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Pietro Tartamella - i racconti dell'orologio, parte seconda PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 17:20

 

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I RACCONTI DELL’OROLOGIO

parte seconda
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008





Si consiglia di leggere la parte introduttiva de
I RACCONTI DELL’OROLOGIO
Vedi  Scritturalia dell’11 febbraio 2007

DI QUELLA VOLTA CHE ERANO LE QUATTRO
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008

 

Arrivarono in piazza su due biciclette nane.
Il maschietto in pantaloncini corti, più due bretelle di elastico nero che gli segnavano il petto e la schiena come binari di ferrovia per un totale di sei anni compiuti.  La bambina due treccine di grano biondo, legate con nastrini rossi che sembravano papaveri. Le lentiggini sul viso, pioggerellina.
Venivano da una cascina lontana ad avventurarsi in paese.
Un sacchettino con la merenda penzolava dal manubrio. I visi accaldati a testimonianza della molta strada già fatta.
Sfrecciarono sino alla panchina di legno sotto il lampione degli uccelli e gettando a terra le bici si stravaccarono sulla panchina sollevando i piedi da terra. Ridevano. Si stava bene sotto l’ombra del grande ulivo e della rovere. Sulla panchina l’ombra dei due alberi, accavallandosi una sull’altra, sembrava più spessa e più fresca. Il lampione quel giorno alle quattro del pomeriggio era spento. Stranamente l’addetto comunale si era ricordato di fare il suo dovere.
La cinciallegra incastonata nel lampione cantava all’impazzata. Erano le quattro del pomeriggio. Il bambino svitò la borraccia militare che portava a tracolla, forse una reliquia di suo padre e prima di bere si versò sui capelli corti un rivolo d’acqua fresca. Poi vi incollò la bocca e bevve bevve e si sentiva dietro il panno scuro della borraccia il glu glu metallico dell’alluminio. 
Quando finì di bere gettò uno spruzzo sui capelli biondi della bambina che rise a squarciagola togliendogli di mano la borraccia.
La scuola lontana.
Le bici per terra.
Un panino con la mortadella.
Un panino con burro e zucchero.
A quell’ora la piazza era deserta per il gran caldo. Solo le loro risate echeggiavano e i loro scherzi di gettarsi addosso briciole di pane e spruzzi d’acqua.
Con le gambe divaricate si alternavano alla fontana. Con la mano aperta sotto il rubinetto spruzzavano getti d’acqua sui loro vestiti, sulle biciclette, sull’ulivo e la rovere, sulla panchina, sull’ombra. A turno correvano e fuggivano a gambe levate sulla panchina, a saltare coi piedi tra le ruote delle biciclette con la bocca piena di filastrocche. Improvvisamente un gran silenzio.
Il silenzio afoso e molle della calura e dei grilli.
Il silenzio della siesta, delle finestre chiuse, delle mosche sull’ulivo.
I due bambini si erano seduti sulla panchina, uno vicino all’altra.
Bagnati i capelli, le bretelle, i pantaloni corti, le camicie, la gonna, le caramelle. Un papavero si era sciolto dalla treccia della bambina.
Si guardavano negli occhi.
Si diedero un bacio a schiocco sulle labbra avvolti dal silenzio. Si abbracciarono.
E in un momento furono di nuovo a cavalcioni sulle bici caracollando via per le viuzze e la campagna.
Solo la cinciallegra dall’alto del lampione poteva ancora vederli mentre si allontanavano mentre ancora giocavano a chi pedalava più veloce avvolti da sbuffi di polvere e zig zag finché non scomparvero.
La cinciallegra quel giorno continuò a lungo i suoi gorgheggi delle quattro.

da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella
 

 

 

 

DI QUELLA VOLTA CHE VENNE IL CIRCO
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008

 

