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Silvia Chieregato - luna piena PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 18:12

 

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LUNA PIENA

di Silvia Chieregato
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010





Sto bene nella casa in cui abito, è spaziosa, sa di buono quando ci si entra, mi piace pensare che un giorno qualcuno la troverà accogliente. C’è una bella vista: le montagne, un parco davanti, ma non vedo la luna. Ci ho fatto caso quasi subito, ma non ci ho pensato quando ho deciso di prenderla, dovevo andarmene, era disponibile, affare fatto!
Poi mi sono detta: non gli ho chiesto se si vede la luna. Nella casa di prima dalla finestra della soffitta, quando lui era stanco, mi lasciava in pace e mi chiudeva lassù, l’unica cosa bella da guardare era la luna. In piedi sulla sedia riuscivo ad appoggiare i gomiti sul davanzale, e ci passavo le ore. Mi ricordavo quando da bambina stavamo tutti in cortile dopo cena e davamo la caccia agli uomini che si trasformano in lui. Ero fuori con gli altri, ma poi avevo incubi terribili. Era un gioco, ma guarda caso in quelle notti lì nessuno di noi si allontanava!
Poi sono cresciuta e la luna è sempre stata un punto di riferimento per me, una consigliera, un’amica cui confidare segreti.
La luna piena, in particolare, ha sottolineato dei passaggi nella mia vita, o meglio, se ripenso a qualche episodio significativo rivedo me, che a un certo punto guardo fuori e la vedo, tonda, enorme, che mi strizza l’occhio e mi dice: sono qui con te. Quando se ne è andata la nonna, quando mio padre ha portato via le sue cose credendo (o sperando) che stessimo dormendo. Quando mi ha accompagnato a casa la prima volta e mi ha dato un bacio. Quando abbiamo fatto l’amore, in macchina, in mezzo ai campi e raramente è stata grande e bianca come quella sera, per illuminare la nostra pelle chiara.
Quello che è successo dopo non l’ho ancora capito del tutto, non mi è chiaro nemmeno se ho commesso io degli errori, dove ho sbagliato, se ho sbagliato, ma è cambiato completamente: gelosie folli, appostamenti, litigi e poi botte, che quando cominciano non finiscono più. Fino a vivere rinchiusa in soffitta, tranne che per uscire a dare l’immagine della coppia felicemente sposate. Chiusa come Cenerentola, solo che non è la matrigna che chiude la porta, bensì il principe azzurro.
C’era luna piena anche quando ho deciso che me ne sarei andata e che non avrei tenuto suo figlio. Era una luna incredibile quella sera, grande e così gialla, quasi rossa. Non rispondeva alle mie domande silenziose, ma urlava quello che dovevo fare, e l’ho fatto. Non ho tenuto suo figlio, ho tenuto il mio, di bambino. E da lì non mi sono più fermata, ho proseguito nella direzione che avevo deciso di prendere. E ora che guardo dalla finestra, la prima sera nella mia casa, mi rendo conto che non la vedo davvero la luna piena, non c’è.
Chissà, forse è un segno, forse mi sta lasciando andare.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:45 )
 

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