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Alessandra Gallo - mare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 17:37

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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MARE

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 29 giugno 2008





Il secondo ragazzo che mi ha baciata era quattro anni più grande di me e di cognome faceva Mare. E il mare, in un certo senso, incarnava sul serio nel colore degli occhi: verdazzurro, con quel lampo di impazienza che si percepisce giusto un attimo prima che l’onda si alzi.
Verrebbe da chiedersi “e il primo?”. Be’, quello non conta. Io e Luca ci baciammo per scommessa ed era la prima volta anche per lui. Si capiva da come teneva la bocca spalancata, immobile, e cercasse di mettermi sottovuoto.
Ritornando a Mare, non era affatto un ragazzo alto. Aveva capelli chiari e ricci, ma senza la luminosità tipica del biondo, spalle modestamente larghe per la sua età, culo basso e in carne e naso a patata. Mostrava un debole per le barrette di chewing-gum Brooklin al limone e per i giubbotti di jeans scoloriti, ed era il miglior giocatore di calcio del vicinato.
Non abbiamo mai parlato molto, io e Mare. Perché, nonostante l’aspetto tutt’altro che indimenticabile, era il tipo che le ragazze fighe invitavano al cinema pomeridiano, e cui i ragazzi fighi durante i pomeriggi in bici pedalavano dietro e mai davanti. E io non ero esattamente una che potesse rientrare nel gruppo delle fighe.

Ero poco più di una bambina quando la sua famiglia decise di trasferirsi in un altro quartiere: il tipo di distanza che suonava più come un altro continente, a quell’età.
Mare continuò a far ritorno, però. Soprattutto d’estate, quando le scuole erano chiuse e tutti noi scendevamo in cortile dopo cena per un altro paio d’ore, ginocchia luride di smog e labbra screpolate dall’arsura. Restavamo a giocare fino a che imbruniva. Poi le mamme si affacciavano ai balconi e gridavano i nostri nomi a riprendersi lo spicchio di libertà di cui, entusiasti, accettavamo l’abbaglio.
Erano gli inizi di giugno, dopo un anno (o meglio tredici) che Mare non mi vedeva. Venne a trovare i “vecchi” amici e in qualche modo seppe che mi erano cresciute le tette. Dico “in qualche modo”, perché da parte mia cercavo sempre di camminare con le spalle incurvate in avanti, quando c’erano ragazzi in giro. Ed ero sempre molto attenta se mi chinavo ad allacciarmi una scarpa. Ma la novità aveva fatto il giro dei cortili mio malgrado, come del resto era successo ad altre prima e continuò a succedere alle più piccole dopo. I ragazzi mi guardavano in modo diverso. Cioè, adesso mi guardavano, punto.
Occorre specificare, per amor di esattezza, che ero tutto tranne che una graziosa tredicenne. Pallida, magra, con gambe interminabili che mia madre non mi permetteva di depilare, avevo una fronte ampia e brufolosa che nessuna frangia avrebbe mai potuto nascondere: quando avevo chiesto a mia madre se ero bella lei aveva risposto “be’, sei un tipo”.
Ma adesso avevo le tette.
Tale stato dei fatti, nonostante ancora ne fossi all’oscuro, per qualche ragione profonda mi avrebbe portato a essere etichettata come figa-quanto-basta molto presto.

Mare si fece vivo un venerdì pomeriggio, impavido e senza casco su un cinquantino Piaggio bianco, nuovo di pacca. La compagnia sedeva sugli schienali di due panchine, davanti a un’aiuola con un gradino di cemento che divideva l’asfalto della strada dall’asfalto del cortile. Ogni volta che il rombo di un motorino si affacciava in lontananza, tutte le attività si interrompevano di colpo. I ragazzi smettevano di giocare a calcio, una ragazza lasciava cadere sciolta a metà la treccia di un’altra: tutti si alzavano in piedi sulle punte e allungavano il collo per guardare, oltre le siepi non potate, chi stesse arrivando.
Ed eccolo lì. Tutte le ragazze si parlavano nell’orecchio, e tutti i ragazzi cambiavano le squadre e iniziavano a contendersi il Mare.
Quella volta, però, lui non aveva voglia di giocare a pallone. Cazzeggiò un po’ in giro, mostrando il motorino nuovo ora a questo ora a quella e, quando arrivò davanti a me, disse: “ciao”.
La frase più lunga che mi avesse mai rivolto in vita sua.

Ciò che ricordo in modo più vivo di quella sera sono i colori. Ricordo il bianco azzurro dei jeans che mia madre mi aveva amorevolmente candeggiato prima, e ristretto poi, affinché aderissero perfettamente alla coscia e al polpaccio, secondo la moda del momento. Ricordo il rosa big babol del giubbotto e delle scarpe da ginnastica a punta tonda che indossavo orgogliosa: grande passo avanti nell’affermazione di me, quel puntare i piedi perché le scamiciate venissero archiviate. Dio, quanto le odiavo, le scamiciate. Specialmente ora, per via delle tette.
Ricordo il lilla slavato del glicine. Pendeva sopra una specie di gazebo di legno grezzo, fatto dai condomini, e stava attorcigliato al fil di ferro appeso sopra la panchina più nascosta del cortile. Ricordo la maglietta a strisce bianche e blu che il mio amico Massimo indossava, mentre a gran voce insisteva perché quella sera giocassimo a “Sardina”¹.
Ero agitata. Quando i maschi volevano giocare a Sardina, era solo per un motivo: provare a toccarci le tette. Tornare a casa, però, non era consigliabile. Si sarebbero girati tutti insieme, e insieme avrebbero chiesto “perché?”, con gli sguardi che sarebbero inevitabilmente finiti lì, e lì avrebbero indugiato in un silenzio imbarazzante. Meglio un mese di dentista.
E quindi rimasi, coprendo ansia e timidezza durante la conta con la ridarella più stupida che mai mi sia venuta. Incrociavo le dita dietro la schiena, ripetendo fra me e me come un rosario “non devo uscire io non devo uscire io non io non io. Io no”.
“Tu”. Fece Massimo, e tutti corsero verso il muro ad appoggiarsi e a contare.

Il gioco però filò liscio. Un gioco e basta, niente imboscate.
Il bacio venne dopo, quando Mare mi prese per mano e mi portò a sedere su una panchina, lontano dagli altri. Non ricordo nulla di quel bacio. Nemmeno le sensazioni. Ricordo il Mare che continuava a scivolare verso la spiaggia, le onde, morbide e insistenti. E le mie mani, gentili ma determinate: le tette no. Una cosa nuova per volta, lasciami respirare.
Più di tutto, però, ricordo Dario. L’amico di sempre, il compagno di giochi. Il bimbo un po’ paffuto dall’incisivo spezzato che cercava di insegnarmi a giocare a pallavolo come si deve. Se ne stava a debita distanza, nascosto dietro a una siepe e guardava. Pantaloncini blu e maglietta grigia con una macchia di cioccolato sul davanti, nel crepuscolo che avanzava Dario era ormai tutto riassunto nel bianco incontaminato dei denti, degli occhi e di un pallone. Ridacchiava, credo. Com’è, diceva la sua faccia che, per quanto cercassi di ignorarlo, era lì. Com’è. Che è successo? Chi è quella?


¹ Gioco per bambini simile al nascondino, in cui però una sola persona si nasconde e tutti gli altri devono cercarla e nascondersi insieme a lei finché l’ultimo partecipante non trova il gruppo al completo stipato come in una scatola di sardine, appunto.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:40 )
 

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