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Osvaldo Gaiotto - la sigaretta finita PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 18:18

 

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LA SIGARETTA FINTA

di Osvaldo Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2008

 


Nessun dubbio. Ho il cancro. Ai polmoni. Metastasi impazzite vanno dove non dovrebbero. Pàssera, il mio oncologo, mi segue da trent’anni. E’ sconvolto. Lo consolo. Per lui è una sconfitta. Tac, esami del sangue e delle urine ogni tre mesi, ecodoppler,  pranzi alla mensa dell’oncologico, ogni tre mesi, per trent’anni.  Negativo tutto, sempre. Oggi, no. Positivo. NED fino a ieri (No Evidence of Desease) fino a ieri, oggi no, positivo.
“Cazzo”, fa Pàssera,  rosso ai limiti dell’infarto, “ NED fino a ieri … cazzo e oggi,  porcaccia… metastasi fin nel … “
“Ma come si fa, Cristo, come si fa…” bestemmia Pàssera  aggirandosi per lo studio, ringhiando come la tigre di Sandokan.
Non riesco a  calmarlo il vecchio.
 “Mica è colpa tua, dai, dai, cazzo! Ce L’ho io il cancro… e le metastasi fin là, dove dici tu. Dammi una speranza per dio! Sei tu il medico!”
“No, guarda…  non ci siamo proprio”, scuote la testa il Pàssera, mentre spegne una sigaretta dietro l’altra, “ no.  Non l’accetto. Non ci sta nei miei protocolli.”
“Mi faccio quaranta sigarette al giorno.  Guardami! Ti sembra possibile? Sano come un  pesce (chissà poi perché come un  pesce, chi l’ha mai chiesto ad un pesce se è sano…).   No, qualcosa non quadra. Te, invece… sempre perfettino e ora pieno di metastasi… mi fai schifo”.
E’ proprio incazzato l’oncologo; non smette di accendere e spegnere sigarette davanti al mio sguardo allibito. Sa che non sopporto il fumo, ma ormai è andato, è proprio fuori dai fogli.
“Dai mi spiace, troverai una soluzione”, dico dandogli una pacca sulla spalla, “rifacciamo gli esami, magari ritorna tutto NED… a volte sbagliano, lo sai anche tu, no”.
“Impossibile, impossibile”, scuote la testa sconsolato , lisciandosi la lunga barba bianca, “siamo il miglior oncologico. Mai sbagliato un esame, qui!”
“Mi prenderanno per  i fondelli  i colleghi”. Singhiozza come un bambino.
Non ce la faccio più. Esplodo.
“Ma ti da così fastidio se io c’ho il cancro? “, gli urlo ad un palmo di distanza dalla faccia (se avessi l’alito puzzolente, lo stenderei per sempre).
Pàssera cerca di recuperare una parvenza di professionalità.
“Vedi, non è questo”, inizia suadente, “ va bene che tu abbia ‘sto benedetto cancro, è ok, ci può stare, ma le metastasi, cazzo! All’improvviso, e così tante!”.
Ingurgito un bicchiere della mia tisana alle erbe selvatiche (me la porto sempre dietro ,odio l’acqua clorata).
“Beh, se è per le metastasi… OK, non ci sono metastasi!  Fra un paio di mesi rifacciamo gli esami e troviamo le metastasi. Dici che non ho fatto la chemio, che sono un paziente di merda,  che non si può far più niente.”
Avrei bisogno dell’aria fresca e frizzante delle  mie montagne. Non ce la faccio a consolare il  mio amico Pàssera,  pazzo schizofrenico oncologo.
“Porca miseria, come te lo devo dire? Non c’è tempo, non si può. Magari avessimo due mesi … lo capisci che siamo fottuti?”
Mi piace Pàssera, mi piace la sua onestà intellettuale. Chissà se ha mai sentito parlare di Ippocrate.
“Dai Pàssera, calmati! Semmai sono io il fottuto!”
“Eh, tu la fai facile”, dice Pàssera con gli occhi gonfi di lacrime, “tutta la vita a predicare;vita sana, non fumi signora!  aria aperta, le serve aria pulita!  battaglie contro lo smog, il PM10, il PM2,5 , le sigarette light”.
“Poi arrivi te”, dice aspirando voluttuosamente un’altra sigaretta appena accesa che finirà schiacciata prima ancora che il fumo si dissolva.
“Un ipocondriaco al quadrato”, mi dice, “ma come fai ad essere ipocondriaco? Sempre in mezzo alle tue montagne. Heidi. Sembri Heidi…  i grilli sono gli unici a romperti  le palle”.
“Heidi, Heidi, il tuo nido è sui  monti, Heidi, eri triste laggiù in città”  si mette a canticchiare, per sfottermi.
Si interrompe, mi osserva con attenzione, mi scruta, mi rimprovera.
“Ma cacchio, perché ti sei ammalato? Perché? Sembravi così a posto… e poi tutte le metastasi…”
Sudato, le mani tormentano la pustola giallo oro che affiora tra i peli della barba, evidente segno di eccessi alimentari; Pàssera finalmente tace e mi guarda.
“Amico mio”, gli dico, “ amico carissimo,ora so cosa devo fare. Sai quanto odio il fumo.  Lo faccio per te,OK? Sei un bravo medico, non voglio che ti sputtani per me”.
Pàssera si siede, il viso rubicondo si rilassa, le mani smettono di tormentare le pustole purulente, persino i piedi sotto la scrivania mogano scuro non si agitano più.  Fa per alzarsi, vuole consegnarmi i referti medici, farmi gli auguri. Un colpo di tosse, anni e anni di sigarette.
Rimango seduto. Mi godo la sua tranquillità. Espiro con lentezza esasperante quel mix di veleni che escono dalla mia prima sigaretta sfilata dal pacchetto di Pàssera. Molecola dopo molecola, il fumo attraversa la stanza , raggiunge le narici, attraversa la trachea e arriva fin negli alveoli dei polmoni di Pàssera.
Un altro colpo di tosse scuote la calma di Pàssera. Ci abbracciamo, cuore a cuore, fino a sentire il fremito dell’altro. Sento il suo corpo intriso di tabacco, il respiro appena ostruito, il cuore che accelera.
“Fatti controllare, Pàssera!” , gli dico, scomparendo dietro la porta del suo studio.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:37 )
 

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