Il piccolo Circo Hulon aveva montato nella piazza le sue gradinate di legno. Un bel semicerchio. Tutte le finestre delle case che circondavano la piazza erano aperte e accese, e già tante teste nere si vedevano camminare avanti e in dietro dentro le case.  Sarebbe stato difficile, a fine spettacolo, recarsi fin lassù a raccogliere un’offerta libera col cappello.
Ma avevano fatto una buona pubblicità in paese con cartelloni appesi ad ogni incrocio e tre giri in macchina di persona col megafono ad annunciare signore e signori questa sera grande spettacolo il Circo Hulon vi aspetta alle ore 21 signore e signori…
Avevano disposto le quinte proprio dinanzi al lampione inglobando, in un ampio spazio protetto, la panchina, su cui avevano appoggiato attrezzi e torce; la fontana, da cui attingevano acqua per la cucina; l’ulivo, ai cui rami avevano appeso grucce e vestiti.  Il carrozzone sfiorava le fronde della rovere e dell’ulivo e proteggeva le spalle da sguardi indiscreti.
Dal lampione il Picchio Rosso si sarebbe messo a battere i suoi colpi alle 21 precise, e lo spettacolo sarebbe iniziato.
Sophie era già truccata, pronta dentro il suo vestito color argento e pailletes a mostrare il turbinìo delle sue 6 palline che avrebbe fatto danzare mirabilmente da una mano all’altra in mille evoluzioni.
Jacques fumava dietro le quinte avanti e in dietro, con una mano schiacciandosi i reni i lombi che gli dolevano ormai da mesi. Pensava a quando avrebbe trovato il tempo di operarsi, dove avrebbero trascorso il prossimo inverno, se sarebbero riusciti a guadagnare abbastanza quell’estate da poter superare l’ inverno. 
Anche quella sera Jacques cercava la forza per poter camminare ancora una volta  in equilibrio sul filo d’acciaio.
Antoine, il loro bambino di quattro anni, già vestito da domatore, era pronto anche lui. Nell’attesa se ne stava seduto sulla sella del triciclo giocando con i soldatini di plastica che con le dita sollevandoli a pizzichi simulava una marcia sulla trincea del manubrio.
Le gradinate erano già piene di gente, i bambini masticavano noccioline.
La serata si mostrava promettente, avrebbero fatto un buon incasso.
Sophie finì di sistemare la macchina dello zucchero filato. Durante l’intervallo si sarebbe messa come al solito ad avvolgere intorno a lunghi spiedini di legno lo zucchero filato da vendere ai bambini e alle mamme.
Mancavano pochi minuti all’apertura delle quinte, pochi minuti al segnale del Picchio Rosso delle ore 21.  C’era ancora il tempo per una pisciatina.
Jacques andò verso l’ulivo e orinò.
Sentì un compatto frinire di cicale che abitavano l’ulivo.
Gli parve di capire che c’era una qualche somoglianza tra lui e le cicale.
Loro erano nascoste “dentro” l’ulivo.
L’ulivo era come un pozzo ininterrotto colmo del loro frinire.
Lui era nascosto “dietro” l’ulivo. Nascosto alla vista di occhi indiscreti che avrebbero potuto vederlo mentre pisciava. Ma non c’era nessun occhio indiscreto a guardarlo. Era ben protetto dalle quinte, dal carrozzone, dalle fronde della rovere e dell’ulivo.
Perché allora si nascondeva dietro l’albero?
Forse era solo istinto, o  forse solo compagnia.
L’albero è come un pozzo su cui mi appoggio.
Il rivolo della mia pisciata scorre lungo il tronco fino a formare una pozza ai miei piedi. Faccio un saltello per evitarla.
Le cicale restano ferme.
Il filo di fumo della sigaretta sale dalle mie labbra verso l’alto.
Le cicale ferme.
Mi lacrimano gli occhi per il fumo.
Le cicale friniscono.
E’ vero abbiamo similitudine e differenze.
Le cicale friniscono.
La mia testa è come questo albero, piena del frinire dei miei pensieri.
Lo stesso rumore.
Quanti grilli per la testa.
Loro sono cicale senza grilli.
La luna piena.
La vescica piena.
L’albero pieno di cicale.
La testa piena di grilli.
Tra me e le cicale un tronco d’albero.
Io sotto, loro sopra.
Loro dentro l’albero, io fuori dall’albero.
Io sono di passaggio, loro abitano qui.
Loro sono una famiglia nell’ulivo, io un ulivo nella famiglia.
Io ho un pinocchio di legno che piscia, loro hanno il loro frinire.
In questo momento, mentre mi guardano e ascoltano, le cicale potrebbero fare una cosa soltanto: pisciarsi addosso dal ridere.
Continuo il frinire delle cicale...
Ho smesso di pisciare.
Loro sempre ferme.
Io scrollo.
Loro sgrillano.
L’ultima goccia.
Loro sono un circo di cicale.
Io una cicala nel circo.
Io francese che parla un pizzico di italiano.
Loro italiane che friniscono un pizzico in francese.
L’ultimo frinire allontanandomi e il chiacchierio del pubblico si fa più chiaro..
Tra me e queste cicale nessuna differenza in fine: entrambi sotto la luna.
Il Picchio Rosso dall’alto del lampione annunciava vivacemente le nove.
Signore e Signori…
Difficile raggiungerlo lassù per raccogliere un’offerta col cappello.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella
 
 

 

DI QUELLA VOLTA CHE COL PALMO E IL PUGNO
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008

 

