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Cinzia Revelli - essere uomo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 17:50

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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ESSERE UOMO

di Cinzia Revelli
Cascina Macondo-Scritturalia, domenica 29 giugno 2008






    Aveva preso tutte le precauzioni del caso. Abbigliamento ganzo, barba, cioè quattro peli, ma molto incolti. Altro quartiere, tabaccaio sconosciuto. Ed ora è nelle sue mani, spigoli maschi, lettere stampate che evocano paesaggi di impervie rocce scavate e selvagge prove di iniziazione. È virile anche il fruscio del cellofan mentre lo strappa. Eccole le sue sigarette. Odore di tabacco e di testosterone. Ne estrae una, la rigira tra le dita, quasi l’accarezza, poi se la pone fra le labbra, bacio estremo. La mano destra corre alla tasca, palpa, fruga, s’impenna sul niente, subito la sinistra la soccorre esplorando altri spazi, ma è sconfitta dal vuoto. “Acc.! L’accendino.” Ritorna frustrato sui suoi passi, l’aria meno figa. Impacciato fa la sua richiesta. Il sorriso un po’ storto del negoziante gli fa scendere le spalle. “Sono rimasti solo quelli rosa!” “Rosa?! No, mai. Mi dia dei cerini.” Li paga e per sicurezza non li ripone. Riapre il pacchetto e, con un rito propiziatorio antisfiga, sfila la candidata. La fa rotolare tra le mani, poi lentamente se la appende all’angolo della bocca. Il cerino s’infiamma al primo colpo. Che gesto da duro! Facendo scudo con le dita avvicina il piccolo fuoco al capo della prescelta che avvampa, ed aspira, aspira. Il suo viso goduto intanto trasmuta, si gonfia e prende una tinta incerta tra il porpora e il vinaccio. Improvviso un tornado squassa il suo petto e, con frastuono di tempesta, aria e fumo escono dalle sue labbra e dal naso. Ha l’aspetto di un piccolo drago imbranato. La sigaretta a terra esala un ultimo bagliore poi s’incupisce per sempre. La guarda e una lacrima si fa largo fino al mento, con gesto feroce l’asciuga. Si rianima, riprende un colorito quasi umano e riprova, stavolta la tosse lo scuote fin nelle viscere e sente il fumo sbucare anche dalle pupille. È testardo, cede soltanto quando diciannove tubetti sbavati gli giacciono mesti ai piedi insieme a frammenti dei suoi polmoni. Che batosta, che disfatta. Inabile al fumo. Verità inaccettabile. Segreto da non rivelare neppure sotto tortura. Un maschio tosto che non sa fumare è subito degradato al rango di ometto.
    La strada del ritorno è irta di pensieri taglienti. Si chiude nella sua stanza, non mangia, non dorme. La madre vorrebbe chiamare il medico, il padre l’esorcista.
    Gira e rigira nel letto procurandosi il mal di mare, reietto per sempre, per sempre solo e deriso. La folgore mentale lo coglie mentre sta decidendo di suicidarsi. È una frustata vitale, lo fa schizzare qua e là come una lampreda in amore. Strani rumori nella notte. Suo padre avanza nel corridoio con un crocifisso nel pugno, la madre lo segue portando la tachipirina. Si fermano davanti alla porta serrata. Trepestii, schiocchi, tonfi, sussulti ed infine un profondo sospiro di appagamento. “Diventerà cieco!” sussurra la mamma. “Peggio, voterà comunista!” ringhia il papà. Lui beatamente sdraiato ammira la sua creatura sentendosi il Frankenstein del tabacco.
    L’operazione chirurgica è stata delicata, più volte ha rischiato di perdere la paziente, ma è riuscito a darle un cuore. Sì, un cuore. Ha dovuto smontare la luminaria natalizia prelevando parecchie lampadine rosse, ha vampirizzato biglietti d’auguri musicali asportandone le pile minuscole e così, attraverso collegamenti, fili e contatti, è riuscito a farle risplendere l’apice di una calda tonalità di brace accesa. La sua splendida sigaretta tarocca. Magnifica, perfetta.
    Il mattino rischiara un uomo nuovo, soddisfatto, sicuro di sé. Scavalcando i corpi addormentati dei suoi genitori esce e avanza fiero nel mondo con la sua luminosa creatura tra le labbra.
    Davanti alla scuola c’è la tribù intera e soprattutto lei, insieme di linee curve da sballo. Lui la punta, accertandosi che i quattro peli siano ben irsuti e si avvicina, la sigaretta brilla. Lei si volta a guardarlo, la sigaretta è un faro. Lei si stupisce, lui annuisce convinto. Lei gli sorride, lui si esalta. Lei lo saluta, lui suda d’orgoglio e una minuscola goccia incomincia e scendergli lungo la guancia. Lei lo chiama, la goccia raggiunge il labbro superiore. Lei gli sfiora la spalla, la goccia impregna la carta e penetra nella polpa. Lui sa che la bacerà, la goccia incontra la lampadina e… FLASH…una fragile fiamma, uno scoppio da niente, un attimo solo e come vestigia di cotanta mascolinità restano solo i quattro poveri peli abbrustoliti.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:39 )
 

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