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Samuele Capano - la nostra alba PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 18:02

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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LA NOSTRA ALBA

di Samuele Capano
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Alla partenza dalla stazione, il treno inchiodò di colpo.
Eravamo tanto ammassati che nonostante la frenata nessuno si mosse: tra noi non ci fu alcun urto.
    Una voce metallica ci disse di non preoccuparci, “Dopo un breve controllo il treno ripartirà.”
Al che le porte si aprirono e tutti, con i loro occhi vitrei, ciondolarono verso l’uscita.
    Solo io e Claudio aspettammo qualche attimo prima di avviarci.
Raggiungemmo la folla di occhidivetro ai piedi del treno.
Tirai fuori due sigarette e le accesi.
Una per me, l’altra per il mio amico.
Claudio mi ringraziò, fece un bel tiro e mi disse ‘‘Cazzo, se faccio tardi anche oggi mi ritrovo le valige fuori dalla porta.’’
Per supportarlo, provai ad avvicinarmi per dargli una pacca sulla spalla, per dire ‘‘Vabbé, puoi dormire da me; come ogni volta!’’
Ma nel farlo sentii il mio piede rimanere incollato all’asfalto.
Un suono simile a un poster che si stacca mi costrinse a guardarmi le suole.
    Alla stazione, tra la striscia gialla da non oltrepassare e il mio piede, c’era una pozzanghera rossa. Dell’appiccicoso sangue di chissà chi mi teneva lontano dal mio amico e incarcerato in quella gabbia di persone dagli occhi morti.
    Non riuscii a dire niente. Indicai a Claudio il mio piede. Volevo gridare aiuto.
Nonostante sapessi che bastava fare un passo per togliermi da lì, non riuscii a farlo.
Sentivo le gambe pesanti, come se qualcuno me le stesse tenendo.
Come se la morte me le stesse tenendo.
Claudio mi strattonò via dalla mia prigione’’Cazzo fai? Non vedi che sei sul sangue?’’ mi gridò.
E tutti con le loro pupille vitree ci fissarono.
Come mi sentii in quel momento?
Come se, aprendo una scatola di sardine, scovassi cinquanta occhi di pesce a fissarmi, solo che quei pesci erano tutti vivi.
    La voce metallica, che diceva che ci sarebbero stati dei pullman a sostituire la tratta, mi riportò nel mondo reale.
    Gli altri pendolari guardarono l’orologio: ci fu chi bestemmiò, chi chiamò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi, chi annullò una cena. Nessuno disse ‘‘Qualcuno è morto, si è suicidato!’’, tutti guardavano l’orologio come se il loro tempo fosse la cosa più preziosa del mondo.
    Voltai lo sguardo verso la pozzanghera, c’era un pezzo di stoffa lì vicino.
‘‘Uno zaino’’ dissi ‘‘Cazzo uno zaino, allora forse era un ragazzino’’; provai odio per quelle persone ‘‘Lui non avrà più tempo...’’
Claudio appoggiò una mano alla spalla e, stringendomi a sé, mi disse all’orecchio ‘‘Ale, calmati! Va tutto bene. Stai straparlando.’’
Dovevo essere io a consolarlo, ma ora si erano invertite le parti.
    Nell’uscire dalla stazione la folla si ammassò sulle scale mobili.
Pensai a come facessero a non volere spazio, dopo venti minuti su un treno, tutti fermi e ammassati, come facevano a non aver voglia di farsi quattro gradini?
Io e Claudio rimanemmo a metà scala a guardarli.
Sentii qualcuno dire ‘‘Cosa potrebbe mai avere uno studente?’’ solo per poter dire quanti e quali fossero i suoi problemi.
E io, rimasto qualche gradino più in basso rispetto al mio amico, distesi un braccio verso la folla. Fissai tra le mie dita aperte quel miasma di occhi di vetro e, chiudendo la mano, pensai a quanto sarebbe bello poterli eliminare solo chiudendo il pugno.
Claudio mi prese per la giacca e mi trascinò all’aperto, con un gesto tanto violento da farmi quasi inciampare.
Prima di salire sul pullman ci prendemmo delle birre. Le stappammo con l’accendino e brindammo alla vita.
    Seduto sull’autobus mi addormentai.
Sognai mia madre dirmi che ogni mattina le cose potrebbero andare meglio, sognai un ragazzo rispondere che lui non avrà più mattine, niente più albe, e sognai una pioggia di sangue e vetro pioverci addosso.
Mi sveglia col cuore che batteva all’impazzata.
Sorrisi a Claudio, mi alzai e, sentendo i muscoli vibrare per l’adrenalina, mi diressi verso l’autista. Gli dissi di farmi scendere, che ero arrivato.
    E mentre scendevo i gradini del pullman sentii il mio amico chiamarmi. Lo vidi venirmi incontro, ma io avevo da fare; non potevo stare ad ascoltarlo.
Mi fermai a un autogrill; comprai una tanica, che riempii di benzina, due birre e una saponetta.
‘‘Chissà se è vero che il sapone ne migliora l’effetto?’’ mi chiesi.
Guardai l’ora: 23.45 esatte.
Chiamai giornalisti e televisione ‘‘Venite in via Verdi!’’

Con il mio accendino stappo le birre, sbeccandone il fondo, prendo la saponetta e con le unghie creo piccole scaglie che lascio cadere nella tanica
Sono le 23.51, accendo due sigarette, una la fumo, l’altra l’appoggio per terra, vicino alla birra.
23.58 ‘‘Voi non ne avete colpa, ma lui deve vedere l’ultima alba. L’ultima mattina.’’
‘‘Anzi no! Anche voi ne avete colpa!’’ e lancio la tanica verso una finestra e , subito dopo, schioccando le dita, lancio anche il mozzicone di sigaretta.
Guardo ancora l’orologio: 23.59.
Ho fatto in tempo. Il rosso del fuoco schiarisce la notte, le stelle spariscono.
Arrivano i primi giornalisti.
Arrivano le prime grida.
Con il fondo della mia bottiglia tocco il collo di quella poggiata al suolo.
‘‘All’alba!’’ dico ‘‘Quest’alba è tutta per te!’’





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:45 )
 

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