Per San Giuseppe la piazza di Poirino si riempì di bancarelle.
Contadini e allevatori avevano portato i loro animali alla fiera del bestiame.
Le vie stracolme di curiosi e di bambini.  Galline che zampettavano all’aperto su uno strato di fieno, belle mucche grasse che guardavano sempre a terra ondeggiando la testa. Spezzoni di corda legati a una staccionata tenevano fermi per il collo gli agnelli vivaci. I cavalli avevano seminato nelle vie di terra battuta patacche di sterco fresco grosse come Hansel e Gretel. C’erano piccioni in gabbia, cocorite, pappagalli, fischietti di terracotta, trombettine.
Il lampione della piazza con la sua luce gialla era acceso anche a mezzoggiorno, forse per dare un senso di festa, forse perché ancora una volta l’addetto comunale si era dimenticato di spegnerlo.
Le sagome scure degli uccelli imprigionati nel vetro del lampione erano ben visibili. Sotto il lampione, all’ombra dell’ulivo, si erano accampati due massari: uno con la mucca, l’altro con una squadraccia di tacchini.
Il massaro strizzava le mammelle alla mucca gocciolando in un secchio di rame, e vendeva il latte tiepido agli avventori vestiti a festa. Aveva legato la mucca alla fontana, e appeso al rubinetto il suo berretto.
L’altro massaro aveva eretto un muro con sacchi di segatura, abbastanza alto da contenere i tacchini in quel recinto.
Quando un passante si avvicinava, l’uno allungava il secchio di rame a mostrare il bianco del latte, l’altro teneva strette in pugno le zampe del tacchino più grosso e lo faceva penzolare a testa in giù scuotendolo animatamente per stimolarne la vendita. All’ora del pranzo il tacchino aveva perso tutte le penne. Il secchio era ancora colmo di latte. Pochissimi si erano fermati a comprare da loro.
Stimando che così sarebbe andata tutta la giornata si misero uno dirimpetto all’altro e con le gambe storte divaricate cominciarono a giocare alla morra.
Con voce forte da fattori, intonando un canto ritmato di vocali, accompagnavano il pugno, il palmo aperto della mano, il dito indice e medio nel segno della forbice.

Ah! Ah!
pugno – forbici
forbici si spuntano sul sasso, vince sasso

Ah! Ah!
palmo - pugno
foglio di carta avvolge sasso, vince carta

Ah! Ah!
forbici – palmo
forbici tagliano foglio di carta, vince forbici

Il massaro si giocò la mucca una coscia alla volta, poi il collo, poi la testa, finché, perso ogni pezzo, non potette far altro che cedergliela intera.
La mucca passò nel recinto di sacchi con i tacchini che le zampettavano intorno. Anche il secchio di rame con tutto il latte passò nel recinto.
Il massaro non poteva tornarsene a casa a mani vuote.
Chiese di giocare ancora, ma l’altro tergiversava.
Le voci si alzarono e un mucchio di gente si radunò intorno a loro. Tutti dissero che era giusto dargli la rivincita.
Così ricominciarono.

Ah! Ah!
palmo - forbici
forbici tagliano foglio di carta, vince forbici

Ah! Ah!
pugno - palmo
foglio di carta avvolge sasso, vince carta


Ah! Ah!
forbici - pugno
forbici si spuntano sul sasso, vince sasso


Il massaro aveva perduto tutti i suoi tacchini che passarono all’altro massaro.
Con cordicelle il vincitore legò tutti i tacchini alla fontana e si rimise in testa il berretto. Era quasi il tramonto. Già molti allevatori avevano caricato i loro animali sui carri per ritornare alle loro fattorie. I cavalli trovarono da soli la strada del ritorno.
In quegli ultimi minuti di luce i due massari tentarono di nuovo di vendere. Quello che prima mostrava il secchio pieno di latte ora strattonava in mano il tacchino più grosso; quell’altro, che prima faceva penzolare a testa in giù il tacchino, ora allungava il secchio pieno di latte verso i passanti.
Ma a quella vista tutto il gran cerchio di gente che si era radunata per vederli giocare alla morra cominciò a dileguarsi.
I due fattori caricarono le loro cose sui carri e lasciarono la piazza.
Quando gli spazzini pulirono le strade con acqua e spazzoloni, quando ogni rumenta fu portata via, cartacce, manifesti, sterco, paglia, giornali, segatura, quando anche San Giuseppe fu portato via, e tutto tornò pulito come prima, quando ogni finestra fu chiusa e ogni luce spenta, nella piazza tornò il silenzio.
A notte fonda pareva provenissero delle voci dalla luce gialla del lampione.
Strane voci di uccelli.  Anzi, a guardar bene, si potevano vedere come delle zampette aprirsi e chiudersi. Testimoni di quel San Giuseppe con la fiera gli uccelli prigionieri dell’orologio sembravano giocare alla morra anche loro.
Erano le tre del mattino quando sembrava che il merlo gridasse Ah! Ah!
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Febbraio 2013 16:42 )
 

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