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Fanny Casali Sanna - la rondine sul filo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 17:02

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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LA RONDINE SUL FILO

di Fanny Casali Sanna
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 9 novembre 2008




Tornava al suo paese dopo trent’anni. Anche quando se n’era andato era primavera…
Ricordava la giornata tiepida d’aprile, il sole già caldo che gli riscaldava le spalle, la brezza che gli muoveva appena appena i capelli, qualche nuvola lontana che gli ricordava bastioni di castelli inespugnabili, le case ancora “addormentate”, solo una finestra qua e là aperta sulla cucina dove già qualche donna impastava il pane, le porte tutte socchiuse (usava così, non c’era bisogno, soprattutto in un paese piccolo come quello, di chiudere a chiave, tutti si conoscevano ed era come se appartenessero a un’unica famiglia), la campana non aveva ancora suonato le sei, ma il parroco aveva già aperto la chiesa e si apprestava a celebrare la prima Messa; un po’ più da lontano arrivava il pianto insistente di un neonato e lui… Lui con le mani in tasca serrate a pugno che avanzava lungo la strada principale ancora furente e tutto rosso di rabbia… Lui, con il suo piccolo zaino sulle spalle dove aveva gettato qualche indumento alla rinfusa, deciso, questa volta, ad andarsene per sempre, dopo l’ennesima lite con il padre. Aveva ancora nelle orecchie la sua voce che gli gridava dietro: “Vattene via da questa casa… Non sei più mio figlio!...” e quella della madre, disperata che lo supplicava di tornare indietro, il pianto della sorellina più piccola che si era svegliata per le urla.
No, quella volta no, quella volta aveva deciso di andarsene davvero per sempre, e aveva giurato che non sarebbe mai più tornato indietro.
All’uscita del paese si era voltato un momento per dare un’ultima occhiata… Là in fondo c’era la casa della ragazza di cui era innamorato e che contraccambiava il suo amore, ma… in segreto! Né lui, né tantomeno lei si erano mai confidati il loro reciproco sentimento e avevano continuato ad amarsi così, un amore fatto solo di teneri sguardi, qualche frase scambiata per strada incontrandosi per caso, un paio di balli folkloristici alla Festa del Santo Patrono.
La casa era silenziosa, dormivano ancora tutti e le finestre accostate non lasciavano intravedere nulla. Aveva sospirato malinconico e poi, così, a un tratto, quasi automaticamente aveva tirato fuori dallo zaino la sua piccola macchina fotografica e aveva scattato una fotografia.
Un ultimo sguardo e poi… Via! Deciso, senza pentimenti, senza rimpianti, senza rimorsi, convinto di aver fatto la scelta giusta, ma, soprattutto, senza una meta precisa.
Non aveva nemmeno preso la corriera, l’unico mezzo pubblico che tutti i giorni arrancava lenta su per la salita e se ne scendeva dopo un paio d’ore verso la città “grande”.
Se n’era andato a piedi, la strada era lunga, ma lui, carburato dalla rabbia feroce che gli ribolliva dentro, non aveva neanche sentito la fatica, e una volta arrivato in città aveva deciso di andare finalmente a vedere il mare, quel mare che non aveva mai visto, ma solo tante volte immaginato dai racconti di qualche paesano che si era avventurato un po’ più lontano da quel piccolo mondo e di qualche turista capitato lì per caso, ma più probabilmente per sbaglio.
E proprio sul mare aveva costruito la propria vita, varcando tutti gli oceani, attraccando in porti lontani, tutti uguali, tutti inesorabilmente estranei… Aveva avuto molti amori rispettando quel vecchio luogo comune: “una ragazza in ogni porto”, ma mai nessuno gli aveva dato il calore di quegli sguardi, quelle piccole parole, quei timidi, casti balli che aveva scambiato con la “sua” ragazza di paese e così non aveva trovato una compagna disposta a volergli bene veramente, ad amarlo con tutta se stessa e a dividerlo con il mare, aspettando giorno dopo giorno con pazienza e abnegazione e accontentandosi di averlo per sé ogni tanto, così, saltuariamente, ma mai per intero, perché gli uomini di mare non lo lasciano mai completamente, semplicemente… Gli appartengono e il loro pensiero non se ne stacca mai del tutto, è un richiamo irresistibile come quello delle sirene, è come un’onda che, appena arrivata sulla spiaggia, già si ritrae per ritornarvi.
Non aveva figli, o perlomeno, non ne era a conoscenza, ma non si sentiva neanche solo, aveva abbracciato quella vita e ne era diventato suddito fedele.
Al paese non era mai più tornato, non aveva neanche mai scritto alla ragazza, chissà che fine aveva fatto? Se la immaginava sposata a qualche ragazzotto del borgo o, al limite, di quello vicino (era molto bella e già allora aveva molti corteggiatori, cosa che lo faceva andare in bestia) con almeno due o tre figli….
Dei suoi genitori e della sorella non aveva più saputo nulla, ogni tanto pensava alla madre, ma distoglieva subito il pensiero, perché “sentiva” nella mente il suono disperato della sua voce e gli faceva troppo male…
