Home Archivio News-Eventi Pietro Tartamella - i racconti dell'orologio parte terza
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Pietro Tartamella - i racconti dell'orologio parte terza PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 17:32

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

I RACCONTI DELL’OROLOGIO

parte terza
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2008



Si consiglia di leggere la parte introduttiva de
“I RACCONTI DELL’OROLOGIO”
Vedi Scritturalia 11 febbraio 2007




LA SPOSA IMMORTALATA



Un contadino attraversava la polverosa Piazza dell’Orologio col suo mulo che trainava un carretto di legno logoro. Un sobbalzo improvviso fece cadere una fava che finì per terra tra i solchi lasciati dalle ruote. Due piccioni che volavano di lì andarono a posarsi vicino alla fava. Dapprima le girarono intorno a saltellini. Fattisi più dappresso, il piccione più ardito la beccò. Anche l’altro piccione la beccò. Si misero a beccarla insieme. La fava rimase impigliata ai loro becchi. I due piccioni scrollavano ripetutamente la testa per liberarsene. Intano si erano posati sulla panchina di legno, proprio sotto il lampione dell’orologio, con i becchi imprigionati nella fava.
Arrivarono gli sposi con schiamazzo, seguiti dallo stuolo di parenti e testimoni con il garofano all’occhiello. Ogni matrimonio che si celebrava a Poirino, prima del pranzo cerimoniale doveva passare di lì, in Piazza dell’Orologio, con lo sfondo del lampione in ferro battuto, la panchina, il gelso, la fontana, per le consuete foto-ricordo. Per ultimo, sommerso dalla polvere sollevata dai parenti, veniva il fotografo col cavalletto sulle spalle, la scatola al magnesio, il mantello nero pendente. Scattava foto memorabili. Gigantografie che appendeva alle pareti del suo negozio affinché tutti potessero ammirarle e richiamarlo al prossimo matrimonio di un amico, di un fratello, di un cugino.
La sposa sollevò con la mano destra il lembo del suo abito bianco.
Il fotografo la immortalò con una esplosione di luce al magnesio.
Espose la gigantografia addirittura sui muri esterni del negozio, tanto era venuta splendida e curiosa quella foto. Per giorni e giorni continuò la processione di tutto il paese che veniva ad ammirare la fotografia.
Nell’atto di sollevare con la mano destra il lembo dell’abito, la sposa aveva anche sollevato il gomito. Il braccio aveva disegnato un triangolo. In mezzo al triangolo erano ben visibili i due piccioni che si contendevano col becco la fava.
Il fotografo fu ricordato, come testimonia anche la scritta sulla lapide bianca della sua tomba, come colui che “con uno scatto aveva ripreso due piccioni con una fava”.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





CON LE MANI IN MANO



Un bambinetto con l’elastico ai pantaloncini corti entrò nello spaccio della piazza e acquistò un trancio di pizza con la cipolla.
Per divorarlo in santa pace andò a sedersi con l’acquolina in bocca sulla panchina, vicino alla fontana, ché già lo sapeva si sarebbe unto sino alle orecchie.
Tolse la carta oleata che avvolgeva il profumo della cipolla e del pomodoro.
Si accingeva a prendere con le dita la pizza e a portarla in bocca per il primo morso, quando vide cadere, proprio davanti ai suoi occhi, proprio davanti alla punta del suo naso, nel bel mezzo del trancio quadrato, sul bel rosso del sugo di pomodoro, una sequenza rapida di splash splish splesh giallognoli, biancastri, grigi e marroncini.
Uno degli uccelli incastonati nell’orologio, forse l’Allocco o il Picchio Rosso, o forse tutti e dodici gli uccelli incastonati, gli avevano fatto quel regalo a ripetizione!
Il bambino con l’acquolina in bocca passò a un’espressione schifata.
Non sapeva cosa fare.
Togliere tutto il sugo e le cipolle?
Mangiare solo la crosta?
Togliere le cacatacce con le dita?
E se chiedeva in prestito un cucchiaino allo spaccio?
E se usava una foglia come tovagliolo?
E mettere la pizza sotto l’acqua corrente della fontana?
In quel momento sbucò all’improvviso sulla sua bicicletta un bambino cicciottello, uno di quei bambini più grandi e prepotenti. Con la mano gli portò via il trancio di pizza da sopra la carta oleata. Se la mangiò in due soli bocconi mentre scompariva zigzagando lungo la discesa tenendo il manubrio con una mano sola.
Il bimbo restò con le mani in mano, senza nemmeno sapere che ora era.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





