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Marcella Saggese - cantando in sogno PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 16:50

 

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CANTANDO IN SOGNO

di Marcella Saggese
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 20 aprile 2008





Angela in quel periodo dormiva molto male, si svegliava spesso, si alzava, andava in bagno e poi faceva fatica a riaddormentarsi.
Dormiva poche ore.
Le cose che le davano più fastidio erano due: ritrovarsi tutta sudata e non ricordarsi più i sogni.
Aveva sempre sognato, spesso le paure ritornavano nel sonno in mezzo a quelle schegge di memoria di cose successe durante il giorno, in mezzo a desideri nascosti o conosciuti.
Ricordava bene anche i particolari e quando riusciva scriveva tutto su un quaderno rilegato in stoffa arancione che le avevano regalato al suo compleanno. Adesso, invece, come una luce che si spegne all’improvviso, quando si svegliava non rimaneva più nulla, il buio, nella mente assopita qualche vaga sensazione, e tutto quel sudore lungo il collo, le braccia e in mezzo ai seni. Forse aveva mancanza di vitamine, forse gli ormoni erano impazziti.
Non voleva prendere sonniferi, tentò altri rimedi: il rilassamento, lo yoga. Cambiò qualche abitudine: andare a letto più tardi…, una coperta in meno. Il sonno migliorò, non sudava più, ma i sogni non tornavano.
Di giorno tutti gli impegni e le cose da fare la soffocavano, e poi si sentiva così noiosa a ripetere sempre che era stanca, che aveva bisogno di aiuto, che si sentiva sola… Talmente noiosa che finì per non parlare più. Non se lo impose, venne spontaneo. All’inizio tutti pensarono che fosse solo arrabbiata, chiusa in un silenzio di protesta, poi cominciarono a preoccuparsi perché capivano che in realtà era ancora interessata agli altri, alle cose che faceva: guardava, ascoltava, rideva. La portarono dai medici, in ospedale, non si venne a capo di nulla.
Perse il lavoro e iniziò a deperire. Più il tempo passava, più si lasciava andare. A un certo punto cominciò a girare con un cartello appeso al collo. C’era scritto a caratteri rossi: «Sono senza sogni».
Entrava a volte in una chiesa dove un giovane organista si esercitava sulle fughe di Bach. Quella musica la conosceva bene e quelle note le aprivano ricordi: “Angela! in questo modo si esprimono solo i carrettieri!” “Se vai via di casa non sarai più mia figlia!” “Angela, sono felice che tu sia venuta, ti aspettavo.” “Non so che cosa concluderai…” “Vedrai, le cose con il tempo si mettono a posto…” “Eppure ero così felice!” “Quanti desideri si sono avverati! Non posso pensare di non essere più nella sua mente!”
Tutti i giorni ritornava, ogni giorno un pianto o un sorriso. Le bastava essere lì. Non ricordava il suo nome, ma si sentiva libera. Cominciò a cantare sottovoce, i suoni le uscivano limpidi dalla bocca e ritornavano leggeri alle orecchie, avvolgendola in un cerchio sonoro: il desiderio di cantare, di sentire vibrare la melodia…
La voce divenne sempre più chiara, fino a coprire quella dell’organo. Ora si sentiva piena di vita.
“Angela! Angela!”, era suo marito che le scuoteva il braccio. “Stai cantando a voce altissima, svegli i bambini! Ti senti bene?”
“Sì… sì, stavo sognando.” Rispose con gli occhi chiusi e i suoni che ancora le riempivano le orecchie. In quel momento si sentì più sicura.
 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:43 )
 

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