Al padre no, al padre non aveva mai più voluto pensare, anzi, lo odiava sorretto da un orgoglio granitico che, col tempo, l’aveva sempre più convinto di essere nel giusto.
Anche per la sorella, se mai aveva resistito a vivere lì, immaginava lo stesso destino della ragazza: un matrimonio più o meno d’amore (o più probabilmente voluto dal padre-padrone) e dei figli, chissà quanti?
Ecco, questa era una cosa che un po’ gli dispiaceva: avere dei nipoti e non saperne nulla.
Un giorno, mentre si trovava nello store di un grande porto per fare alcuni acquisti, incontrò un uomo la cui espressione gli parve di aver già visto e si accorse che anche l’altro lo stava fissando con insistenza, anzi, si stava avvicinando per parlargli e scoprì così che era stato un suo compagno di scuola alle elementari…
E fu da lui che seppe che il padre era morto poco dopo che lui se n’era andato, che la madre e la sorella avevano continuato ad abitare lì fino a che anche la mamma, dopo una breve malattia se n’era andata e la sorella, troppo timida e riservata per sposarsi, aveva deciso di ritirarsi in un convento lì vicino.
La casa ora era disabitata e… anzi…. C’era stato un notaio che tempo prima aveva cercato in molti modi di mettersi in contatto con lui, perché ora ne era diventato il proprietario e si dovevano espletare le pratiche del caso, ma non era riuscito a rintracciarlo neanche chiedendo aiuto alla polizia.
Anche la fidanzatina non aveva avuto un futuro molto roseo, per un po’ l’aveva aspettato sperando che, prima o poi, lui si facesse vivo, ma poi si era rassegnata e comunque non aveva voluto sposare nessuno dei molti pretendenti che si erano presentati alla sua porta e ora, dopo la morte dei genitori, continuava a vivere con i fratelli facendo loro, praticamente, da domestica.
Era stato proprio da quell’incontro che gli era balzata addosso un’improvvisa e inaspettata voglia di ritornare al paese, no, non per la casa, di quella non gliene importava nulla, l’avrebbe data in dono al convento della sorella, ma così, voleva semplicemente rivedere il suo paese natale. Non aveva la minima intenzione di tornare a viverci, assolutamente! Ormai lui faceva parte della “gente di mare” e non si discuteva, anzi, si chiedeva spesso come aveva potuto lui, così marinaio, nascere in quel luogo di campagna.
Ed eccolo lì, dopo trent’anni, a imboccare di nuovo la strada principale. Aveva lasciato l’automobile un po’ lontana, preferendo fare la strada a piedi come quando se n’era andato, ancora una curva e sarebbe sbucato davanti al borgo. Suo malgrado il cuore gli batteva forte dall’emozione, ma… ma quello che vide non era il suo paese!
Nulla di tutto ciò che si ricordava era più così come nei suoi ricordi, la strada principale, ormai asfaltata, saliva ripida, ma agevole, l’avevano anche allargata e le automobili erano posteggiate da entrambi i lati. Le case non avevano più il loro colore grigio originale, ma erano state ridipinte con colori sgargianti, alcune avevano aggiunto terrazzi e verande e tutte avevano le porte ben chiuse, anzi molte avevano addirittura dei robusti cancelletti di protezione.
I trogoli dove le donne andavano a lavare e a chiacchierare raccontandosi le ultime novità, erano stati abbattuti e al loro posto troneggiava una gorgogliante fontana sovrastata dalla statua marmorea di una bimba che versava acqua da una brocca.
Persino la chiesa era cambiata, erano stati aggiunti degli stucchi alla facciata e una piccola casa a lato per il parroco che prima dormiva in una stanzetta nel retro della sacrestia.
In giro non c’era nessuno. Si fermò di botto, stupito e quasi spaventato da tutte quelle novità, si ricordò improvvisamente di qualcosa, armeggiò un po’ e tirò fuori dalla tasca della giacca un portafogli e da lì, con mille cautele, perché ormai era diventata ingiallita e fragile, prese una fotografia, quella che aveva fatto trent’anni prima in un’altra mattina di aprile. La guardò attentamente distogliendo ogni tanto lo sguardo e facendolo vagare intorno per confrontare le immagini…
E già nulla era più come prima, in tutti quegli anni aveva continuato a immaginarselo così… Memoria tenace e inconfutabile e invece, ormai, era solo fantasia, ricordo immaginario….
Posò ancora una volta lo sguardo sulla fotografia, poi di nuovo lo alzò e… No, non tutto era cambiato, qualcosa era rimasto, uguale e intatto. Sorrise. Una rondine appollaiata sul filo della luce lassù in alto lo stava guardando curiosa. Riguardò la foto, anche allora, trent’anni prima, aveva immortalato una rondine sul filo…
La rondine ora muoveva allegramente il suo capino nero. Non era volata via spaventata, anzi era perfettamente a suo agio, sembrava quasi che lo stesse aspettando per dargli il bentornato come si fa a un “figliol prodigo”.
Lui, rassicurato, sorrise di nuovo, raddrizzò le spalle e, a testa alta, entrò nel paese.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:33 )
 

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