DI QUELLA VOLTA CHE IL CORVO INCONTRÒ LA NUVOLA



Un corvo volava così alto e così veloce nel cielo di Poirino, con giravolte e acrobazie così superbe, che il cielo sembrava tutto suo.
Gli uccelli rinchiusi nell’orologio rischiavano il torcicollo nel tentativo di osservare i suoi aerei funambolismi.
Quand’ecco affacciarsi all’orizzonte una grande nuvola.
“Spostati nuvola, via, via, togliti….!”
 “Sono troppo grande e leggera per potermi spostare velocemente. Per favore, cambia tu la tua rotta” rispose la nuvola.
“Togliti di mezzo maledetta nuvola, non vedi che volo come un razzo!”
Il corvo procedeva diritto e veloce.
“Mi dispiace corvo – ribatté la nuvola – non farei proprio in tempo a togliermi dalla tua traiettoria”
Il corvo saettava sempre più velocemente. Con voce adirata gridò:
“Peggio per te nuvolaccia del malaugurio”.
E si lasciò cadere in picchiata contro la nuvola.
Proprio in quel momento sbucò dalla nuvola il muso farneticante di un aereo.
Il corvo si sfracellò contro l’elica.
Ridotto a pezzettini piccolissimi e invisibili per tutta la sera calò con la nebbia sui tetti di Poirino e dintorni.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





L’UOMO CON VOCE DI COCOMERO



Una Favola di Esopo, sentendo il richiamo dell’ultimo sole di novembre, stanca di starsene rinchiusa nel libro, spiccò un salto oltre le pagine.
Attraversò il giardino e si lasciò alle spalle il grande portone di noce della biblioteca. Giunse in Piazza dell’Orologio. Si mise seduta sulla panchina di legno.
Alla sua destra la volpe. Alla sua sinistra il rovo.
La volpe simulava una caduta e diceva:
“Rovo, io mi rivolgevo a te per avere un aiuto, e tu mi hai conciato ben peggio”.
“La colpa è tua, mia cara – diceva il rovo – ti sei aggrappata proprio a me che d’abitudine sono quello che si aggrappa a tutto”.
Di fronte alla favola bimbetti e femminucce di quattro anni, ma anche di dieci e di quattordici, si erano seduti incantati ad ascoltare, senza nessun timore di starsene con le cosce sulla terra nuda e la polvere.
In quel momento un contadino paonazzo irruppe nella piazza con la vanga. Con la sua grande mano da gigante afferrò per la collottola il nipotino, lo sollevò come un fuscello. Il bimbo restò con le gamba allungate come se ancora fosse seduto per terra.
“Sai chi sono io?” gridò l’omaccione con voce di cocomero alla Favola, sventolandole sotto il naso il nipotino.
“Non saprei, signore” rispose gentilmente la Favola.
“Sono Geremia, la mia terra è qui vicino, dietro il campanile, e cercavo proprio te Favola dei miei stivali!”.
“Mi cercavate signore?” chiese la Favola incuriosita.
“Sì, ti cercavo - tuonò l’uomo - per dirti che sei una gran bugiarda. Lo sai, vero, che sei una gran bugiarda? Ché riempi la testa di mio nipote con fesserie che ti inventi. Lo sanno tutti che gli animali e i rovi non parlano! Cosa vai dicendo dunque a questi bambini?”.
“E’ vero - confessò la Favola alzandosi - so di essere una gran bugiarda. Quello che non so è come si potrebbero chiamare quegli uomini che… parlano con le Favole…!”.
Prese le sue volpi e i suoi rovi e se ne ritornò in biblioteca.

