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Gian Maria Vinci - sogni svegliati PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 17 Luglio 2011 16:44

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Centro Nazionale per la Promozione della
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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SOGNI SVEGLIATI

di Gian Maria Vinci
Cascina Macondo -  Scritturalia, domenica 20 aprile 2008





Mi sveglio, guardo lo schermo della televisione che, sempre in attività, mi osserva dalla sera prima e prontamente mi invia le notizie di Rai News 24, passo al telegiornale della Sette, scorre il meteo, la viabilità e l’oroscopo, sono le sei, passo al telegiornale di Canale 5, spengo la sveglia programmata per le sei e trenta e dopo l’oroscopo di Canale 5 balzo giù dal letto (balzo – più che altro scendo dal letto).
Mi tolgo la maglietta, i boxer, salgo sulla bilancia, come sempre, ormai da tempo, m’incazzo, mi lavo.
Devo prendere la pastiglia contro i dolori delle articolazioni, il magnesio per i muscoli, non ho voglia di gassare l’acqua, quindi un sano bicchiere di vino bianco fa al caso mio e, già che ci sono, per colazione spazzolo le due costine di maiale rimaste in forno dalla sera prima e sfuggite miracolosamente alla furia divoratrice di Lucio; completo il tutto con una barretta di cioccolato e un altro sano bicchiere di vino bianco.
Tuta, giubbotto e borsone, in men che non si dica, grazie all’ascensore, sono davanti al portone, lo guardo e mi chiedo perché abbiamo speso 11.000 euro per automatizzarlo se poi ogni giorno sono io ad aprirlo; raggiungo il vespino e mi involo al box, mi fermo per il caffè al circolo dei genoani (cosa ci faranno in piedi alle sette e trenta di domenica mattina non so e non l’ho mai chiesto), raggiungo la serranda del box, tiro giù dal letto l’imbecille che puntualmente mi parcheggia davanti alla serranda, l’imbecille questa volta è la figlia di quello che abita al piano sopra il box, in pigiama e assonnata si scusa, è rientrata alle cinque del mattino dalla discoteca dove lavora, proprio insieme a suo padre, guardia giurata, mi rendo conto, capisco e inizio subito a scaldare i motori delle moto che saranno caricate sul furgone.
Una volta si arrabbiò a morte, la guardia giurata, e mi disse di tutto perché scaldavo i motori e mandò il cane sul poggiolo; mi scusai, spensi i motori, ma feci abbaiare tanto il cane che si infuriarono i vicini.
Giunge il furgone e iniziano le operazioni di carico, rampa moto, caschi, l’appuntamento è alle ore nove al bar delle sorelle a Quigliano, dopo il cimitero.
La combriccola si ritrova, si racconta sempre le stesse cose, espleta il rito della vestizione, quindi caffè e grappa dalle sorelle e via per le Rocche Bianche.
Strade sterrate, mulattiere, sottoboschi fangosi, i sette guadi si susseguono che è un piacere, strada facendo incontri anziani gitanti, convinti ciclisti, famiglie che si preparano a cuocere quintali di salsicce, giovani e meno giovani che corrono dietro a un pallone, nella stagione giusta qualche cercatore di funghi e qualche cacciatore, ma noi imperterriti a cercare di dare gas, ahiahiahi, ecco la Guardia Forestale, tutti si fermano e mi guardano, vado a parlare con i forestali, dopo una bella chiacchierata sul contenuto della sentenza della Corte di Cassazione che ha ottenuto l’amico Turci e sulla quale sono ansioso di conoscere la loro opinione in qualità di operatori sul campo della Legge n° 28 della Regione Liguria, non ci propinano nulla, ma mi indicano nuovi percorsi, quindi, stremati, salgono sulla Land Rover e si allontanano.
Noi, dopo averli ringraziati, ci rimettiamo in marcia per raggiungere le “russe”, un simpatico agriturismo gestito da ragazze russe presso le quali si pranza ottimamente e dove siamo sempre accolti con simpatia e disponibilità (doverosa precisazione: solitamente arriviamo sporchi lerci, puzzolenti come caproni, giustamente qualche ristoratore non ha piacere di raccogliere il fango che cade dai nostri vestiti).
Non si esagera con il cibo, ma, sazi di taglierini al sugo di funghi, pasticcio di cinghiale, un buon bicchiere di Barbera, l’immancabile caffè e il grappino offerto dalle ragazze, si riparte più convinti che mai che questo è decisamente un buon modo per divertirsi e trascorrere insieme qualche ora, fare sport.
Ma è ora di andare a fare le trincee di Napoleone, eh si, per rientrare si può passare da una mulattiera che porta lungo le fortificazioni che Napoleone (giovane Generale in Italia) fece approntare prima della battaglia di Carcare/Colle di Cadibona.
Si comincia a sentire la stanchezza, il tuo “io”, con una voce che via via diventa seria, inizia a ricordarti l’età, ti consiglia la prudenza, lungo le pietraie non riesci più a guidare in piedi, le gambe sono pesanti e le spalle a fatica rimangono erette, a questo punto ci vorrebbe qualcuno che ti riporti la moto al furgone.
Ok, ma tutto questo cosa c’entra con i sogni svegliati?
Ogni beone che si ferma dalle “russe” è nel proprio sogno un pilota mancato, da sveglio solo una buona forchetta, peccato che da quarant’anni continuiamo a negare questa evidenza a noi stessi…
 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:43 )
 

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