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Flavio Massazza - la luce del sole PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:38

 

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LA LUCE DEL SOLE

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Francesco aprì gli occhi. Si alzò lentamente, tutte le ossa gli facevano male, aveva aggiunto coperte per tutta la notte, ma non era stato sufficiente, il freddo e l’umido gli erano penetrati nelle ossa, aveva dormito rannicchiato nel letto e ora sentiva anche tutti i muscoli atrofizzati e dolenti.
Si avvicinò alla finestra, gli venne il desiderio di aprirla, ma aveva paura che l’aria gelida entrando peggiorasse la situazione.
Il sole appena sorto illuminava la casa di fronte. Era una vecchia casa abbandonata costruita con le pietre del fiume almeno cento anni prima.
Erano solo le otto del mattino ed era già in pieno sole.
I vecchi contadini sapevano come fare le case, studiavano la posizione del sole e costruivano la casa dove e come andava fatta.
Francesco non era un contadino, i suoi genitori avevano passato la vita in campagna, ma l’unico figlio maschio doveva studiare, doveva avere un impiego fisso in città, abitare in una casa comoda in cui tutto funzionava perfettamente in modo automatico, moderno.
E così era stato.
Francesco aveva studiato, era diventato impiegato, si era fatto una famiglia, aveva sempre vissuto in un moderno condominio in città.
La sua vita era stata costruita nella città grigia con quel bel grigio pieno di sicurezze, con poche emozioni e dolori sempre smorzati.
Ma quel desiderio della campagna, il desiderio di ritornare alle sue origini era cresciuto lentamente nel suo corpo e nell’anima fino a diventare il suo desiderio. Aveva anche proposto alla moglie e al figlio di trasferirsi in campagna, ma quest’idea era stata sempre respinta, non con violenza, ma con la dolce commiserazione per una persona da compatire per i suoi desideri assurdi, per quelle idee romantiche senza senso che vengono alle volte ai cittadini stufi dello smog e del traffico.
Poi Francesco era andato in pensione, la moglie era morta, il figlio sistemato e si era sentito libero, si era sentito ancora vivo e aveva deciso di tornare in campagna.
Aveva visitato molte vecchie case, ma non desiderava occuparsi delle noie delle ristrutturazioni.
Non voleva esagerare.
Gli era rimasta l’abitudine all’appartamento nel condominio con i muri dritti e lisci, con i bagni comodi, con le pareti sempre a posto, con tutto che funzionava. Si, la campagna, ma con tutte le comodità.
Così aveva trovato una piccola casa costruita da poco, a ridosso di una collina, con tutte le comodità.
Il bagno era perfetto, il riscaldamento a gas arrivava in tutte le stanze, le finestre erano grandi, le scale comode, tutto quello che ci voleva. C’era anche un piccolo terreno, non troppo grande, ma con la possibilità di avere dei fiori e anche un orto, se ne avesse avuto voglia.
Nella prima estate sembrava che tutto andasse bene ed era contento che la casa fosse fresca.
Poi un giorno, all’improvviso, si era accorto del sole.
Cioè, si era accorto che il sole non c’era, aveva una casa senza sole.
D’estate, nelle ore del mezzogiorno il sole, nascosto dalla collina, arrivava a malapena a lambire il tetto, ma dall’autunno in avanti non arrivava mai a illuminare neanche un centimetro quadrato della sua casa.
Il riscaldamento centralizzato a gas aveva una caldaia efficientissima che funzionava perfettamente, ma non riusciva a scacciare l’umidità, le muffe e un odore stantio che invadeva ogni cosa.
Francesco si sentiva umido e vecchio, sempre più umido e vecchio.
Gli amici che venivano a trovarlo, appena entrati in casa, gli proponevano di uscire per andare a fare due passi, sembravano respinti da quel luogo senza luce.
D’altra parte si andava a trovare l’amico in campagna per stare al sole.
La nuora, quelle rare volte che veniva a trovarlo, prendeva una sedia e la spostava lontano nei campi per stare al sole.
Ormai ogni mattina, quando si alzava, Francesco guardava la vecchia casa di fronte e prima era triste, poi soffriva, poi si arrabbiava.
Aveva pensato di vendere la casa e comprarne un’altra che prendesse il sole, ma aveva scoperto che tutte le case al sole erano vecchie, malandate, da ristrutturare e quei pochi che volevano venderle chiedevano prezzi inavvicinabili.
Quella mattina, mentre infreddolito e triste osservava come sempre la casa di fronte vide un lampo di luce.
Un raggio di sole era rimbalzato sui vecchi vetri di una finestra e lo aveva colpito accecandolo.
Improvvisamente fu colpito da un’idea.
Si vestì rapidamente, andò in bagno, non si lavò neppure, staccò lo specchio dalla parete e si precipitò fuori.
