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Beatrice Sanalitro - signore e signori: la puzza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 15:38

 

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SIGNORE E SIGNORI: LA PUZZA

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia domenica 7 febbraio 2010




Signore e signori, benvenuti alla conferenza su un argomento sempre di attualità: la puzza.
Le domande sono gradite.
Si tratta di una questione di chimica, di sviluppo di tossine.
Di decomposizione.
Il soggetto rilascia scorie che si perdono nell’aria, nell’acqua, in terra.
Si disfa del superfluo.
Il superfluo puzza.
E perché puzza?
Perché è superfluo, ovvero non serve, cioè: non è in funzione, quindi non è vitale e, se non è vitale, muore e si decompone.
Tutto quello che non serve, puzza?
Tutto ciò che non viene utilizzato, puzza. Sì, è così.
Ogni oggetto, situazione, stato d’animo, persona, ha una puzza singolare.
Appunti dell’università su carta di quarant’anni fa, mai più rivisitati, hanno l’odore singolare di fogli vecchi impregnati di sforzo misto, composto dal desiderio del sapere e il piacere dell’imparare.
L’odore di foto di un tempo, il passato è passato, può essere mieloso o doloroso, trasudare invidia, gelosia, ricordi: la solita puzza nostalgica.
Si pensi all’odore degli armadi carichi di abiti non indossati: sabbia bagnata da acqua di fogna con trito di banconote sperperate e quello di tracce creative che non appestano, ma che ricordano l’odore di acqua frizzante: è stato dimostrato dai miei assistenti.
Oppure si pensi alla puzza delle pellicce, urla di dolore di cani, di gatti, di leprotti, di volpi che si trasformano in odore che martella l’olfatto.
Le sostanze di rifiuto puzzano per putrefazione.
Anche le storie puzzano: una storia di sopraffazione puzza di viltà.
La puzza di viltà si riconosce a pelle: è molle come il cagotto di chi ha fatto indigestione di formaggio acido, ci salvi Iddio!
La storia di un’azione positiva sa di vento di montagna: pulito e ricco di pollini di fiori profumati, di cardi ed erbe amare.
La storia di un rapporto ben riuscito mette insieme il dolce della zagara con il secco del legno di sandalo: è un’essenza d’amore!
E poi?
E poi c’è una casistica delle puzze, a seconda se si vive in città, se la città è di mare, di fiume o di pianura; in seguito bisogna prendere in considerazione il quartiere, se sta a ridosso della discarica, se è in collina, se abitato da chi lascia defecare i cani sul marciapiede o da chi abbandona il pattume per le strade. Una, il 30% in più di tutte le altre.
La puzza può provenire dalle persone?
Eccome!
Spesso la propria piace, mentre quella degli altri infastidisce.
Perché, dottore?
Perché nell’uomo si forma un legame con tutte le manifestazioni di sé; si formano, perbacco, degli attaccamenti alla propria bellezza e anche ai propri rifiuti. Il proprio odore è sempre meglio di quello del vicino.
Dal proprio effluvio si può risalire, inoltre, eseguendo attraverso di esso un’ istintiva analisi, al proprio stato di salute.
Dall’odore dell’alito ci si accorge se si sta bene nel complesso o se è rimasto pesante quell’intingolo della sera o se si è cariato un dente, no? Mi dica, signorina.
Dottor Hamm Morb, l’argomento è certamente interessante e, giacché sono in presenza di un tal luminare, vorrei esporre un mio problema.
Prego.
Da anni, ormai, avverto, con disagio, un fetore costante.
Cambio il sacchetto della spazzatura, lavo, spazzolo, strofino.
I momenti più terribili si manifestano quando abbraccio il mio amore: sento una tal puzza che ho già regalato bagni schiuma profumati alla rosa, al mughetto, alla zagara, e profumi e deodoranti a non finire.
Niente da fare. Il tanfo staziona.
Impregna lenzuola, coperte, scendiletto, il portaoggetti in radica, lo scrigno in legno di canfora.
Tanto è invadente, che rimane aleggiante in casa e in ufficio non va meglio: i colleghi, secondo me, non conoscono né acqua né sapone e neppure colluttori e deodoranti.
Del capoufficio, poi, non parliamo: un tipetto coi baffetti alla Hitler, i capelli sempre impomatati, che chissà da quanto non li lava; senza contare l’odore di ascelle umide che sale fino al soffitto e sembra precipitare sotto forma di pioggia sudata su di me.
E nelle botteghe non va certo meglio.
Quella del pane non profuma di pane, quella dei formaggi non sa di formaggi. Diamo pure colpa all’inquinamento, che seppellisce i profumi chissà dove, sotto le polveri sottili.
Dottore, è una vera e propria tortura.
Qui non si salva nessuno.
Neppure lei, dottor Hamm Morb, è esente dal problema.
Sento un tanfo sereno esalare persino dai suoi occhi scrutatori, santo cielo, quanto sono scrutatori, mi lanciano occhiate al gusto di zolfo, sì, perché io, il suo odore lo sento col naso e con la bocca, io gli odori li assaporo, io...li ingoio dopo averli masticati, mastico puzza di fabbrica, fetore di treno, aereo sterco di cielo, liquide feci marine....

D’accordo, okay, okay, la vedo in chiaro stato confusionale.
La mia conferenza deve averla coinvolta e sconvolta.
Ha mai provato a guardare in sé?
A volte il miasma non è tanto lontano.
Ma che dice?
Come si permette? Mi lavo, mi profumo e, soprattutto, non c’è nulla, in me, che sia in disuso.

Il lezzo che lei sente, cara signora, ce lo ha sotto il naso.
Non può vederlo perché deve inforcare lenti particolari.
Da miope, da presbite?

Anche quelle non guastano ma, nel caso specifico, si tratta di lenti che non guardano fuori, ma mettono a fuoco dentro.
Santo cielo! Le frattaglie!
Ho giusto un paio di occhiali per lei, vuole provarli?
Ma che dice? ! Non scherziamo! Se poi vedessi...e se poi vedessi....
Santo cielo! Mi vedo! Sono un brufolo gigante di pus; dottoreeee, cosa mi ha messo di nascosto nel bicchiere?
AAAAhhhhh, mi fa senso quel pus, non voglio vederlo, non voglio sentire il suo tanfo, lo ignoro, ma meno voglio e più lo sento, lo sento, lo annuso, sì, puzzo lercio, ne prendo coscienza, eccome se puzzo e sotto il naso e sotto il mento e sotto pelle un fiume di liquido sterco che non mi lascia.
Ahhh!

Invasa. Le tossine hanno avuto il sopravvento. Pazienza. Anche i migliori soccombono.
Ora, soltanto profumo di sandalo.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:50 )
 

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