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Antonella Filippi - 17 anni PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 17:41

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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17 ANNI

di Antonella Filippi
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 29 giugno 2008





Stavo distribuendo i volantini - Cile rosso! - mentre lui veniva avanti con due ragazze.
Una fitta di gelosia era salita serpeggiando fino ai miei occhi e io mi ero girata, fingendo di non averlo visto.
“Ciao, C.G. Oggi a Palazzo Nuovo?”
C.G. Un bel tipo (anche se ha unghie inguardabili), ma a me piace lui…
Così, quando è arrivato alla mia altezza, gli ho dato il volantino, in fretta, senza guardarlo in faccia, ma volevo dirgli un mucchio di cose e non ne ho il coraggio.
Si è allontanato e mi sono girata, accidenti, anche lui, e mi ha sorriso.
Devo essere diventata rossa (o viola) perché Cinzia si è messa a ghignare.
Poi abbiamo preso il pullman per andare a scuola e Cinzia mi guardava, ogni tanto, mi spiava, e io seria, non seria, fissavo la macchinetta obliteratrice, i volantini, e vedevo il suo sorriso, antipatico, l’ha fatto apposta, domani non ci vado più.
E invece ci sono andata, convinta e decisa a fare la strafottente. Tanto ho tempo, l’assemblea è tra un’ora. Eccolo che arriva.
“Andiamo all’assemblea?”
“Ma è tra un’ora…” replico.
“Andiamo a piedi”.
Fingo di pensarci, di rifletterci, ma a che serve?
Tanto lo so già, ho già accettato.
Forse lo sa anche lui.
Cinzia mi strizza l’occhio.
Non fa un gran che freddo, c’è solo la nebbia che rende tutto ancora più grigio, ma sto tremando, magari agitazione, chissà, spero che lui non se ne accorga.
Gli ultimi volantini sotto il braccio, me ne sto rigida, con le mani in tasca, e soffio nuvolette di vapore a ogni respiro.
Come ti chiami, dove vai a scuola, cosa fai, a che ora esci, una battuta e io rido.
Siamo amici? Sembra che abbiamo paura l’uno dell’altra, paura di avvicinarci, seri, pensosi, le occhiate rapide e falsamente noncuranti.
Palazzo Nuovo. L’assemblea. Le scritte sui muri. Lui che mi guarda e io che lo guardo.
Credo che abbiamo ascoltato ben poco, non ho più voglia di rimanere, esco, usciamo, e ci sediamo sugli scalini. Vuole accompagnarmi, ma io non voglio. Prenderò il pullman.
Gli lascio i volantini, distribuiscili tu io domani non posso.
Faccio un movimento brusco con il braccio, il braccialetto rotola, lui lo raccoglie.
“Cosa te ne fai del bracciale di rame?”
Gli traduco la scritta: “Tu starai bene con me” (e alludo anche a lui).
Mi dà un’occhiata (ironica? o interrogativa?).
Rido.
Arriva il pullman. Prendo una matita e scrivo in fretta sul volantino: “Ma non hai capito che ti amo?” e salgo di corsa.
Mi giro indietro a salutarlo, ma lui sta leggendo e non vede.
Rido di nuovo, poi, a un tratto, mi viene voglia di piangere e strappare quello che gli ho scritto. Ma no, ormai,… Accidenti, anche l’ansia mi assale.
Faccio finta di non pensarci più, per convincermi a non pensarci, ma lo rivedo e cerco di mandarlo via dalla mente aprendo il libro di Economia.

13.10. Il campanello ha suonato ed esco di corsa. Lui è sulla porta, mi afferra al volo.
“Anch’io” e mi prende sotto braccio.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:39 )
 

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