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Fabia Binci - cinque-sette-cinque PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 16:56

 

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CINQUE - SETTE - CINQUE

di Fabia Binci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2008





Ho un piccolo segreto, ma piccolo davvero. Ha solo diciassette sillabe disposte su tre versi: cinque-sette-cinque, il mio bioritmo esistenziale. Mi aiuta a vivere, a durare, a sentire, istante per istante, il mio respiro nel respiro delle stagioni: “fibra docile” del cosmo.
Com’era la mia vita prima che si modulasse sul ritmo del cinque-sette-cinque?
A volte me lo chiedo, ma non riesco neppure a ricordare quando sia scoccata la scintilla, l’innamoramento. Comunque sia andata, devo aver “sentito” subito che quella era per me la strada, o meglio era la luce che la strada rischiarava: una favilla balenante, una lucciola appena, che esce dal buio e nel buio rientra, ma lucciola dietro lucciola, il percorso è tutto uno scintillio, un’esplosione di vitalità e gioia. Sto parlando naturalmente dell’haiku, il piccolo componimento di matrice giapponese che trovò la sua forma esatta con Bash? nel XVII secolo.
 

furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

vecchio stagno
una rana si tuffa
suono d’acqua



Cinque-sette-cinque: l’immobilità di un antico specchio d’acqua che si risveglia al tuffo della rana. Il vibrare dell’acqua richiama al presente. Un paesaggio metafisico e simbolico, d’assoluta purezza.
E da allora piovono rane dagli haiku, come dal cielo nel film “Magnolia” di Anderson, ma non è una pioggia catartica o apocalittica. Piovono a una a una, sono prove d’autore, piccoli testi in cui gli autori si confrontano con il Maestro.
Ecco rane in contemplazione davanti alla montagna, o accovacciate a studiare le nuvole o con le zampe quasi giunte in preghiera. Ecco la raganella che con caute mossette sale sul tronco scivoloso di un banano. Ecco il piccolo ranocchio che sembra riverniciato di fresco, a primavera, come le staccionate dei giardini. Ecco il ranocchietto che Issa sostiene e incita nella lotta contro il ranocchio palestrato.
Nel mio bagno, proprio sopra la vasca, ho appeso un poster coloratissimo in cui apre i suoi petali una splendida gerbera, dal cuore della cui corolla fucsia sembra stia per spiccare il salto una rana.
“Prima del tuffo” vi ho scritto con un pennarello blu. Tutti in famiglia lo hanno accettato. Fosse stata l’unica rana in casa mia avrebbero forse provato a farmi desistere. Da tempo ormai convivono con noi rane di materiale vario e forme le più bizzarre, su questa o quella mensola, tra i cristalli di quella vetrinetta o tra gli scaffali della libreria.
La più cara per me è una rana-origami regalatami da un’amica a Kyoto. Mi trasporta lontano, in un mondo avvolto da una foschia dorata. Un mondo fluttuante, dove tutto appare impermanente e per questo prezioso, dove gli istanti sono gemme d’eternità. Un mondo nato dalla danza della dea del sole Amaterasu.
Mi riferisco, ovviamente, al Giappone classico, dove gli uomini hanno stabilito un particolarissimo rapporto con la natura. I giapponesi in altro campo devono molto ad altre culture, ma non in questo. Nei racconti del mondo fluttuante Asai Ry?i invita a “vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse dell’acero”.
La natura si lascia entrare nelle case, attraverso pareti mobili, ampie vetrate e pannelli traslucidi di carta di riso che la luce del sole riesce a fendere. E tutto è uno splendore di verde.
Il clima è così umido che anche le pietre si inazzurrano di muschi e licheni fino a germogliare e ti tolgono il respiro le azalee giganti ai bordi delle strade o il rosso fiamma degli aceri in autunno. Ogni scampolo di terra è un giardino, a volte fatto solo di rocce, sabbia e pochi fili di verde disposti secondo le regole zen. E ponticelli e steccati e lanterne. Nessuna sfida agli dei: tutto è effimero, e non la pietra ma il legno si privilegia nella costruzione di santuari ed edifici. Ti accompagna il profilo lontano di monti e il tremolar dell’acqua - laghetto, stagno o mare.
