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Pietro Tartamella - piccoli fiumi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 18:31

 

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PICCOLI FIUMI

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturàlia, domenica 29 giugno 2008





Accadde così, senza nessun preavviso, un tardo pomeriggio di aprile.
Piazza Rocchetta ribolliva di voci infantili. Fiumiciattoli di mocciosi si rincorrevano per i vicoli stretti. Le bambine più grandi lavoravano a maglia sedute sugli scalini di pietra. Un gruppetto di treccioline nere saltellava nei quadrati della settimana segnati col gesso bianco trafugato a scuola. Squadre di giovinastri a turno gridavano “semuletta l’arriiiiiiiiiiiva!” Prendevano rincorse chilometriche e saltavano oltre la schiena di un compagno che stava piegato. Gli davano manate pesanti sulla schiena o sulle nàtiche e quello stringeva i denti e ingoiava e pensava solo a vendicarsi.
Alcuni bambinetti seduti sulla panchina di ferro, vicino alla fontana, leggevano, o soltanto guardavano, fumetti di Nembo Kid e Capitan Miki, sfogliando le pagine al contrario. Madri affacciate alle finestre chiacchieravano mentre con le mollette di legno pinzavano i panni ad asciugare. Qualcuna più giovane, sbirciando all’interno delle stanze, la si intravedeva pettinarsi allo specchio dell’armadio, e poi venire alla finestra, ed affacciarsi.
Io ero accovacciato a terra, concentratissimo.
Le biglie di terracotta erano scomparse da un paio di anni. Nella mano destra, tra le dita, stringevo la prima, bellissima, coloratissima biglia di vetro che avessi mai posseduto. Ne avevo altre quattro in tasca.
Tintinnavano ogni volta che mi spostavo.
Anche le biglie dei quattro ragazzi con cui stavo giocando tintinnavano nelle loro tasche. Era un tintinnìo di almeno venti biglie ciascuno.
Accovacciato a terra arrotolai la biglia di vetro tra il pollice e l’indice della mano destra, tenendo appoggiato il pugno sul dorso dell’altra mano sinistra, aperta a palmo, che sollevai da terra come avevo visto fare più volte a Riccardo.
Presi la mira. Spostai il corpo all’indietro.
Una smorfia da maschera africana si disegnò sulle mie labbra per lo sforzo e la concentrazione. La biglia di vetro partì.
Disegnò una lunga parabola.
Beng!
Colpì la biglia dell’avversario, che stava nascosta dietro una pietra.
Avevo dieci anni. Quel magnifico botto cristallino riempì piazza Rocchetta.
Tutti restarono allibiti, io per primo. Colpire quella biglia quasi invisibile, protetta dalla pietra, era impresa impossibile anche per Riccardo. 
Perfino i ragazzi che leggevano i fumetti al contrario chiusero Capitan Miki, Black Macigno, Nembo Kid, Batman, per venire a vedere increduli.
Intascai la biglia che avevo vinto.
Si formò un cerchio di curiosi. Anche le bambine vennero. Aspettavano che lo facessi di nuovo.  Lo feci di nuovo.
Se fosse stato il primo di aprile avrebbero potuto pensare che si trattasse di un pesce. No, ero proprio io, dieci anni.
Di nuovo meraviglia.
Quando all’imbrunire la voce di mia madre chiamò dalla finestra per la cena,      in tasca avevo un centinaio di biglie di vetro colorate. I ragazzi che avevano giocato con me rincasarono in silenzio. Nessun tintinnìo si udiva più dalle loro tasche. Avevo battuto perfino Riccardo che se ne tornava a casa leggero leggero bofonchiando e imprecando.
Sino a quel momento ero stato un giocatore di biglie mediocre.
All’improvviso, chissà per quali circostanze, chissà per quale magìa, quel giorno la mia mira diventò qualcosa di incredibile. Diventai una leggenda.
Riuscivo a colpire le biglie nascoste dietro ogni riparo. La voce si sparse per tutte le piazze e i vicoli di Ventimiglia Alta. La fama aveva raggiunto voti così alti che persino le bande di scugnizzi e picciotti che infestavano le piazzette mi lasciavano passare senza importunarmi o picchiarmi, quando mia madre mi mandava a comprare il pane o il latte dal droghiere di Via Garibaldi.
Qualcuno che non ci credeva si avvicinava a sfidarmi.
Giocare a biglie diventò il mio lavoro.
Finita la scuola, dopo che mio padre e mia madre erano usciti per andare a lavorare in Francia, mi mettevo in tasca cinque biglie di vetro, un panino con la mortadella per merenda, un cappellino in testa, e mi avventuravo per i vicoli di Ventimiglia Alta invitando chiunque a giocare a biglie con me.
L’acqua non me la portavo. Ogni cinquanta metri c’era una fontana.
Mi spinsi sino a Ventimiglia Bassa, sino alla Piazza del Municipio e ai Giardini, sino al Ponte di Nervia, sino alle cave di Bèvera. Chilometri e chilometri a piedi senza che me ne accorgessi.
La sera tornavo a casa con le tasche stracolme di biglie.
Le conservavo nelle  scatole vuote delle scarpe.
