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Lucia Gaiotto - vestiti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 18:10

 

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VESTITI

di Lucia Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2008




Mia madre si è sposata in rosso, rosso carminio. L’ha visto in vetrina, quel vestito da gitana, e poi se l’è comprato.
Mia madre è fatta così, non pensa troppo alle cose. Ci si butta come fanno i salmoni nei fiumi, controcorrente. Nuota per un po’ nell’acqua in cui si è tuffata, e magari le capita perfino di scorgere sul fondo una pagliuzza d’oro, però non si ferma. Ne assapora il luccichio che sa di sole e granita fresca, se lo gode, quel chiarore, ma mentre passa, proseguendo.
Io, invece, mi fermo: il chiarore lo guardo bene, cercando di capire se è oro oppure un riflesso e basta, luce di cielo intrappolata nell’acqua. Lei no: vede un vestito, le piace. Se lo mette addosso e ha già deciso da un pezzo che si sposerà così, l’ha deciso da lontano, quando la stoffa era solo una macchia, protetta da vetri opachi che ne sfumavano i contorni. Da lontano, di sfuggita, quel vestito era già suo.
La gente se lo ricorda, che si è sposata così. Se torni al suo paese e le assomigli, la gente ti ferma quasi stupita di non vederti combinata in modo strano, tu e il tuo anonimo tailleur che quasi quasi non vi sentite all’altezza. I più anziani, sono loro a ricordarselo meglio, ti guardano e sorridono, ma un sorriso di quelli che la gente fa pensando ad altro, a quei giorni lontani in cui tu non esistevi e lei era ancora te. A quei giorni in cui la notizia si era sparsa in giro e la gente si domandava perché. Te l’hanno chiesto tante volte, il motivo: perché era giovane e voleva sentirsi diversa; per stupire, per provocare; perché in chiesa, in realtà, non voleva entrarci; per sentirsi un po’ più forte e un po’ meno Immacolata Concezione.
Oppure no. Forse perché le andava, le andava e basta. E quel vestito le piaceva da morire.

Fa caldo, questa sera. E’ quel calore che lo senti che è arrivato, perché quando fai l’amore le pelli si appiccicano una all’altra e poi si separano con il rumore delle ventose che da piccola attaccavi ai finestrini della Punto. Non hai voglia di contatti, quando fa così caldo.
Ti chiedi se sia stata una buona idea, indossare quel vestito. Il cotone è spesso; lo hai annodato attorno al collo e ogni volta che ti giri ti tagliuzza la pelle scottata dal sole. Però va bene così, era un secolo che volevi metterlo di sera, per uscire, per sentirti bella.
Volevi che qualcuno ti guardasse in quel modo, come se gli occhi glieli avessi accesi tu all’improvviso e ora potessero illuminare strade intere; volevi che qualcuno ti prendesse per la vita e dicesse al mondo sei mia.
E allora ti sei vestita di azzurro, ti sei avvolta in un tulle sottile, e ora ti senti come spolverata di zucchero a velo. Arrivi alla festa e le altre ti sorridono, congelate, aspettando che tu volti lo sguardo per cancellarsi dal volto i sorrisi come si cancellano le cazzate dalla lavagna, poco prima che arrivi il prof. Ti chiedono dove hai comprato il vestito, ma in realtà vorrebbero lacerarlo, strapparlo via a morsi. Una di loro, in particolare, si sofferma su di te e ti cava gli occhi a forza di fissarti: è furiosa, simile a una di quelle dee che s’incazzano se trovano una rivale. E ha il tuo stesso vestito. Identico, a stringere e avvolgere gli stessi punti in cui stringe e avvolge te.
Giri per il buffet, e lei non ti stacca gli occhi di dosso: te la senti appiccicata alla schiena, anche se è lontana e beve spumante guardando fuori dalla finestra. E’ come avere un chiodo piantato fra le ossa e qualcuno che continua a darci sopra martellate regolari. Ti senti inseguita: sai che ti guarda, che cerca di capire in cosa siete diverse, in cosa lei è meglio di te e tu sei peggio di lei. Vorresti andarle vicino e urlarle nelle orecchie che la gente neanche se n’è accorta che avete il vestito uguale, che la gente pensa a noi molto meno di quanto crediamo.
Poi la vedi, sul tavolo. Una caraffa piena di succo di mirtillo. L’hai vista da lontano, e già sai cosa fare: sai che a volte è bene non pensare, buttarsi e fare, anche se non ha senso e tutti gli altri si chiederanno perché. Prendi in mano la caraffa e inizi a versarti il succo fra i seni, nella scollatura, lentamente. Il succo si espande, viene assorbito dal cotone e forma strani aloni violacei, strani disegni scuri sulla stoffa color carta da zucchero, e poi scende, ti cola sulle cosce in rivoli malva e nerastri.
Non fa più caldo, sembra quasi si sia alzata una brezza leggera, di quelle che arrivano se qualcuno si mette a suonare il pianoforte. La gente ti guarda inorridita, tu goccioli piano sul pavimento di ceramica. Il mirtillo non si smacchia, non va via. Sai già che proverai a sfregarlo con il sapone di Marsiglia, una colta arrivata a casa, e magari ti dannerai l’intera notte per averlo macchiato.
Ma ora guardi negli occhi la tua sosia in carta da zucchero, e non è più uguale a te. Si volta in fretta, ma tu lo scorgi, il riflesso di un sorriso. Appena accennato, ma c’è. Sorridi anche tu, e te ne vai.
Fuori, mentre guardi verso il cielo, ti viene in mente che tua madre le cose le faceva così, perché le andava e basta, che è la migliore ragione che uno possa avere. Per una volta, l’hai fatto anche tu. Stasera ti andava così, ti andava così e basta.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:38 )
 

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