Per arrivare alla perfezione dell’haiku ci voleva un paesaggio così, che esalta nella bellezza delle cose umili e modeste il fascino dell’incompiuto, mentre in occidente la pietra urla il suo titanico assalto ai cieli.
Ogni istante è importante. Questo è il mio piccolo segreto e lo devo agli haiku e alla poesia che in essi respira.
A chi mi chiede come possa essere poesia un componimento di sole diciassette sillabe, in genere non ho voglia di dare risposta, perché l’haiku è qualcosa che devi essere disposto ad accogliere. A volte rispondo che la poesia, come un acrobata che saltella anche alla sbarra di un solo verso, non dipende dalla lunghezza del testo, come due pennellate magistrali nell’angolo di una tela non possono essere squalificate come scarabocchi di bimbo, perché sono opera d’arte e richiedono assoluta padronanza formale.
L’haiku non si compone, si vive, è uno stile di vita, un attraversare leggeri il mondo senza la prepotenza di un ego ipertrofico che pretenda di marchiare, ordinare, catalogare, capire tutto.
Haiku è lasciar entrare la natura in te, avvertire l’intima bellezza di ogni momento e sentirne la fugacità, ma senza soffrirne.
È una via di ascesi e ti può aiutare moltissimo.
Me ne sono accorta quando inaspettata è caduta su di me la mannaia di una malattia che un tempo si diceva incurabile. Allora ho capito che il tempo, quando si misura dapprima in ore (vediamo se mi risveglio dall’operazione), poi in giorni (aspettiamo la conferma dell’istologico), poi in settimane (come andrà il controllo?), poi in mesi, poi in semestri, infine in anni, diviene praticamente eterno e ogni secondo acquista un’importanza infinita.
Una giornata diventa un territorio immenso da attraversare. Ogni mattino la magnificenza del mondo che con te si risveglia ha la grandezza di un canto gregoriano, lento, solenne.
La mediazione della natura permette a me, cristiana, di arrivare a Dio più facilmente, ricomponendo la frattura tra il mio essere e il mondo. Dio lo raggiungo anche attraverso questa foglia che nei colori dell’autunno ha la bellezza di un fiore.
Eccolo il mio segreto: non sciupare neppure un granello della sabbia che sta scivolando via dalla mia clessidra.
Innesta nel tempo la speranza. Fai bene quello che stai facendo (age quod agis) senza presumere. Se puoi, fallo con gioia. E qui entra in scena l’haiku da cui ho appreso la gioia di guardare intorno a me a 360 gradi, con tutti e cinque i sensi all’erta per percepire il minimo variare delle stagioni, sentire la bellezza di tutto ciò che è intorno a me, entrando in comunione con la natura.
E divento quello stelo imperlato di rugiada, quel grillo che mi sorveglia mentre stendo il bucato, quel piccolo rospo grigio-verdastro che è entrato dal giardino e mi ascolta parlare di haiku, quel ramo fiorito di ciliegio che in via Giappone allarga i suoi rami.
Esiste qualcosa che possa eguagliare lo splendore di un ciliegio fiorito? In Giappone si esce prima dai posti di lavoro per andare ad ammirare in gruppo la fioritura (hanami) dei ciliegi nei parchi. Si fa festa fino a sera inoltrata e si bevono tazze di sakè. Sarebbe velata la bellezza dei sakura, dice graffiante Issa, senza la bevanda di riso fermentato.
Il ciliegio, fiore nazionale del Giappone, è il simbolo del samurai, che prima di sfidare la morte si spoglia di ogni passionalità partecipando alla cerimonia del tè e come i fiori di ciliegio, hana, rifulge di vigore e grazia, ma ora è e tra un po’ non sarà più. Non in questa forma, almeno.
Ora sono, dunque vivo. Haiku è ciò che avviene qui in questo istante, in questo silenzio soffice come una nevicata a larghe falde che tutto assorbe, in cui risuona il minimo rumore, il fruscio di una pagina che si gira, il suono attutito di un cellulare silenziato, il verso dell’uccellino che scandisce le ore dall’orologio alla parete, il calpestio sommesso di qualcuno che si muove, una risata subito spezzata.
