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Elena Cataldo - un anno senza tessera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:18

 

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UN ANNO SENZA TESSERA

di Elena Cataldo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Fine agosto, sono le 10 di mattina di una calda domenica milanese, la classica domenica da grandi rientri: autostrade intasate, bollini rossi, gente nervosa, code ai caselli e alle casse dei supermercati, all’Esselunga di Papiniano soprattutto, e devo sbrigarmi ad andare a fare la spesa se non voglio passarci l’intera mattinata.
Monica dorme, del solito sonno leggero cui ci abbandoniamo nei ritagli di tempo da un anno a questa parte, volto trasfigurato dalla stanchezza, una manina bianca allungata sulla culla, pronta a percepire il più lieve movimento.
Mancano sei ore al fischio d’inizio: Roby, Leo e Max saranno sicuramente dal Vezio, sciarpa rossonera al collo, mal di testa post serata e adrenalina a mille. È la prima di campionato, l’unico buon motivo per cui sopportavo la fine delle vacanze e accettavo di buon grado il ritorno a casa e a Milano, per di più. Staranno pensando che mi sono rammollito e che sono proprio un pirla. E, in sincerità, come dargli torto? Un po’ pirla mi ci sento, più triste che pirla, in fondo. Qust’anno non ho fatto la tessera, dopo vent’anni di fedele militanza rossonera eccomi qua, affacciato alla finestra di uno squallido bilocale in affitto a 800€ al mese, a guardare con invidia i gruppetti di amici che, cuscinetto sotto al braccio, si dirigono verso la mecca del calcio. Li invidio un casino, ma non lo dirò mai a Monica, anzi, cercherò proprio di non menzionare nulla che abbia a che fare con la sfera calcistica, ecco... sfera, per l’appunto... meglio non usarla questa parola.
Sono immaturo e infantile, lo so, questo bambino ci è arrivato così, a sorpresa, inatteso, e la sola idea di essere responsabile e adulto, d’esempio e protezione per una creatura indifesa, mi fa svegliare con l’angoscia ogni mattina. Non mi sento pronto, e lo so che anche se fingo lei se ne accorge. Non che non lo ami, quella creaturina urlante e capricciosa è quanto di più bello mi abbia donato la vita, quando ti fissa con i suoi occhioni azzuri, uguali uguali ai miei, ti fa sentire Dio. Adoro giocare con i suoi riccioli e scoprire ogni giorno le cose che impara: ieri sera, menter traballante abbozzava dei passettini è cascato in terra, ha frignato un po’, poi ha alzato i suoi occhioni su Monica e me, sorridenti, ha ricambiato il sorriso e teso le manine perchè lo aiutassimo ad alzarsi. Che gioia!
Senza contare che ha già un destro incredibile! Tutto suo padre!
A Natale mi sa che che gli regalerò le sue prime scarpette a 11!
13.15 – di ritorno a casa – ho già fatto la spesa, lavato la macchina e ritirato da Barbara i libri sulla psicologia infantile. Tutto molto prima del previsto e mi sono pure divertito! Adesso però le sensazioni prepartita arrivano tutte: stomaco chiuso, senso di vertigine: i ragazzi saranno già nello spogliatoio, chissà che tensione allo stadio!
Monica ha preparato la tavola delle grandi occasioni e stappato un ottimo Barbaresco, che abbia capito la mia fatica e sia il suo modo di ringraziarmi? Accanto al mio piatto c’è una busta con il mio nome e la sua calligrafia.
- È per me?
- Beh, c’è il tuo nome sopra, no? - sorriso.
La apro con dita trepidanti e nervose, che sarà mai?... oh Cristo, non ci posso credere, non è vero... rigiro fra le dita il cartoncino plastificato: il posto è lo stesso dell’anno scorso, il mio da sempre! E LA PARTITA COMINCIA FRA DUE ORE!!!
E pensare che mi ero quasi abituato all’idea di non andare allo stadio per un anno… si, insomma, QUASI!





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:49 )
 

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