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Diana Nicastro - una timida gentilezza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:11

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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UNA TIMIDA GENTILEZZA

di Diana Nicastro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Gli opachi specchi antichi, torbidi, macchiati, imprecisi, sfocati, gli antichi specchi della grande casa, li amavo con trasporto e nostalgia. Erano ciò che subito mi aveva colpito nella sua casa. Ce n’erano in tutte le stanze, così mi pareva. Erano racchiusi in cornici lavorate a riccioli e volute, erano fissati alle pareti a piccole lastre rettangolari, erano di tutte le forme e di tutte le dimensioni, erano dovunque, come una pianta parassita che lentamente invada i muri spandendo la sua ombra. Erano appesi sopra il camino, come un occhio ovale da cui entrare in un mondo segreto, erano proprio in faccia tutti i passaggi, in modo che, entrando, non si poteva evitare di incrociare il proprio sguardo, erano incastonati a circondare, ingrandendole, porte e finestre, erano negli angoli, seminascosti da pesanti tendaggi. Riflettevano le lampade di fronte a loro, moltiplicavano volumi e prospettive, confondevano i confini tra luce e ombra.
Erano parte di una casa che era specchio del suo proprietario, indolente, elegante, arricchita dalle tracce lasciate da tutti coloro che erano vissuti lì, calda e inafferrabile, misteriosa e affascinante, vegetava in un’atmosfera fuori dal tempo e dalle pretese  quotidiane.
Avevo poco più di vent’anni ed ero incaricato di prendermi cura del giardino. Anche il giardino era ricco di antichi tesori che amavo con tutto me stesso. C’era un tasso di 200 anni di fronte all’ingresso, serio, scuro, un po’ fiabesco; un faggio pendulo con rami di un’eleganza aristocratica che si spandevano intorno a un’area ampia come una normale abitazione. C’erano archi di rose antiche di varietà che non avevo incontrato prima, bossi potati nel tempo, siepi e rampicanti che avevano acquistato forme che non era possibile ottenere altrimenti. La ghiaia dei sentieri, le pietre delle aiuole, tutto era antico, ammorbidito dagli anni, ricco d’ombra e di mistero, e anche di inespresse possibilità.
Se la casa e il suo proprietario mi gettavano in una dolorosa consapevolezza della mia banalità, il giardino era diverso, era vivo, era il mio territorio, lo amavo e sapevo che mi amava. Conoscevo la terra, l’umidità, le esposizioni e i dislivelli come parti del mio corpo, avevo imparato a conoscere i comportamenti e i capricci delle piante, le loro debolezze, le antipatie e le paure. Quando arrivavo,  il giardino mi aspettava, ci parlavamo, io mi prendevo cura di lui e lui di me; crescevamo insieme, imparando l’uno dall’altro, modificandoci e conoscendoci a vicenda.
Ogni tanto, quando il conte era in casa, faceva qualche apparizione in giardino, osservando il mio lavoro, poi mi invitava in casa per un aperitivo. Entravo, e mi lasciavo rapire da quell’atmosfera, entravo e perdevo la mia sicurezza, la tranquilla intimità con me stesso che conoscevo in giardino, il senso dei miei progetti. Chiacchieravamo, e il fascino suo e della casa lentamente mi avvolgeva, svelandomi la mia inadeguatezza, appannando le mie convinzioni, indebolendo le mie frasi.
Mi vedevo impreciso, fosco, estraneo a quell’ambiente e alla sua bellezza. Gli specchi riflettevano un uomo sporco di terra che non sapeva dove guardare e che non apparteneva a quell’ambiente, ma ne subiva dolorosamente il fascino. Sapevo che era solo un gesto di elegante gentilezza quell’invito, che mi permetteva per breve tempo di far parte di quell’atmosfera. Sapevo che era per gentilezza che mi concedeva di raccontare la mia vita banale, i miei piccoli progetti, ascoltandomi con educato interesse, mentre io rimanevo in attesa di udire a mia volta i suoi racconti e i suoi ricordi.
