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Sergio Boldini - gli occhi degli altri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 18:07

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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GLI OCCHI DEGLI ALTRI

di Sergio Boldini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Non era ancora successo.
   Quel tipo di paura non si era ancora manifestato.
   Ci pensava spesso, quasi ogni ora e non riusciva a controllare questa sua debolezza che lo rendeva estremamente sensibile, debole, incapace di reagire, voltare pagina e iniziare un altro capitolo.
   Si era alzato dalla poltrona, aveva appoggiato il libro sul tavolo e spento il gas sotto la moka che ancora brontolava. L’aroma del caffè si era impadronito dell’aria della stanza.
   Sorseggiando il liquido bollente aveva percorso l’intero corridoio. I quadri appesi alle pareti mandavano riflessi capricciosi. Sembrava che la luce volesse dipingere altri paesaggi, altre nature, altre persone e rimandare i suoi bagliori a trafiggere l’aria fuori dalla dimensione dipinta.
   L’aveva guardata appoggiato allo stipite della porta e l’immagine era la stessa di sempre, quella che più lo attraeva e confondeva.
   Lei era distesa sul letto, il viso affondato nelle pieghe del cuscino, i capelli a formare una ragnatela tra l’oro e le spighe di un campo di grano. Il corpo nudo, quasi di marmo. Aveva una gamba piegata, l’altra era allungata, il piede abbandonato al di là del letto. Dava l’impressione di cercare un contatto oltre il sogno. Il viso, bello e pulito, sapeva delle cose sussurrate al tremolio di una candela.
   Dalla finestra, in trasparenza, il volo di due gabbiani e i colori del mare che pareva un grosso rotolo di carta argentata, tanto erano bianche e lucenti le increspature della superficie.
   Non la svegliò. Si allontanò portando con se il suo profumo, il suo respiro. Tornò in cucina, posò la tazzina nel lavandino, rimise il libro sullo scaffale della libreria e uscì.


Non c’erano colori diversi. Non c’era nulla che potesse confermare il timore di una sensazione che sentiva ma che non riusciva a identificare. Tanto meno a spiegare. Più che una sensazione però, era un’impressione, qualcosa che aveva a che fare con l’emozione e la paura di intuire la presenza di un déjà vu che lo avrebbe sconvolto.
   Un po’ come aspettarsi di scorgere il balenare di una visione di cui non riesci neppure a fartene una ragione.
   Eppure tutto era come se lo ricordava: lei, la casa, il mare, le barche. Persino il vecchio porticciolo, le gomene mollemente allungate e annodate, i parabordi colorati e appesi. Anche le tende colorate dei negozi allineati lungo la strada, fino alla scalinata che saliva e si attorcigliava come un’edera su, fino al faro.
   “Buongiorno professore. A spasso già a quest’ora?”
   “Sì, retaiolo, avrei voglia di pesce, ma vedo che qui la disponibilità alla pesca è poca.”
   “Le reti sono bucate... i pesci scappano. Inutile andare in mare.”
   “Già... e i buchi della tua sono particolarmente grandi!”
   “È attento lei, si è accorto che sono da cucire...”
   Un cenno della mano, un sorriso che fa sentire bene e quella sua barba bianca che si sovrappone ai cento volti che s’incontrano tra i moli e i carruggi che si guardano e si toccano come amanti.
   Nulla che già non faceva parte del suo vedere, del suo sentire, di quel mondo che aveva lungamente amato, magari anche un po’ denigrato.
   E quel senso di angoscia, di incipiente malessere del corpo e dell’anima che si sentiva ripercuotere dentro e che non si placava mai.
   Quasi un’ossessione, un tormento. Una follia senza tempo.
   Lui cercava un motivo, un pezzo di vita non vissuta, ma già passata. Come l’immagine a colori di un vecchio film che non ricordi di aver visto. Aspettava il realizzarsi di una collisione, l’incontro di una realtà virtuale impossibile da definire e da circoscrivere.
   Cercava i colori di uno sguardo perso nel crepuscolo di un’istantanea dai sapori diversi, sconosciuti, nuovi. Cercava la diversità, la chimera dagli occhi di ghiaccio che non traduce l’immagine, ma solo il suo persistente profumo.
   Inseguiva quell’emozione che si ha quando sai di osservare il sorriso di un bambino, la piega sulle labbra di lei, i suoi capelli, le mani e ti chiedi se quello che vedi è proprio lì, davanti a te, oppure è solo un ricordo, un ricordo che forse non è neppure tuo, che non ti appartiene, perché pensi sia quello di quel ragazzo che ti ha donato gli occhi.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:45 )
 

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