La vecchia casa di fronte non aveva cinta. Francesco entrò nel prato, corse incurante dei rovi che gli ferivano le gambe fino alla facciata. Con una forza che non credeva di avere salì sul tetto di una piccola costruzione che copriva il pozzo davanti alla casa e sistemò lo specchio. Lo orientò con attenzione seguendo la luce riflessa sulle pareti della sua casa fino a centrare con il raggio la finestra della camera da letto.
Poi ridiscese e corse in casa. Quando arrivò al primo piano aveva il fiato grosso.
Entrando in camera da letto fu accecato dalla luce.
La stanza gli sembrò completamente diversa. La luce del sole arrivava fino al letto, le pareti sembravano bianchissime, tutto scintillava e il vaso di cristallo sul comò spandeva miriadi di macchie colorate che sembravano danzare per tutta la stanza.
Francesco si sentiva rinato, felice. Si stese sul letto assaporando la luce che gli scaldava le ossa.
Senza perdere tempo si precipitò da un vetraio e acquistò lo specchio più grande che riuscì a caricare sul tetto dell’auto.
Fu molto faticoso portarlo sul tetto del pozzo, ma Francesco si sentiva pieno di energia. Per la prima volta nella sua vita stava facendo qualcosa per sé, solo per sé e per di più con le sue mani.
Utilizzando dei pezzi di legno sistemò lo specchio orientato in direzione della finestra della camera da letto e tornò in casa. Ora la stanza aveva ancora più luce.
Scese in cucina, si preparò da mangiare e decise di pranzare sul balcone davanti alla camera da letto. Finalmente avrebbe mangiato al sole!!
Ma quando entrò in camera per uscire sul balcone trovò la stanza di nuovo in ombra, di nuovo scura. Ma cosa era successo? Per un momento pensò che lo specchio si fosse rotto o che il sole fosse stato coperto da una nuvola. Ma no, lo specchio era là integro, il sole splendeva ancora sulla vecchia casa, ma lo specchio era scuro e sembrava riflettere solo l’azzurro del cielo.
Ma come, lo specchio si era spostato, forse un gatto randagio lo aveva mosso.
Ma no, che stupido!, era il sole che si era spostato. Già, il sole si spostava.
Tutta la gioia, l’energia che lo aveva sostenuto per tutta la mattina svanì di colpo e si sentì stanco e triste.
Per il resto della giornata molte volte si arrampicò sul tetto del pozzo per orientare nuovamente lo specchio, ma nell’ultimo intervento con il sole gia verso il tramonto lo spostò malamente e questo cadde e si ruppe in mille piccoli pezzi che continuavano a luccicare creando dei bagliori che a Francesco parevano sinistri fantasmi.
Per molti giorni l’uomo visse come un automa, la sua mente era ossessionata, ogni giorno saliva sul tetto del pozzo e risistemava i frammenti dello specchio orientandoli diversamente e cercando di illuminare la sua casa con diverse angolazioni, ma era sempre una grande fatica e i risultati erano scarsi e inconcludenti.
Poi, dopo alcuni giorni, mentre guardava un telegiornale vide una nave da guerra con una parabola che si muoveva cambiando posizione, inseguendo qualcosa, un radar che inseguiva un oggetto: ecco la soluzione!
Si sentì di nuovo pieno di energia, si ricordò di un amico che lavorava in un’industria che si definiva spaziale e riuscì a contattarlo. Dopo alcuni passaggi trovò un artigiano che era in grado di realizzare un meccanismo per muovere lo specchio seguendo il sole.
Gli costò parecchio, ma il sistema funzionava e Francesco finalmente aveva il sole per tutto il giorno nella sua camera da letto.
Però era solo la camera da letto, e le altre stanze? La cucina, il salotto, il bagno?
Francesco impegnò tutti i suoi risparmi e si fece fare anche un mutuo.
Finalmente arrivò ad avere un gran numero di specchi tutti perfettamente orientati, tutti che seguivano il sole a ogni istante e lo concentravano sulla sua casa.
Appena c’era un raggio di sole tutto si illuminava completamente ogni angolo, ogni muro, ogni finestra era inondata di luce.
Aveva sistemato in ogni stanza prismi di cristallo che scomponevano la luce in innumerevoli raggi che creavano infiniti giochi di colore sulle pareti.
Francesco era felice, i muri erano asciugati, le muffe sparite, le ossa non gli dolevano più, aveva conquistato il sole.
Un giorno di tarda primavera il vento spazzò via tutte le nubi, la limpidezza rese quasi nero il cielo e il sole divenne splendente come non mai.
Tutti gli specchi riflettevano la luce sulla casa di Francesco.
La casa divenne prima rossa, poi gialla, poi indaco, poi violetto, poi sempre più bianca e alla fine sparì in un immenso lampo di luce che attraversò tutta la pianura fino alla città. Per giorni e giorni milioni di luci colorate danzarono sul nero dell’asfalto e sul grigio dei muri della metropoli.
Molti cittadini si sentirono disturbati, ma molti bambini e qualche vecchio si sentirono un poco più felici.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:48 )
 

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