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Marcella Saggese - Laura va in Sudafrica PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 16:55

 

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LAURA VA IN SUDAFRICA

di Marcella Saggese
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008




Laura aveva da poco compiuto ottant’anni e si era accorta di aver perso la memoria. Si ricordava la sua casa, i suoi figli, ma non sapeva più se oggi era oggi e domani domani. “Che giorno è? Sabato?”, chiese alla sua fidatissima Giuseppina. “No, mamma - si era abituata a chiamarla così -  oggi è martedì ed è ora di alzarsi.”
Molto tempo prima erano andati in Sardegna, Laura e Gianni, a prendere Giuseppina. Avevano bisogno di una donna fissa che li aiutasse in casa. Giuseppina aveva allora quindici anni e non sapeva scrivere. Bruna, gli occhi di taglio orientale, i denti di bianco smaltato, era molto timida. Laura le aveva insegnato a scrivere e aveva provato a essere come una madre. Ora, dopo quarant’anni, le parti si erano invertite. Giuseppina, fedelissima, le ricordava i giorni, le ore e anche il passato. Il loro passato. Di quando lei insegnava a Eugenia, una figlia della signora, ad andare in bicicletta alla Pellerina. Di quando lei aveva imparato a ricamare per fare il suo corredo. Di quando il signor Gianni le aveva prestato i soldi da mandare ai parenti sardi. E Laura l’ascoltava, ma non così sicura che fosse tutto vero.
Quella mattina la signora era di buon umore. In quel periodo sognava molto. A volte si svegliava molto agitata, specialmente quando sognava Gianni. Aveva sofferto di una grave depressione dopo la sua morte. Erano passati dieci anni ormai. Nessuno, però, riusciva a colmare quel suo senso di solitudine.
“Giuseppina, hai lavato il mio vestito verde, quello con le greche?” “Quello estivo? Quello estivo l’ho già ritirato! - rispose Giuseppina - Siamo a novembre mamma, a novembre!” “Lo so che siamo a novembre, ma mi serve per il mio viaggio, Gianni mi aspetta in Sudafrica”, ribatté Laura. Giuseppina rimase stupita e non le venne subito la risposta. La signora era stata in Sudafrica parecchi anni prima, dai suoi nipoti. Aveva dodici nipoti a Città del Capo. Sua sorella Ottavia, dopo la guerra, era partita per il Kenya già con quattro figli. Di lì, in seguito, si erano stabiliti in Sudafrica. A Città del Capo avevano aperto un’officina in cui lavoravano insieme tutti i fratelli. Un’officina della Ferrari. In quella città c’erano parecchi bianchi che possedevano una Ferrari.
“Gianni mi ha detto di preparare due valigie, quelle rigide da aereo, il volo parte domani alle 7.45”. Giuseppina la osservò bene: la signora era più vivace del solito e il colorito era meno pallido. Sembrava animata da una forza insolita. “Mamma, adesso metto le cose a posto in cucina e poi andiamo in paese al mercato, oggi fa bello!”, disse Giuseppina cercando di sviarla da quell’idea. Ultimamente quando aveva un pensiero fisso era difficile distoglierla. L’aura dei sogni notturni si prolungava per tutto il giorno seguente, a volte anche per due giorni. Giuseppina le preparò il caffè e le porse il giornale. “Guarda che ho ancora da preparare le valigie”, ricominciò con insistenza mentre camminavano verso il mercato. La donna fece finta di non sentire.
Nel pomeriggio Laura si intrattenne in giardino. La sua casa era in mezzo a un bosco. Le foglie cadute erano la sua ossessione. “Quante foglie, quante foglie!”, borbottava raccogliendone una alla volta. Faceva dei mucchietti che poi spostava in un punto diverso. Non c’era nessuna logica in quei lavori. Solo il bisogno di fare qualcosa. Si sentì sfiorare come da una mano calda. Si girò e... “Gianni sei tu?” Lui era un uomo alto, distinto, con la fronte spaziosa e i capelli sempre profumati, tutti pettinati indietro. “Professoressa, capisco che con un uomo così non si riesca a uscire dal letto...”, aveva detto la preside con un pizzico d’invidia un giorno che Laura era arrivata a scuola affannata al suono della campanella. “Sei venuto a prendermi? - continuò lei - sei sempre uguale, come quando ti ho conosciuto a Ceres, ti ricordi? Che belle gite, la montagna... Le valigie! Sono in ritardo!”
Con uno scatto nervoso lasciò il rastrello e le cesoie sul prato e rientrò in casa. Prese un borsone e cominciò a metterci le cose più svariate, alla rinfusa. Poi si cambiò. “Che capelli bianchi! e quante rughe!”, disse gettando sul letto il piccolo specchio, “sono proprio vecchia! ma con Gianni siamo così uniti in questi ultimi anni!” Si infilò il giaccone di piumino, prese il borsone e uscì. Lui era svanito. Dovevano vedersi in Sudafrica. Nessuno la sentì, i cani non abbaiarono. Era molto tempo che non varcava quel cancello da sola. Forse tre, forse quattro anni. Era convinta di andare tutti i giorni in paese, da sola. Come aveva sempre fatto un tempo. Con passo deciso intraprese il cammino. Era diventata così piccola e magra con la vecchiaia. Sembrava ristretta. Camminava, camminava veloce. Le gambe presto si affaticarono. Il respiro era accelerato, cominciò ad annebbiarsi la vista. Si sentiva forte e nello stesso tempo evanescente. Improvvisamente tutto le sembrò così nuovo! I colori, gli odori, le cose, le persone facevano parte di un altro mondo. I cani le sembravano elefanti, i gatti ghepardi. “Possibile che sia già arrivata?” - disse fra sé e sé – “Qui è molto bello, ma lui dov’è?” Cominciò a vagare in mezzo a quei boschi e a chiamare, chiamare forte: “Dove sei? Sono arrivata! Sono stufa di stare da sola, ti prego vieni!” Piangeva e urlava, ma nessuno la sentiva. Vagò così fino a quando ne ebbe la forza. Poi, esausta, si accasciò su una panchina. Si coprì con tutto quello che aveva e si addormentò proprio come un barbone.
La trovarono il giorno dopo semi-assiderata. Mentre la soccorrevano disse: “Oh, scusa Gianni, sono in ritardo!” Poi chiuse gli occhi, con un mezzo sorriso sulle labbra.
 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:43 )
 

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