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Alessia Rebaudo - sotto gli occhi della luna PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 15:28

 

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SOTTO GLI OCCHI DELLA LUNA

di Alessia Rebaudo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




E finalmente arriva lei. Signora della notte, pallida regina di un sonno senza sogni.
Come una mano rassicurante guida i miei passi inquieti su questa spiaggia addormentata. È una delle più belle notti di luna piena degli ultimi tempi.

Salsedine mista a curry, pesce e incenso. Tutto sa di India.

I riflessi biancastri del cielo si rincorrono tra le palme allineate che incorniciano la spiaggia e i pochi bungalow per turisti che hanno deciso di spingersi fino a qui. L'aria è calda, ma una leggera brezza che arriva dal mare ammorbidisce la pelle ancora abbrustolita dal sole. Sulla sabbia scura poche impronte. Forse quelle di due innamorati che si nascondono nella notte, forse quelle dei custodi notturni che aspettano l'alba per trovare finalmente riposo.
Passo dopo passo scopro questa spiaggia immensa e mi faccio guidare dalla luce biancastra che riempie l'orizzonte. Da lontano arriva il rumore dei tamburi che si inseguono in un ritmo indiavolato. A pochi chilometri da qui c'è un altro mondo. Corpi che ballano assecondando ritmi inebrianti, paradisi artificiali illuminati a giorno e occhi spalancati che fissano punti imprecisati nel cielo.

Un sabba senza streghe, dove per una notte tutto è lecito.

Forse sarebbe più facile superare quegli scogli per far passare la notte, raggiungere persone senza volto e senza nome e ballare, fino all'alba. Una serata da raccontare, una di quelle che ti porti a casa nella valigia dei ricordi per essere riprodotta davanti agli occhi increduli degli amici, con un buon bicchiere di vino rosso in mano. Ma ora mi trovo qui, su questa spiaggia in cui tutto tace, addormentato in un sonno apparente.

Questa notte non posso scappare.

Al cospetto della luna mi trovo a dover decidere. Sembra che mi guardi con la sua grossa faccia bianca, un piglio arrogante e un sorriso beffardo che sollecitano una risposta. Quella risposta che ho rimandato da troppo tempo.
Nelle lunghe giornate londinesi davo la colpa alla frenesia, al tempo che scappa via di corsa, al lavoro che appiattisce gli intenti e annebbia gli obiettivi. Avevo sempre un buon motivo per rimandare, per non pensare, per convincermi che il tempo avrebbe deciso. Dopo. Lui al posto mio.
Che strano, in questa spiaggia remota, davanti a questa luna gigante, scorre la mia vita al rallentatore, come in una vecchia pellicola in bianco e nero. I giorni al parco con Marie, le serate leggere consumate tra noodles e risate, la spesa del sabato da Sainsbury’s e i muffin della domenica mattina.

Un incrocio di destini per le vie di Portobello.

E all'improvviso non ho più paura. La decisione giusta? Nessuna certezza. Forse tra dieci anni sarò di nuovo qui, sulla stessa spiaggia, ma con qualche rimorso, a ricordare questo preciso istante. Allora forse mi chiederò come sarebbe stato se avessi deciso altrimenti. Ma non posso più rimandare.
Lascerò il cielo grigio di Londra per il cielo appiccicoso di Bombay.
Lascerò il volto dei bambini biondi di Chelsea per gli occhi neri di bambini già adulti.
Lascerò la mia casa di sempre per un appartamento in affitto e un lavoro precario.

Ma amo Marie e voglio stare con lei.
Sarà uno dei tanti nuovi inizi.





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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:50 )
 

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