da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





TUTTI NELLA BARACCA



In un angolo della Piazzetta dell’Orologio era stata eretta una baracca di lamiera. Una squadra di muratori, carpentieri, ferraioli, avevano iniziato il restauro del Municipio fatiscente.
Nel buio e nel silenzio della baracca, la sera, il martello si lamentava:
“Oh, che mal di testa!”
Il piccone, che a stento si reggeva su un piede solo, diceva:
“Che stanchezza! Quanto mi duole l’alluce!”
Alla cazzuola era venuto un gran mal di schiena a forza di spargere intonaco e cemento.
La matita grossa e rossa si era graffiata la faccia sui muri.
La livella confessava di patire il mal di mare.
Il muratore e gli altri operai a casa dicevano alle mogli:
“Versami un altro piatto di minestra, che ho una gran fame”.
L’unica a non parlare era la pioggia.
Cadeva a goccioline sulle lamiere della baracca.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella




IL GALLO E IL TRASLOCO



In una delle case che si affacciavano sulla Piazza dell’Orologio erano venuti fin dal mattino presto i facchini per il trasloco.
I mobili, gli scatoloni, le cianfrusaglie, i lampadari, erano ammassati intorno al lampione dell’orologio, pronti per essere caricati sul camion.
Al palo del lampione i facchini avevano appoggiato anche il grande specchio di un armadio smontato. Il sole faceva capolino dal tetto della casa di fronte. I suoi raggi colpirono in pieno il grande specchio e un riverbero di luce accecante e tremolante inondò la piazza.
All’ultimo piano della casa di fronte abitava il gallo.
Vedendo tutto quel riverbero di luce alla sua finestra il gallo si mise a cantare:
“CHICCHIRICHIIIII !…. CHICCHIRICHIIIII !…”.
Dalle finestre accanto, spalancate all’unisono con forza, si affacciarono tutte le galline che abitavano lì. In coro si misero a rimproverare il gallo:
“Oh gallo, hai già cantato due ore fa! E smettila, che bisogno c’è di cantare di nuovo?”.
Il gallo rimase mortificato per quella sgridata collettiva, e gli girava un po’ la testa increstata, perché non capiva bene cos’era successo.
Si affacciò alla finestra. Vide il grande specchio laggiù, appoggiato al palo del lampione. Comprese che era stato il suo riverbero a ingannarlo. Scese di corsa le scale deciso ad attaccar briga con i facchini, con il sole, con lo specchio.
Quando si trovò di fronte allo specchio rimase meravigliato, e incuriosito, nel trovarsi davanti… un altro gallo!
Alzava la cresta. E anche l’altro gallo alzava la testa!
Faceva due passetti, e anche il gallo nello specchio faceva due passetti!
Ne faceva quattro. E anche il gallo ne faceva quattro!
Fece Chicchirichiiii. E anche il gallo dello specchio fece Chicchirichiiii!
Quando finalmente capì che il gallo allo specchio non era un altro gallo, ma era proprio lui, lui stesso medesimo, ne rimase lusingato, così lusingato e contento che cominciò a passeggiare avanti e indietro davanti allo specchio, col petto in fuori, e si mise a cantare a squarciagola guardando con la coda dell’occhio il gallo allo specchio che cantava anche lui.
Finché le galline, spalancate le finestre all’unisono, non gli riversarono in testa una miriade di secchi d’acqua dall’ultimo piano, che lo inzupparono come un pulcino e quasi lo appiattirono. Il gallo smise di cantare.
Poco ci mancò che i facchini non se lo portassero via col camion come una cianfrusaglia del trasloco.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





