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Riccardo Canestrari - specchi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 17:57

 

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SPECCHI

di Riccardo Canestrari
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Che poi la vita in fondo è tutto un gioco di specchi, se ci pensate.
Prendete stamattina, lo specchio, ancora un po’ appannato per l’acqua calda, mi sta guardando e decide lui cosa mostrare di me. Non mi piace quel che vedo, ma è evidente come io non possa oppormi. Forse dovrei prima raccontarvi dove sono e, magari, anche chi sono. Per questo però c’è tempo, visto che non l’ho ancora capito io. Posso invece descrivervi con estrema precisione il mio bagno e i suoi colori, posso raccontarvi che sono in piedi di fronte allo specchio. Posso aggiungere che dalla finestra osservo la neve e il riflesso acceso del sole sui picchi. La luce entra prepotente e mi ricorda che è tardi, ma io ricordo a lei che non mi importa più del tempo.
Amo la luce piena di questa finestra, che mi accompagna tutte le mattine appena sveglio e amo regalarmi il tempo allo specchio per osservare i giorni che sono passati. Sto divagando però, e voi dovreste richiamarmi all’ordine, perché mi dilungo sempre con troppa facilità. Si era partiti dal bagno, anzi no, dallo specchio e dalla vita. Provate a pensarci: gli specchi non mentono mai, è una banale verità. Da bambino mi portavo dietro il peso imbarazzante dei miei troppi chili e, ogni volta che mi guardavo allo specchio, non c’era verso di sentirmi più magro. Nuda e cruda, la realtà riflessa era semplice e inaccettabile insieme: ero grasso.
Poi c’erano giorni in cui lo specchio si svegliava di buonumore e mi raccontava di quanto fossi cresciuto in altezza. Ricordo che aspettavo con ansia che la mia testa superasse quella mattonella bianca che usavo per misurarmi. In quei momenti lo specchio, equo e imparziale, non faceva altro che riflettermi per quello che ero.
E fu quello stesso specchio a farmi sentire un uomo quasi intero, quando una mattina mi fece notare quel pelo di barba cresciuto di notte sulla guancia. Ne ridemmo insieme, questo me lo ricordo bene.
E ricordo anche che ogni giorno ci davamo appuntamento più o meno alla stessa ora e scrutavamo insieme ogni millimetro del mio volto, alla ricerca di un secondo segno del tempo che finalmente iniziava a passare.
Eravamo diventati veri amici, tanto che gli avevo dato persino un nome.
Da allora di specchi ne ho cambiati parecchi, in vita mia. Un po’ come gli amici. Ogni volta una cornice diversa, una luce nuova, e ogni volta un’amicizia fra me e lo specchio da ricostruire dal nulla. Difficile a dirsi e a farsi, credetemi.
Giorno dopo giorno diventavo sempre più diffidente verso gli specchi. Se da bambino ero convinto della loro sincerità, crescendo mi fidavo sempre meno. Soppesavo con diffidenza qualsiasi immagine mi offrissero. Arrivai persino a rifiutare quello che vedevo. Intendiamoci, non era una questione puramente estetica, e loro - gli specchi - lo sapevano bene. Si trattava piuttosto di uno spirito critico ribelle e di un pizzico di vita vissuta. Più mi mostravano la loro versione dei fatti e più io mi ingegnavo per smentirli.
Me ne ricordo uno in particolare. Avevo sì e no trent’anni, e ne passai almeno tre con lo stesso specchio, a sentirmi ripetere tutte le mattine che quel che avevo fatto la notte prima era riprovevole e disonesto. Ripeteva all’infinito che tradire la propria moglie era sbagliato e ingiusto. E anche pericoloso, visti i segni che portavo sulla pelle tutte le sere a casa. La litania era quotidiana: sei un codardo e anche un traditore. Piuttosto taglia di netto, ma non concederti la libertà di professare l’amore sincero di giorno e il tradimento lascivo di notte.
Io conoscevo a uno a uno tutti i miei difetti e non dimenticavo nessuno dei miei peccati, perciò chi era mai quello specchio cui non avevo nemmeno dato un nome per non affezionarmici, chi era mai per potermi giudicare?
Avevo tradito, sì. Avevo tradito l’amore di una donna, tutte le mie convinzioni e perfino la mia onestà. Ma non bastavo io a ricordarmelo? Perché tutte le mattine dovevo sostenere una conversazione scomoda e fastidiosa con uno specchio che pretendeva di insegnarmi a vivere, quando l’unica cosa che fosse in grado di fare, era restare appeso alla stessa parete tutta la giornata?
Decisi così di girarlo e di mettergli di fronte un altro specchio, nuovo e luccicante. Lo scelsi di proposito antipatico, pretenzioso e pure un po’ stronzo. Che provasse anche lui, il mio specchio, quella sensazione di nudità cui mi costringeva ogni mattina. In poco tempo notai - non senza un sorriso largo e soddisfatto - le prime inequivocabili crepe nel vetro: stava cedendo sotto il peso dei suoi stessi peccati, giudicati dal primo arrivato.
È passato il tempo degli specchi sinceri, ed è passato anche quello degli specchi mendaci. Oggi… oggi è una mattinata di sole e io sorrido ai miei specchi. Amici cui non potrei più rinunciare.
Ora sono diventati due, uno di fronte all’altro.
Alle mie spalle uno specchio brontolone, chiuso in una cornice di legno bianco, vecchia, graffiata e consumata, tenuta insieme da pochi chiodi arrugginiti. Di fronte a me uno specchio brillante e gioviale, allegro e fiducioso.
Sono diventati due, e credo che ognuno di noi dovrebbe guardarsi a due specchi ogni giorno, perché sullo specchio di oggi possa riflettersi l’immagine di ciò che eravamo ieri. Due specchi, uno per l’anima passata e uno per quella presente; uno per il tempo trascorso e uno per quello che stiamo vivendo. Perché siamo specchi di quello che siamo stati.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:46 )
 

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