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Carmen Bonino - una mano immaginaria PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 16:39

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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UNA MANO IMMAGINARIA

di Carmen Bonino
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 9 novembre 2008





Mamma…. anzi, mhmh.
E non ti sei più fermato.
Hai capito che quello era il modo per uscire dall’uovo, il primo, vero tic, tic al guscio che ti separava dal resto del mondo. Più efficace dei vagiti che fino a quel momento erano l’unico richiamo che conoscevi, ma che metteva in agitazione l’altro.
L’altro che per te non era altro, eri tu.
Quando hai detto mh..mh, non hai suscitato agitazione, ma esultanza, sorrisi, baci, giravolte: funzionava! Eccome se funzionava!
Dopo quella parola per un po’ ti sei fermato, d’altronde l’immensità di quella realtà era tale che dovevi riflettere: allora non ci sei solo tu!!…Quella…cosa che quando piangi accorre per prenderti in braccio e soddisfare le tue aspettative, metterti una cosa dolcissima in bocca, toglierti quella sensazione insopportabile di umidità nelle zone basse, cullarti finché i tuoi occhi si chiudono e tu sprofondi in un nulla fantastico non è una parte di te!…E se dici mh…mh fa un sacco di cose buffe che ti piacciono e ti rendono felice.
E’ iniziata così la lunga fase di specializzazione.
Dirai mamma, papà, pappa, cacca, pipì, pupù, imparerai che esiste un modo per definire ogni cosa e che ogni parola imparata ti avvicina di più alle cose, alle persone.
Più tardi imparerai che le parole da sole non bastano a soddisfare i tuoi desideri, ma conta anche il modo in cui le userai, come le metterai insieme, il tono con cui le dirai, le espressioni che avrà il tuo viso quando le pronuncerai.
A scuola ti insegneranno a scriverle, a cercare nei libri quelle che non conosci, perché ce n’è una quantità infinita e qualche volta hanno significati diversi e differenze impercettibili e questo complica molto le cose.
Tu vuoi una bambola, non una bombola, e una macchiolina è meno divertente di una macchinina, volevi negare, non annegare.
Nei libri tutto questo è ben dettagliato, talvolta dovrai tornare indietro e rileggere perché ti renderai conto che una parola letta male cambia completamente il significato di una frase. Tutto molto istruttivo, ma maledettamente faticoso.
Sarai davanti alla tivù e qui le parole ti sommergeranno e le immagini che le accompagnano ti renderanno più facile la comprensione, tanto che proverai a fare il gioco di toglierle del tutto e capirai ugualmente il senso delle immagini.
Basta vedere la felicità che sprizza dagli occhi di quella famiglia che fa colazione per capire che quei biscotti sono fonte di gioia, e quella auto che tutte le ragazze si voltano a guardare è senz’altro il lasciapassare per il successo, e come puoi pensare di passare una bella serata in discoteca se non hai chiamato gli amici con quel fantastico telefono cellulare? E se gli uomini non cadono ai tuoi piedi è certamente perché ancora non hai comprato il profumo che li inebria.
Ma allora servono davvero le parole?
Hai perso un sacco di tempo a scuola, sui libri, leggendo i giornali per capire come vada il mondo e adesso arriva chi a gesti si prende quello che vuole, mentre tu stai cercando le parole per definire.
Rimetti l’audio alla tivù e vedi calciatori che valgono miliardi, ma che non sanno mettere insieme due frasi per commentare ciò che fanno, signorine che dicono qualsiasi stupidaggine tanto l’attenzione di chi le intervista e di chi le ascolta è totalmente concentrata sulla profonda scollatura e sullo spacco della gonna che si ferma dove una volta si portava la cintura. E quei politici, ospiti di tutte le trasmissioni, quelli sì che sanno parlare, ma ciò che dicono non si capisce, è coperto dalle parole di altri ospiti che gridano, sbraitano, e attendono a loro volta di essere coperti dalle parole altrui.
Qualcuno poi si può permettere di dire qualsiasi stronzata, lo fa tranquillamente perché la televisione è sua e lo fa con grande perizia, il linguaggio questa volta è ricercato, tanto la maggior parte delle persone che lo seguono ormai non è più in grado di coglierlo, per ammaliarli basta il suo sorriso rassicurante. L’aspetto giovanile, l’aria determinata e sicura di sé lo rendono credibile a chi comprende solo il linguaggio delle immagini e se qualcuno (qualcuno ancora c’è) salta sulla sedia se sente definire la speranza di una nuova era, un presidente nero “giovane, bello e abbronzato” che sarà mai!!? Domani dirà che non è stato capito il suo finissimo sense of humour, che si trattava di una marineria. Che chi lo interpreta male è un idiota che ancora si sofferma sulle parole ed è in malafede. Che merita sì una laurea, ma da coglione.
Sì, lui le parole le sa usare e si permette di usarle davvero tutte, anche quelle per cui un tempo si sarebbero chiuse le trasmissioni, ma che hanno il potere di arrivare prima a un uditorio che lui si è fatto carico di rendere analfabeta, in grado di comunicare solo con le immagini e i segni.
Su questa strada lui spadroneggia, minando la scuola, i teatri, il cinema, i giornali, l’editoria in generale, perché sono questi i vettori della parola che è il solo mezzo che esista per poterlo fermare.
E quelli che ancora considerano la parola un caposaldo della democrazia, quelli con cui si potrebbe creare un incidente diplomatico? Beh, poco male, con quelli si può sempre giustificare ciò che si è detto con un uso disinvolto della dialettica (potere della parola!) o meglio ancora smentire.
Ma allora serve ancora la parola?
Perché si vorrebbero chiudere le bocche di chi le sa usare e coltivare una massa di inetti incapaci di esprimersi se non fossero importanti?
Ti viene un dubbio, eh?
Allora torni a casa e oltre all’audio spegni proprio la tivù. Giuri a te stesso che non scriverai più sms, usando tvb, ke, cmq. Scriverai una lunga lettera di protesta agli uffici amministrativi disdegnando l’uso degli emoticon per esprimere il tuo parere. Comprerai un libro sulla vita nell’antica Roma e ti rifiuterai di guardare il video virtuale che la regione Lazio sta preparando a uso dei turisti. Saluterai il tuo vicino guardandolo negli occhi mentre dici buona giornata, invece di alzare distrattamente la mano.
Lo farai perché ti repelle l’immagine di te che imbracci un mitra facendo ngue.. ngue…come nei primi istanti della tua vita o emettendo altri suoni primordiali.
Tu la rivoluzione non vuoi farla a colpi di fucile, ma a parole, quelle parole che tanto faticosamente sono state scritte sui libri che tu tanto faticosamente hai letto fino a capire che ancora non sai niente se non che ci sono tante cose che non vuoi smettere di conoscere.
Che i libri sono solo lo strumento per imparare l’uso delle parole. Usarne molte e a sproposito non significa farne l’uso corretto. La comprensione esatta di ognuna è la via per la creazione del pensiero, e lì tu vuoi arrivare.
Il pensiero nasce secondo il flusso delle parole che si formano nella nostra mente, chi vuole impedirci di pensare ci distrae subissandoci di immagini.
Ti torna in mente l’immagine di un bel film di Nanni Moretti, dove lui schiaffeggia violentemente una giornalista che usa a sproposito una parola gridando “ma come parla?? Le parole sono importanti!”. Vorresti che una mano immaginaria si abbattesse sulla tua faccia ogni volta che ne svilisci una.
La contrapposizione del pollice ci distingue dai primati, l’uso della parola ci avvicina a Dio…. o al demonio.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:34 )
 

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