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Alberto Sacco - il mare se ne andò PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 16:02

 

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IL MARE SE NE ANDÒ

di Alberto Sacco
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2008





Il mare se ne andò.
In una notte.
Per l’esattezza tra le 3.01 e le 3.55.
Chi era sveglio raccontò che si udì uno scroscio d’acqua e poi un lungo e potente risucchio. Non ci fu sentore alcuno e tanto meno si manifestarono cataclismi, terremoti o eruzioni.
In cucina, in bagno, in auto, ovunque si trovavano gli abitanti vennero a sapere dell’accaduto dai notiziari, dai vicini, dai colleghi.
In televisione politici di ogni schieramento buttavano la colpa sui propri avversari. I presidenti delle nazioni più potenti accusavano velatamente di un attentato i piccoli stati ribelli, questi, d’altronde, rispondevano che era la giusta punizione per la sperimentazione continua di nuove armi micidiali. Fu convocata una riunione immediata di tutti i primi ministri.
Le navi che erano in navigazione si ritrovarono miracolosamente in porto o in rada. Solo le navi da guerra e i sommergibili atomici furono lasciati dov’erano, qualcuno su un pianoro, altri in fondo a una fossa.
Vennero eseguite riprese aeree e satellitari, non una goccia d’acqua salata era rimasta e con essa erano sparite tutte le forme di vita marina. Al posto delle distese azzurre gorgogliavano immensi pantani melmosi.
Dopo il primo giorno di stupore anche a questa novità si fece l’abitudine, ma dal secondo giorno il puzzo di marcio iniziò a raggiungere le coste, al terzo penetrò nelle città e al quarto fu dichiarato lo stato di emergenza. Tutti dovettero portare sul viso mascherine o bandane intrise di essenze profumate, i più ricchi indossavano sistemi antigas griffati.
Furono approntati piani per il rifornimento del greggio, vennero aumentate le quantità di liquido pompato negli oleodotti che erano controllati a vista dai militari. Carovane organizzate di autobotti viaggiavano con scorte armate per ogni dove. Si tentavano ponti aerei per importare le materie prime, ma i costi divennero insostenibili. Il prezzo dei combustibili schizzò alle stelle e di conseguenza anche quello di ogni tipo di merce. Le importazioni e le esportazioni furono limitate ai paesi più vicini. Il futuro prometteva un lungo periodo di adeguamento alla situazione.
Ma il mare dov’era finito?
Dalle foto si rilevarono delle bocche posizionate in prossimità dei punti più profondi degli oceani, quella apertasi nella fossa delle Marianne era la più estesa, ci volle molto tempo per riuscire a inviarvi una sonda, la telecamera riprese una frattura della crosta larga quanto lo stretto di Gibilterra che si stava richiudendo; fu constatato che anche per le altre faglie era in atto lo stesso fenomeno. La popolazione mondiale, con qualche piccolo e nuovo accorgimento, continuava le attività di sempre, lavoro, consumo, spreco e riposo e poi daccapo… Nessuno sospettava che le piogge tanto attese non sarebbero più arrivate e che l’acqua per molte ere a venire avrebbe disdegnato la Terra e i suoi abitanti.







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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:35 )
 

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