Anche ora che molto tempo è passato, quando ripenso a quei luoghi mi incanto e le mani si fermano al ricordo. Ma ieri ho ricevuto una telefonata da uno studio notarile, mi è stato fatto il nome del conte e io mi sono di nuovo ritrovato in attesa fuori da quella amata casa, sospeso, imbarazzato, impaziente, desideroso di ritrovare tutto immutato come nelle favole, io, ormai uomo adulto con una famiglia e un lavoro che mi riempie di gioie. Non sapevo bene cosa aspettarmi, un incarico nuovo, forse, magari un cambio di proprietà, non avevo più avuto notizie, la casa sembrava chiusa da tempo, di nuovo tutto sospeso, intatto, in attesa.
Il notaio mi ha fatto entrare, una volta seduti ha sorriso inarcando le sopracciglia, un pallido riflesso dello sguardo ironico del conte, e mi ha detto:
”Ho per lei una lettera, scritta dal conte A. tempo fa, con l’incarico di consegnargliela al momento della sua morte.”
“Non sapevo fosse morto… non sapevo più nulla, sapevo solo che non stava bene, ma… Dio...” risposi un po’ balbettando.
“Ecco la lettera, ascolti”, e si schiarì la gola iniziando a leggere:
“Per Nanni,
A volte, nella bella stagione, torno a casa verso le sei e trovo Nanni in giardino. Lo vedo in piedi, la mano appoggiata al tronco del faggio, che guarda in su attraverso il groviglio dei rami. Pare che si parlino. Nanni tocca l’albero, lo ascolta, non so cosa l’altro gli dica, ma non ho dubbi che, come due vecchi amici, parlino.
Una volta l’ho sorpreso a passare le dita tra un’erba con le foglie lunghe, non ho la minima idea di come si chiami, ha steli lunghi, scuri, un po’ curvi e cadenti, si usa nelle bordure. Lui era lì, inginocchiato, e la pettinava con le mani, allargando le sue dita forti e squadrate, mani esperte e sapienti, attente, vive di terra e di verde. Scioglieva i nodi liberandoli dal fango con la pazienza e la cura di un poeta.
Ogni tanto, la sera, riesco a convincerlo a entrare in casa, lo rubo, ne sono consapevole, al suo impegno, ma la sua gentilezza gli impedisce di rifiutare il mio invito. Allora mi parla degli interventi da fare in giardino, o dei suoi progetti per il futuro, e io lo ascolto con invidia. Invidio la calma con cui vive il presente, con cui ascolta, osserva, ragiona, studia ciò che lo circonda e impara a sondare il futuro. Sa di cosa hanno bisogno le piante, il terreno, anche la casa. Sa di cosa lui ha bisogno, e forse, se lo chiedessi, saprebbe anche di cosa io ho bisogno. I suoi progetti nascono lentamente, eleganti, naturali, originali. Invidio la sua forza, la sua sicurezza, la sua capacità di vivere nel tempo.
Sono grato alla gentilezza con cui acconsente a dedicare qualche ora a me, che come la mia casa, non sono altro che uno specchio di un passato trascorso, sovraccarico di ricordi e di oggetti. Lui dà vita a piante e progetti, io rifletto le ombre di ciò che è stato prima di me e non vedo altro che una luce opaca e imprecisa avvolgere il futuro per cui non sono fatto e di cui tutto sommato forse non mi importa.
Ma oggi ho deciso di scrivere queste righe per ringraziare Nanni, quando io sarò morto e nessun imbarazzo potrà quindi appesantire i nostri scambi, della sua presenza che ha ridato vita al mio trascurato giardino, e per ringraziarlo del tempo che ha dedicato a un inutile vecchio.
In cambio vorrei chiedergli di accettare, in memoria dei nostri aperitivi serali, di prendersi carico del mio terreno e del suo futuro come proprietario. Ho amato questa casa, ho amato questo giardino, ma non sono nato per essere una persona che sappia prendersi cura delle cose, io ne so godere e tanto mi è bastato. Ti chiedo Nanni di prenderti tu cura, come hai fatto per molto tempo, di questo luogo che tutti e due abbiamo amato, e che tu meglio di me puoi dire di conoscere; sai anche di essere l’unica persona in grado di permetterle di sopravvivere. Me ne vado tranquillo sapendola in mano tua. Con stima,
A.”





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:49 )
 

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