Haiku è questa lama di luce che proietta sul pavimento l’ombra delle finestre, è il profilo dorato del salice in giardino, le foglie del glicine dai toni aranciati, il verde sontuoso del nespolo, il profilo biondo di Anna in penombra, così assorta nel suo scrivere, l’ombra della sua mano in movimento sul foglio bianco, una figuretta dai contorni netti nel vano della finestra.
Sabi: silenzio, molecola fondamentale dell’haiku. E mente sgombra da nebbie e foschie, come uno specchio limpido. Una coppa piena non può contenere nulla.
Wabi: qualcosa avviene all’improvviso, il gracchiare di una radio rompe il silenzio, qualcuno si scusa. Ritorna il silenzio, le lancette dell’orologio girano senza tregua. Ogni cosa corre verso il suo fine, ma quanta dolcezza in questo scorrere lento, certo un po’ di malinconia, ma lieve lieve (aware) per ciò che passa e dà ai ricordi la risonanza di una cattedrale, come qualcuno ha detto, certo pensando anche a Proust.
E lo yugen dov’è? A cascina Macondo, è sempre yugen, sospeso nell’aria come un fascino misterioso e indistinto.
Non è un segreto difficile da comunicare il mio, ma bisogna essere disposti ad accoglierlo, non essere così improvvidi da sciupare ogni attimo tra nostalgia del passato e ansia per il futuro. Sintonizzarsi sull’hic et nunc e viverlo davvero. Senza angoscia, con serenità, consapevoli che tutto passa e anche questo dolore, questa preoccupazione passerà. E naufragar m’è dolce in questo mare.
Funziona davvero e non solo assicura uno sguardo sereno sulle cose (quasi le guardassimo, come il dottor Fileno, con un cannocchiale impugnato a rovescio) ma allontana anche il morso del dolore, regalando la gioia di sentirsi vivi e partecipi dell’armonia del tutto.
Ve lo garantisce una che ad oggi, dall’ora X (in cui l’ineffabile signora l’ha sfiorata e sussurrato “Preparati, ripasserò tra poco”), ha già vissuto con questa consapevolezza circa centocinquanta milioni di secondi, quarantamilaottocento ore, se preferite millesettecento giorni. E nel conto ci mette anche le ore trascorse a dormire, perché se durante il giorno si vive con lo spirito dei viandanti dalle suole di vento (haijin), la notte è una splendida avventura, tutta da vivere. Nessuna paura per gli incubi. Di lì a poco ci risveglieremo e che gioia accorgersi che era solo un brutto sogno, mentre fuori c’è il sole, raggi di luce tra il fitto fogliame, o piove a dirotto e dalla grondaia zampillano torrentelli d’acqua chiara. E nei giorni di vento stupirsi dei rami d’acacia che sembrano slanciarsi in volo.
Cinque-sette-cinque. Il mio segreto è proprio piccolo: si può annotare in un taccuino bonsai. Non è difficile da ricordare.
Bash? diceva “A scrivere un haiku basta un ragazzino alto come un germoglio di bambù”(noi diremmo: “come un soldo di cacio”). E intendeva dire che è necessario liberare lo sguardo dalle scorie che annebbiano la vista, ritrovare lo stupore del bambino che osserva i piccoli fatti e coglie la bellezza del quotidiano.
E questo non è facile, ma si può imparare.



un pettirosso
nel mezzo della strada
primo mattino


fitto fogliame
raggi di luce chiara
i crisantemi


un corvo nero
la legna accatastata
le caldarroste


fiori di brina
e zucchero e frittelle
antico inverno


la strada sale
curva pericolosa
vento a folate


fiori di loto
creta color biscotto
acqua piovana


vento impetuoso
rami d’acacia in volo
radici a terra


sul foglio bianco
getta ombra la mano
tracce di vita


lungo il canale
lenta la bruma sale
ombre fugaci


scendono a pioggia
flessuosi rami e foglie
il vecchio salice


sgrana rubini
sui rami scheletriti
un melograno


tralci di edera
tra maschere di creta
sorriso etrusco


piccoli soli
tra le foglie brunite
cachi d’autunno


spine su spine
e su un tappeto verde
i girasoli


quattro stagioni
in quieta fila indiana
a punto croce


Eleonora
Gianni Patrizia e Anna
qui intorno a me


luce d’autunno
sfarfallano le foglie
rosse dell’acero


a primasera
foglie gialle d’autunno
una chiesetta


il rosso fiamma
salda la terra al cielo
d’autunno gli aceri


e nel silenzio
dalla cascina accanto
il gallo canta






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:33 )
 

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