Ne avevo riempite già quattro: un quarantatré di mio padre, un quarantuno di mio fatello Giuseppe, due quaranta dei miei vicini di casa.
Non sapendo più dove mettere le biglie, mia madre si convinse a comprare un paio di scarpe nuove a mia sorella Enza.
Gli altri miei fratelli ebbero le scarpe nuove alla fine di agosto.
Mia sorella Enza, per riconoscenza, si prestava volentieri a ricucirmi ogni giorno le tasche bucate dal gran peso delle biglie che portavo a casa.
Quello stato di grazia, quella mia nomèa di giocatore infallibile e pericoloso, durò tutta l’estate. Sino alla fine di settembre.
Un giorno, così, all’improvviso, pur disegnando una smorfia di maschera africana sulle labbra, pur ripetendo esattamente ogni movimento, pur arrotolando la biglia tra il dito pollice e l’indice come avevo visto fare a Riccardo, mancai una bella biglia che dentro aveva incastonati i petali  rossi di un fiore.
Eppure era solo a due metri di distanza. Bella, grossa. La mancai.
Perfino gli avversari rimasero stupiti di quel tiro maldestro. E pensare che per tutta l’estate avevo colpito biglie nascoste dietro le pietre e i tombini anche a distanza di otto metri.
Quando pochi giorni dopo fallìì un secondo tiro, e poi un terzo, e un quarto, mi resi conto che la magia era finita. E’ un mistero, ancora oggi a sessantanni, mi chiedo come avvengano queste strane cose. Chissà, forse ero cresciuto durante l’estate. Le mie dita, la mia mano, la mia forza, si erano fatte più lunghe e più grosse. Forse la capacità di mettere insieme e ponderare tutte le variabili che entrano in gioco in un tiro di biglia si erano fermate al primo tiro, a quell’inizo di aprile.
Ritornai ad essere un giocatore di biglie mediocre.
Circolava voce, intanto, che un certo Nicolino, di Piazza delle Erbe, cominciava a far paura. Per fortuna la stagione stava finendo.
Con l’inizo delle scuole e dell’autunno avremmo abbandonato il nostro consueto girovagare per i vicoli, il nostro cercare sfidanti, i nostri giochi di biglie. Non avrei rischiato di perdere le biglie che avevo vinto. Era una delle poche volte che salutavo con entusiasmo l’apertura della scuola e l’arrivo della stagione fredda.
Nell’armadio avevo una decina di scatole di scarpe strapiene.
Erano diverse migliaia le biglie di vetro che avevo messo insieme.
A ottobre mi ammalai.
Forse un’influenza, gli orecchioni, la scarlattina, non ricordo bene.
Rimasi a casa per più di dieci giorni con la febbre.  Giocavo a biglie.
Una domenica sera, con le labbra screpolate, piene di crosticine, ancora non del tutto guarito, tirai fuori dall’armadio tutte le scatole di scarpe.
Le rovesciai sul letto.
Mille colori.
Bellissimi i loro suoni che rotolavano.
Le biglie di vetro, ancora oggi, non hanno mai finito di affascinarmi.
Le disposi in lunghe e multiple file parallele, sul letto.
Diventarono soldati.  Eserciti antichi uno di fronte all’altro pronti a sfidarsi.
Forse Greci e Troiani
Le biglie rosse cavalleria.
Le biglie verdi arcieri.
Le biglie azzurre fanti.
L’esercito nemico aveva altri colori. E c’erano la cavalleria, gli arcieri, i fanti, le riserve, le catapulte. Bastava che con la mano schiacciassi leggermente il centro del letto… e le biglie rotolavano giù da enrambi i lati del letto e si scontravano con gran frastuono. Ecco che da dietro i cuscini si accingevano a scivolare veloci le cavallerie in soccorso. Poi immergevo le mani in quel mare colorato di biglie, scompigliandole, mescolando gli eserciti, sollevandone manciate intere, lasciandole cadere dall’alto, ascoltando i loro mille suoni e rumori di vetro a cui aggiungevo le mie grida e le mie voci concitate. 
La febbre lontana. Il bruciore delle labbra screpolate lontano.
Tutto lontano.
Solo l’odore dei cavalli, il calpestio del loro galoppo di vetro, i sibili delle frecce, le smorfie di maschere africane, greche, romane, vichinghe sulle mie labbra.
Rimasi immobile quando, sollevando lo sguardo per caso, vidi mia madre appoggiata allo stipite della porta.
Era lì che mi guardava da molto tempo. Non me n’ero accorto.
Mi aveva guardato per tutto quel tempo.
Ebbi un attimo di imbarazzo. Mi aveva sorpreso in una intimità di cui ero geloso.
Mi aveva sopreso mentre giocavo così perdutamente con tutte le mie biglie che avevo vinto al tempo in cui ero una leggenda. 
Ma il suo sguardo era incantato, dolce, affascinato di vedermi così preso dal gioco. Mi rassicurò il suo sguardo da innamorata. Sorrise.
Mi voltai, e continuai a giocare.
E voltandomi, il suo sorriso, il suo sguardo, il suo modo di appoggiarsi allo stipite, si posarono leggeri, fluttuanti, come quei piccoli fiumi che restano nella memoria, pieni di schizzi d’acqua che saltellano sulle pietre, che scorrono invisibilmente presenti, sui rumori delle biglie, sui rumori dei soldati.


