune quasi vuote, altre piene a metà. Passate di mano in mano durante i time-out, quando la concentrazione sul gioco è tale che non si sa più dove si è appoggiata la giacca della tuta o l’asciugamano, figuriamoci la bottiglia.
Ma tu non puoi tenere a mente di chi sono, scusa?, dice poi, in macchina, girandosi appena indietro verso Nico, mentre il papà guida in silenzio, ancora stordito dal sonno domenicale mancato. Quello che non dice, che non aggiunge, ma che Nico percepisce nel tono esacerbato della frase è visto che non hai molto altro da fare.
Nico sospira. Guarda fuori dal finestrino gli alberi spogli che cominciano a buttare fuori qualche gemma striminzita. Cerca di ricordare se ha finito i compiti, se non abbia ancora qualche pagina di storia o di letteratura da studiare. Si ripropone di controllare il diario, non appena saranno arrivati a casa.
Certo che Robertino oggi non era proprio in forma, eh?, dice la mamma, rivolta verso il marito. Lui conferma scuotendo la testa e grugnendo.
Non passa mai, dice, polemica, continua a voler fare tutto da solo, palleggia, palleggia poi si infila in area, terzo tempo e bam, si va a chiudere in mezzo ai giganti e perde palla, dice. Poi, più dolce, girandosi ancora verso Nico, ma Rovelli in allenamento non gli dice niente? Non vi fa provare qualche assist?
E’ in quel vi che c’è il succo di questi discorsi. Sempre gli stessi, ogni domenica, ogni partita.
Un play-maker è un play-maker, cavolo, dice, scandendo bene le parole, enfatizzandole. E’ esasperata.
Deve fare il gioco, condurlo, mica monopolizzarlo, insiste.
Le strade sono semideserte, le soste ai semafori lunghe, piene di silenzi, senza scopo. Nico scivola in avanti con le gambe, sistema meglio la schiena e la testa, prova a chiudere gli occhi. Ma quella continua. Non ne vuol sapere di lasciar perdere.
Ai miei tempi mi chiamavano Charlie, sai?, dice, una punta dolce di nostalgia nella voce. Certo che Nico lo sa. Glielo avrà raccontato almeno cento volte.
Come Charlie Caglieris, dice, quello sì che era un play-maker. Ah, che begli anni quelli, dice, non c’era mica solo la Juve a Torino, allora, non c’era solo il calcio. Non c’erano solo i maschi soprattutto, dice, ironica.
Pensa, dice, che l’unica squadra con cui perdevamo sempre era proprio la Sisport Fiat, e poi hanno vinto tutto e dovevano andare in serie A, erano bravissime, e quello stronzo di Agnelli glielo aveva promesso, non vi preoccupate ragazze, aveva detto, e invece a settembre bam, si sono ritrovate senza sponsor e via, squadra sfasciata, tutte sparse in giro per l’Italia.
Scuote la testa e soffia fuori l’aria dal naso, a sottolineare il concetto di spreco.
Adesso arriva la pizza, pensa Nico.
Te l’ho detto che una volta ho mangiato una pizza con Morandotti?, dice, eccitata, una mia compagna di squadra aveva una sorella che lavorava come hostess al Palazzetto e allora l’ha invitato. Si gira del tutto, guarda il figlio, e Nico deve rispondere.
Sì, dice, Nico, prodigandosi in un sorriso generoso, me l’avevi detto.
Comunque, dice la mamma, ho un’idea. La prossima volta scriviamo i nomi sulle bottiglie, eh? Così non ci sono più problemi, ognuno ha la sua e non dovete più scambiarvi i germi.
Ok, dice Nico, richiudendo gli occhi.
E nella mente, chiara, l’immagine della prossima partita: il quintetto base, spettinato e sudato, Robertino che ha segnato ventiquattro punti da solo, rosso e ansante, che svuota la propria bottiglia alla fine del primo tempo e poi chiede c’è ancora acqua per favore e Nico, asciutto e riposato, che allunga la mano sotto la panchina e raggiunge la propria bottiglia, piena, l’unica, col nome Nico bello grande e nero, stampatello, perché sia chiaro che sia la sua e non quella di Robertino, e Robertino che gli sorride, gli dà una pacca sulla spalla e si attacca al collo e trangugia, un rivolo di sudore, acqua trasformata, arricchita, piena. Piena di fatica, di gioco, di azioni, di palleggi, di assist mancati, di assist riusciti, di punti segnati, di Robertino, che gli scende dalla tempia giù giù sulla guancia e poi si raccoglie sotto il mento e si gonfia e gocciola e plic cade sul parquet e si sfalda in mille braccia sottili vicino alla scarpa rovinata di Robertino, ma anche alle Nike, bianchissime, nuovissime, ultimo modello di Nico.
Perché le scarpe sono importanti, dice sempre la mamma, e vedrai che un paio bello così ce l’hai solo tu.
Magari un giorno si fa male, magari un giorno ha la febbre, penserà la mamma da bordo campo.
Uno sguardo fugace fra i due. La consapevolezza, forse. Poi, il secondo tempo.






5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:31 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare