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Elena Bonassi - mani PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:14

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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MANI

di Elena Bonassi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Davanti al banco del pesce c’è la coda. Fa freddo e bisogna sbrigarsi a servire, perché i clienti se no se ne vanno. Lisa acchiappa per la coda i branzini, le orate, i pagelli e tutti i pesci più grossi, li appoggia su un foglio di carta che tiene aperto sul palmo della mano e li trasferisce velocemente alla bilancia. Così evita di toccarli. È diventata brava a farlo. Le triglie, però, le acciughe e le sarde deve per forza prenderle in mano, e il contatto con i loro corpi gelati è doloroso.
Ha provato a mettere i guanti di lattice, che sono sottili e dovrebbero consentire la presa, invece no, i pesci scivolavano via dalla gomma come se fossero vivi.
Ogni tanto deve articolare le dita come un pianista perché non riesce quasi più a muoverle. Lavora lì da una settimana, inizia alla mattina presto e verso le dieci ogni giorno pensa che quello è l’ultimo.
Lisa ha una laurea in Scienze della Comunicazione e una passione per la letteratura e lì, dietro il banco del pesce, con le mani ghiacciate, si pensa la bella normanna del Ventre di Parigi.
Veramente lei, con il suo nome, -Lisa- ne sarebbe la rivale. La bella Lisa, verduriera, e la bella normanna, pescivendola, erano sempre state amiche dato che i clienti passavano volentieri dall’una all’altra contenti di comprare e insieme scherzare e osare con loro, ma da un po’ di tempo erano diventate rivali in amore: si contendevano le attenzioni di Florent. Non capivano niente dei suoi discorsi, ma erano affascinate dalla cultura, il nuovo prodotto che lui aveva introdotto nel mercato, l’unico che non si poteva comprare e che era diventato il più richiesto: pensavano di potersene appropriare come i cannibali pensano di acquisire l’intelligenza e il coraggio del nemico mangiandone il cervello e il cuore.
La nuova Lisa cerca di non pensare alla brutta fine di Andrea, ma solo alla bellezza del racconto che la aiuta a sentire meno freddo.
Certo quelle due dovevano essere di un’altra tempra, si diceva, oppure Zola, nel caldo del suo studio, non immaginava quanto fredde possono diventare le mani in una mattina d’inverno. Il freddo diventa una corrente elettrica che risale dalle mani su per il braccio e arriva al cervello mandandolo in tilt. Lisa sta lottando contro il black-out nella sua testa, sta pensando alla bella normanna, sta guardando quel viso protendersi verso Andrea, accattivante, i riccioli ribelli alla cuffia, gli occhi ridenti e interrogativi, quando una voce insistente, ma senza fretta, di volume basso e di tono piacevole, la richiama alla realtà.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:49 )
 

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