La voce proviene dal bagno.
Da più di un’ora mia figlia Ajdi è in bagno.
La sento profferire parole.
Voce sottile da adolescente. Quindici anni.
Gioca allo specchio.
Si è messa in testa un foulard di sua madre.
Si guarda allo specchio.
Fa una smorfia.
Un’altra.
Mille smorfie.
Come maschere africane.
Si allontana dallo specchio. Si riavvicina.
Lo tocca con la punta del naso.
Si allontana di nuovo.
Agita le mani, la schiena ritta.
Recita adesso.
Brani imparati al liceo.
Forse ascoltati in un film.
Shakespeare.
Cambia intonazione.
Qualche parola ora è in inglese.
Chissà dove le ha imparate.
Dalla finestra un raggio di sole primaverile.
Le tendine chiuse.
Primi giorni di aprile. Tardo pomeriggio.
Ripete, ripete, ripete le stesse parole cambiando intonazione.
Ora fa finta di essere addolorata.
Piange.
Singhiozza.
Si strappa il foulard rosso dalla testa.
Lo calpesta. Impreca. Grida. Implora.
Piange di nuovo.
Si scompiglia i capelli.
Ammutolisce. Resta immobile, interdetta.
Alza lo sguardo.
Si accorge di me.
Si accorge di me immobile appoggiato allo stipite che la guardo in punta di piedi.
Arrossisce.
Affiora sul suo viso un’espressione di meraviglia, di sconcerto, di disappunto.
Sgrana gli occhi. Sento che sulle labbra le sta venendo una parola di rimprovero.
Interrompo la corsa di quella parola:
“Sei bravissima Ajdi”.
Lo pensavo davvero.
La mia voce le sembra credibile.
Ora sorride. L’imbarazzo di quando si riceve un complimento.
Un po’ è compiaciuta.
Aggiungo: “spero che quando a scuola leggi delle poesie, tu lo faccia esattamente così!”.
“Ma scherzi papà?! A scuola non si può leggere così!”
“Non si può leggere così??? E perché?”
“Perché a scuola non si legge così. Ti riderebbero dietro tutti”:
“Peccato” rispondo
Mi allontano discretamente, come se nulla fosse accaduto.
Lei si volta. Riprende a giocare. Come se nulla fosse accaduto.
Ero rimasto incantato a guardarla giocare allo specchio in quel modo.
I suoi gesti, il suo sorriso imbarazzato, l’espressione iniziale di rimprovero, si posano leggeri, fluttuanti, come quei piccoli fiumi che restano nella memoria, pieni di schizzi d’acqua che saltellano sulle pietre, che scorrono invisibilmente presenti, sui rumori delle biglie, sui rumori dei soldati.
Riprendo il mio secchio con la calcina e la cazzuola.
Aggiungo un altro mattone al muretto sul retro.







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:36 )
 

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