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Florian Lasne - occhi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:43

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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OCCHI

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Non so voi, ma io mi ritrovo sempre con tanti occhi addosso, non c’è modo di cambiare questa storia, ogni azione che intraprendo pur semplice che sia, pof un occhio sta lì un altro là, qui, qua e anche dove non pensi che possa essere.
Incre-dele-di-bile!
L’altra volta, solo così per prendere un esempiocchio a caso, ecco così che io stavo camminando tranquillamente in una foresta deserta e buia e pesta e inquietante e silenziosa e poi, fredda. Allora io voglio dire, beh, mi metto le mani in tasca, per proteggermi, per stringere i pugni e pensare che sono il più forte, per fare un po’ di rumore con il fruscio della tela dei miei pantaloni, per credere che così mi scalderò. Ecco guarda cosa strana che solo a me capita, sento come qualcosa di strano in tasca. Faccio uscire la mia mano, la guardo, le chiedo se tutto va bene, mi dice di sì, poi la rimetto in tasca. Faccio pareil con l’altra che mi risponde uguale, ma appena appena prima di tornare in tasca la sento che un po’ trema. Impercettibilmente, ma io la conosco bene e quindi lo riconosco bene questo tremolio di apprensione, insicurezza, esitazione. Allora ci parlo ancora un po’. Lei con il suo linguaggio da sordomuta mi conferma con insistenza che tutto è a posto.
Cosa posso farci io?
La ripituffo dentro la mia tasca blu.
Niente per qualche minuto.
Osservo i dintorni.
Un bel quadro nero. A malapena distinguo il mio naso che cammina in avamposto.
Devo andare in un bosco a qualche centinaia di metri da qui. Un incontro. Con un amiconiglio. Per mangiare. Domani. A pranzo. Ci piace a me e le mie mani fare dei giretti di notte per incontrare amicime di rapa o conoscenze naturali.
Bizzare bizzare... ci dicono.
Agitazione in tasca sinistra. Blu. Sarà Charlie? Il nemico. Sento la mia mano, bollente. La estraggo a pugno, arrossisce. Rinchiude una forma rotonda, e aprirsi non vuole. Cerco di ragionarla, ma sembra proprio arrabbiata, si accanisce sull’oggetto misterioso, stringe secco. Quando mi avvicino di più, mi minaccia e quasi mi spinge via. Divento nervoso io, quindi la blocco con un ginocchio a terra e la obbligo a schiudere un pochino le dita e finalmente a lasciare presa totalmente. Sorpresa assoluta: un occhio vergognoso mi guarda piccolo e impaurito, cerca di chiudersi per proteggersi dal colpo che crede di dover ricevere da me, ma io niente, rimango incredulo davanti all’accaduto.
“Cosa ci fa un occhio in tasca mia, tenuto da una mano mia, senza che io ne sappia niente? C’è qualcosa di losco sotto tutto questo.”
Sto per fargli un certo discorso e tirargli le orecchie, ma non le ha. Il tempo di pensare che appunto non le ha, lui ne approfitta e salta giù dalla mano a piè pari. Se ne scappa ghignando, prendendomi in giro e facendomi, sommità della maleducazione, il gesto dell’ombrello. Infuriato peggio di Orlando, un mio amico, frugo nell’altra tasca. L’altra mano è in compagnia di ben due affari sferici, un paio d’occhi, ma non della stessa famiglia, uno blu e uno blu. Questi forse perché non soli, sono spavaldi e un po’ sprezzanti. Mi guardano dall’alto anche se sono in basso, si fanno un segno di palpebre complice e, furbetti mi azzannano un pezzo di dita di mano prima di scappare anche loro nel momento di distrazione provocato dal dolore acuto.
Rimango sbalordito. Quanti occhi mi stanno a osservare così? Mi sento scrutato, ma chi ci vede qua in questa selva oscura, che io con difficoltà riesco ad andare diritto sulla via, che non la ritrovo più questa via, smarrita che è la via?
Cerco di calmarmi, ho un lavoro da fare.
Qualcuno, anzi no, tanti uno, stanno ridendo vicino a me. Mi sento tremare. Inizialmente penso che sia la paura, ma ben presto mi accorgo che il movimento effettuato dal mio corpo non è interno, anche se molto vicino. Mi fanno tremare, ma chi? Si ride sempre di più e il tremare aumenta, cresce ancora, monta come la lava, e come un vulcano in eruzione, impazzi-cisco. Comincio a gridare, ululare, abbaiare e miagolare. Mi picchio la testa come se ci fosse un ragno da qualche parte del mio cervello che stesse tessendo le sue reti. Come se queste voci e risate uscissero da me, ma no, a un certo tratto ecco schizzare, dalla tasca della mia camicia, un liquido vischioso, qualcuno si è spaccato dalle risate direi. Guardo dentro la tasca sporca e scopro un covo di occhi con il passamontagna per non essere riconosciuti che sta lì a ridere, a prendersi gioco di me. Da quanto tempo stanno lì a osservarmi, a spiare le mie attività. Uno di loro sta pure scrivendo su un taccuino ogni mio movimento, un altro tiene un registratore e immortala tutti i miei dire e fare. Non si può più vivere tranquilli, adesso. Appena uno intraprende un azione un po’ personale (per l’occorrenza un’uscita notturna un po’ particolare), vedi nel batter di uno o più occhi qualcuno pronto a spiare le tue più minute fantasie.
“Bene, dobbiamo discutere” dico molto diplomatico. Davanti alla risposta ridarola, decido di diventare piccolo boia e mi do alla tortura, li prendo e comincio a fare giocoleria con loro, e a ridere ci pensano già meno.
“Lasciaci andare! Era solo uno scherzo! Puoi fare quello che vuoi delle tue notti”. Beh, vorrei vedere. Continuo il mio gioco e li faccio rimbalzare a terra.
“Aaahhh!” dicono.
Fa male, lo so, ma adesso mi piace.
“Smettila! Non lo rifaremo più! Aahhhh! Giurato.”
Ci gioco un po’ a calcio, un po’ di palleggio. Devono sputarlo il motivo. Non ho tutto questo tempo davanti, ho ancora da raccogliere tutte le verdure e da cacciare qualche animaletto per il pranzo di domani a casa mia al villaggio. Non so se ce la farò.
“Parlate, o vi metto nel minestrone di domani!”
“Beh, appunto, volevamo sapere come preparavi i tuoi pasti e dove ti procuravi le tue vivande. Da quando sei arrivato tu, nessuno più viene a casa nostra, dicono che è più buono da te. Allora per questo adesso gli occhi degli altri sono tutti su di te e a noi spiace un po’... Possiamo venire anche noi?”
Li lascio andare e rido, e piango. Riparto.


Sorriso all’alba
Tra rami e foglie secche
Corre una lepre






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:48 )
 

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