LA RONDINE SUL FILO E IL GATTO



Il lungo filo ben teso e nero della corrente elettrica attraversava, a una ventina di metri da terra, la piazza di Poirino. Un capo era ancorato alla facciata del Municipio appena ristrutturata, l’altro capo, proprio sotto il tetto, al muro della casa costruita di fronte al Municipio.
Una rondine venne a posarsi sul filo, in prossimità della casa, a pochi passi dal tetto. Solo una rondine su tutto il filo.
Il gatto alzò gli occhi e la vide lassù, nella luce di mezzogiorno, nera sul filo nero.
A quell’ora molti altri animali e gente brulicavano nella piazza.
Il gatto si gonfiò come una minimongolfiera. Con un balzo dietro l’altro si arrampicò sino al tetto e mise un piede sul filo della corrente. Disse:
“Rondine, anch’io sono capace di camminare sul filo”.
E intanto guardava in giù per assicurarsi che gli altri gatti e gli altri animali lo stessero guardando.
Allungò la zampa sul filo.
La rondine fece due passetti indietro.
“Sono un bravo equilibrista” continuò il gatto facendo il primo passo.
La rondine si spostò velocemente di due passettini.
“Vedi che ci riesco!” sentenziò il gatto avvicinandosi ancora.
La rondine si spostò più in là.
Passettini dopo passettini si fece sera. Nella piazza non era rimasto più nessuno. Solo la luce del lampione con gli uccelli incastonati nel vetro, che non potevano vedere il gatto e la rondine, ma potevano sentire il rumore dei passettini e la voce del gatto. Quando il gatto fu proprio a metà del filo, nel centro della piazza, la rondine spiccò il volo e lasciò il gatto solo in bilico sul filo.
Completamente solo, senza più spettatori, senza più antagonista, il gatto strabuzzò gli occhi. La vista gli si annebbiò, comincio a tremare. Il filo ondeggiava e produceva un sibilo. Il gatto non seppe più muoversi, rimase statico e tremante senza riuscire a procedere di un passo, senza riuscire a tornare indietro.
Fare un salto da lassù sarebbe stato pericoloso anche per lui che aveva sette vite. Rimase sul filo a miagolare e a piangere tutta la notte.
Solo al mattino vennero a prenderlo i vigili del fuoco con una lunga scala.
La sua voce era roca. Il pelo ispido come le saette di Giove.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





IL GRANO E LA LANA



All’abbeveratoio della piazza si erano fermati a bere il mulo e il cavallo.
Il padrone, seduto sulla panchina a fianco, aveva aperto il tascapane. Dal fiasco ricoperto di paglia tracannava a garganella un buon vino rosso. Con il coltello a serramanico tagliò una fetta di formaggio.
Il mulo portava sulla schiena un carico di duecento chilogrammi di grano, concentrato in quattro sacchi che, mentre beveva, lo facevano barcollare per la fatica e lo sforzo. Il cavallo portava duecento chilogrammi di lana che facevano un gran volume, ma non barcollava.
Disse allora il mulo al cavallo:
“Che ne diresti di scambiarci il carico? Il mio è troppo pesante, mi sento troppo affaticato, non so se riuscirò ad arrivare vivo alla fattoria”.
“Amico mio - rispose il cavallo – hai proprio una bella testa! Quando siamo partiti hai scelto tu di portare il grano; vedendo il suo volume più piccolo hai pensato che fosse più leggero, ma porti sulla schiena duecento chili di grano. Io porto duecento chili di lana. Il volume è diverso, ma sono sempre duecento chili”.
“A me sembra che tu faccia meno fatica e, come è vero che sono un mulo, il tuo carico è più leggero”.
Gli uccelli imprigionati nell’orologio, dalla loro fissa immobilità ascoltavano quelle parole e il gorgogliare del vino, curiosi di sapere cosa avrebbero fatto il mulo e il cavallo.
“Ma se l’idea ti fa star meglio, non c’è nessun problema a scambiarci il carico” concluse il cavallo.
Si scambiarono il carico.
Ora il grande volume delle balle di lana sommergevano il mulo.
All’inizio il mulo si sentì sollevato: il peso della lana gli sembrava davvero più leggero. Ma le balle di lana il cavallo le aveva disposte sulla schiena del mulo non perfettamente in equilibrio: il peso pendeva da un lato.
Quando si misero in cammino il mulo cominciò a sudare e ad ansimare per la gran fatica. Strada facendo chiese di nuovo al cavallo se voleva essere così gentile da fare di nuovo il cambio.
Il cavallo rispose che erano sempre duecento chili, e non fu così gentile da fare di nuovo il cambio.
Giunsero alla fattoria. Il mulo stramazzò a terra.
Morì convinto di essersi sbagliato: non era il grano a pesare di più, ma la lana.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella






5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Febbraio 2013 16:40 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare