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Stefania Lastella - la palla sotto la pelle PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 14:18

 

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LA PALLA SOTTO LA PELLE

di Stefania Lastella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008




C’era una volta, tanto e tanto tempo fa, un piccolo.. ehm, ehm.. un grande bambino! Dal nome Dodò. E si, perché Dodò, ahimè, piccolo non è mai stato.
A causa della sua golosità aveva presto raggiunto una bella rotondità. Lui mangiava di tutto, ma a una cosa non sapeva proprio rinunciare, il formaggio!
E si, proprio così! Infatti, il suo migliore amico Tino, era proprio un topolino, ed era da lui che aveva imparato a far sparire con audacia grosse quantità di formaggio di nascosto alla mamma.
Dodò viveva in una grande casa immersa nel verde. Questa casa era molto isolata ed era una delle poche case di Dalvin. A Dalvin infatti vivevano poche famiglie. Ogni famiglia curava le proprie terre e i bambini andavano a scuola. Poi c’era la chiesa, la piazza e il panettiere. I vecchi del paese raccontavano anche di un giardino incantato, ma, in realtà, nessuno sapeva bene dove fosse e neanche Dodò.
A Dalvin Dodò viveva con la sua mamma e il suo fratellino Giulian che era proprio un birichino. Giulian gli faceva sempre i dispetti e Dodò non capiva perché la mamma non lo sgridasse mai. Forse perché Giulian non rubava il formaggio, pensava Dodò. Infatti lui era piccolo e furbo.
Dodò e Giulian giocavano tutto il giorno, finché anche per Dodò arrivò il momento dello studio.
Così, nei giorni precedenti al primo giorno di scuola, Dodò era tutto frizzante.
La mamma gli aveva comprato una penna che aveva anche una lucina in punta e lui non vedeva l’ora di iniziare a scrivere.
Nella cartella gli aveva sistemato un panino con ben due formaggini e poi…
E poi pensava a tutti gli amici nuovi con i quali avrebbe potuto giocare.
Che bello, pensava Dodò e, mentre si addormentava, arrivò il gran giorno.
Dodò si svegliò prestissimo, scese dal letto con un balzo, si chinò sotto il letto per svegliare Tino il topolino che aveva la sua tana proprio lì sotto.
Dodò: “Ehi Tino, ehi, svegliati! Ti devo raccontare del mio giorno speciale. Oggi vado a scuola!”
Tino: “Uauff,  e beh? Uauff.. e mi svegli per questo soltanto?”
Dodo: “No, vieni con me, prima che si svegli la mamma, così facciamo doppia colazione per festeggiare. Ho visto un tortino di formaggio proprio speciale.
E nell’intimo di questa golosa e presta mattinata Dodò racconta al suo amico Tino tutti i suoi progetti e pensieri fatti sulla scuola.
Dopo la vera colazione preparata dalla mamma Dodò saltellando si avviò.
Arrivato a scuola, tutto era proprio come si era immaginato.
Tutto fantastico.
Le maestre sorridenti, tanti bambini, i banchi, la lavagna. E avevano ricevuto in dono anche un grembiule e il primo libro.
Dodò andò di corsa a infilare il grembiule, ma ahimè, forse la doppia colazione ora lo puniva. Il grembiule non si chiudeva e il suo pancino usciva dalle due estremità.
Dodò tornò in aula e purtroppo successe proprio quello che temeva.
Tutti i bambini scoppiarono a ridere, iniziarono a chiamarlo palla, e fu terribile!
Dodò tornò a casa tristissimo, l’unica cosa che lo rendeva felice era tornare dalla mamma e mangiare il tortino al formaggio.
Ma appena entrò in casa la mamma gli urlò contro. Era infuriata.
Mamma: “Dodò, tu hai superato davvero i limiti. Questa mattina hai di nuovo rubato il formaggio, così non avrai la tua razione, ma la mangerà Giulian e adesso vai a studiare, che la mamma è proprio arrabbiata.”
Dodò scivolò lentamente via dalla cucina e andò a rifugiarsi in camera sua.
Pianse tutto il giorno.
Tino, che aveva sentito tutto, subito corse da lui.
Tino: “Ehi amico, ehi, dai che ti do un po’ del tortino che ho avanzato”.
Dodò: “No, non mi va”.
Tino: “Dai, dai, raccontami allora della scuola”:
Dodò: “Lascia stare, sono solo una palla sotto questa pelle.”
Tino: “E che storia è mai questa?”
Così Dodò gli raccontò tutto e gli chiese di lasciarlo solo. Tino accettò.
Dodò faceva dei grandi sospironi. Stette per delle ore alla finestra finché calò il buio. Tino che ogni tanto usciva dalla tana per cercare di confortare il suo amico, non capiva proprio cosa stesse cercando là fuori.
Ad un certo punto Dodò, ormai senza lacrime e stanco, venne attratto da un bagliore lontano.
Tutto subito pensò di essere proprio stanco. Poi rivide quella luce e prima di porsi la domanda ecco che apparve una fatina.
“Ciao Dodò. Hai visto bene, quello è il giardino incantato”.
E volò via.
Ecco, ora Dodò aveva capito tutto. Non poteva più stare in quella casa a soffrire.
Avrebbe trovato il giardino incantato.
Ecco sì. Avrebbe fatto così.
E se fosse riuscito a trovare quella fatina, forse, forse lei avrebbe potuto aiutarlo a tornare felice.
Dodò svegliò Tino, gli raccontò del suo progetto di fuga e del giardino.
Tino: “Amico mio, se questo è quello che vuoi ti aiuterò a fuggire, ma mi mancherai”.
Tino fece una fagotto di tutta la scorta di formaggi, la regalò a Dodò e si abbracciarono forte.
Dodò uscì di casa con il suo fagotto e si incamminò con passo veloce per uscire dal cortile, ma mentre stava per arrivare al cancello sentì ringhiare.
“Aiuto, mi ero scordato di Lupo”.
Lupo il cane da guardia abbaiava fortissimo e correndo verso di lui lo raggiunse in un baleno.
Dodò si arrampicò sul cancello per non essere morso da Lupo, ma sentì di essere troppo pesante. Iniziò a scivolare e presto sarebbe caduto tra le fauci di Lupo.
“Povero me!”
Ma a un certo punto. “Ehi.. marameo! Vieni a prendermi!”.
Era Tino, fantastico amico che aveva sentito abbaiare Lupo ed era corso in suo aiuto. Ma Lupo non si lasciava convincere e continuava ad aspettare che Dodò cadesse ai suoi piedi.
Tino allora gli si avvicinò, gli sferrò un calcio sulla zampa e iniziò a correre verso la parte opposta a Dodò, e Lupo gli andò dietro.
Dodò era preoccupatissimo per Tino, ma doveva uscire di corsa dal cancello. Rimase a guardare. Tino era salito sull’albero salvandosi per un pelo. Poi lo guardò, gli fece l’occhiolino e Dodò ricambiando iniziò il suo cammino.
“Certo che me la sono vista brutta”  pensò Dodò.
Passarono ore di lungo cammino. Della fatina nessuna traccia e Dodò iniziò a essere stanco. Posò il suo fagotto e decise di riposarsi un pochino sotto un albero.
Soltanto che Dodò non aveva dormito tutta la notte progettando la fuga, così ora era davvero stanco e senza accorgersene si addormentò.
Quando si svegliò era buio pesto. Faceva freddissimo e c’era un odore fortissimo di terra.
“Ma... ma dove sono?”
C’era qualcosa di strano. Non era di sicuro sotto un albero. Non capiva se stesse sognando, ma aveva l’impressione di essere sotto terra e … o mamma! E non aveva più il fagottino con il formaggio. Ma che storia era mai questa?
Meno male che aveva portato con sé la penna con la luce. Così la accese ed ecco. Era tutto chiaro. Era davvero sotto terra.
Doveva essere stato rapito da qualcuno mentre dormiva e ora... E ora ecco era prigioniero e affamato. “Uffa”.
Dodò iniziò a pensare a come uscire e illuminando il sentiero con la penna arrivò a un cancello.
Guardò oltre e vide di guardia una formicona rossa che faceva da sentinella e aveva con sé le chiavi della gabbia.
“Ah, ecco!” Era tutto chiaro! Era stato rapito dalle formicole rosse e derubato del formaggio.
“E poi parlavano male della cicala, queste maledette! Devo studiare un piano per evadere”.
E così provò a ingannare la sentinella.
“Ehi, amica”.
“Chi, io?”
“Si, tu”.
“Cosa c’è prigioniero?”
“Sono solo un bambino, per favore, ho paura qui da solo, non potresti tenermi la mano mentre provo ad addormentarmi?”
La formicola ci pensò un po’ poi disse: “E va bene, ma solo per poco.”
Dodò intanto iniziò a cantare una dolce ninna nanna che funzionava sempre .
Infatti, in men che non si dica, la formicola si addormentò.
Dodò rubò le chiavi, piano piano aprì la porta e fuggi velocissimo.
“Fiuff! Scampata”.
Uscito dalla grotta riprese il suo cammino.
Ormai è quasi buio.
Ha camminato tutto il giorno senza mangiare e della fatina neanche l’ombra.
“Povero me. Non troverò mai il giardino incantato”.
Ma a un certo punto ecco che vede volare dritto davanti a lui la fatina.
Allora Dodò la seguì con lo sguardo, fino a quando non la vide scomparire dietro un cespuglio .
“Ecco, devo andare là”.
Accelerò il passo per raggiungere il cespuglio.
Dodò provò a spostare le foglie per sbirciare e vide un grande cancello.
“Wow! Finalmente! Sono arrivato. Sicuramente oltre quel cancello ci deve essere il giardino incantato. E quindi anche la fatina e la mia felicità”.
Dodò sta per saltare fuori dal cespuglio quando si accorge che ai lati del cancello ci sono due guardie. Due volpi dai denti draculini che sembravano davvero cattive. Dodò si fermò a riflettere. Uscì dal cespuglio, ma prima ancora di emettere suono, le volpi gli volarono addosso e lo allontanarono tempestivamente.
Dodò ora di nuovo oltre la siepe si fece prendere dallo sconforto.
Si sedette a terra e iniziò a piangere e singhiozzare. Così forte da coprire la vocina della piccola talpa lì ai suoi piedi.
“Ehi, piccolo perché piangi?”
“Perché ho fatto un lungo viaggio per cercare la mia felicità che è dentro a quel giardino . Ora sono stanco, affamato, solo, e quelle volpastre non mi fanno entrare”.
“Oh, capisco. Io mi chiamo Talpotti, piacere, e tu?”
“Dodò”
“Va bene Dodò, dai, adesso smetti di piangere e io cercherò di aiutarti.”
“E come?”
“Stai a vedere!”
Talpotti si calò sulla testolina il suo elmetto giallo, accese la lucina e iniziò a scavare, scavare, scavare, e alla fine, in men che non si dica, Talpotti aveva costruito un tunnel sotterraneo.
Dodò seguì Talpotti sotto terra per uscire al di là del cancello.
Era finalmente nel giardino incantato.
Salutò Talpotti e iniziò a camminare per il giardino. Ma ahimè, il giardino non era proprio nulla di speciale. Era vuoto, buio, non c’era niente, nessuno, e neanche una fatina. Dodò si accovacciò su una pietra. Si sentiva proprio solo.
Era davvero buio, ma ecco di nuovo quella luce.
Dodò iniziò a correre in quella direzione e quando arrivò trovò uno stagno grandissimo dal quale usciva quel fascio di luce che lo aveva attirato fin là.
E tutt’intorno amici che banchettavano.
Erano tutti felici e raggianti.
Lui stava lì a guardare tutto timido, finché un coniglio non gli andò incontro porgendogli la sua carota  e trascinandolo verso il gruppo.
Quella fu una serata formidabile per Dodò.
Conobbe tantissimi amici ed era sempre più convinto che quel giardino fosse la sua felicità.
Nel bel mezzo della festa però una scena rubò la sua attenzione. Nel centro dello stagno, su una grande foglia, c’era un rospo che sembrava proprio una palla come lui. Questo rospo però non era solo, come lui. Era con la sua famiglia e lui saltava tra le foglie con quello che poteva essere il suo fratellino e si facevano i dispetti come lui e Giulian.
E con questa immagine tornò alla festa.
A festa finita tutti tornarono nelle proprie case dalle mamme e dai fratelli.
Lui rimase ancora solo e in quel momento arrivò la fatina.
Cosi Dodò le disse: “Non dirmi niente. Ora ho capito perché mi hai portato fin qua. È vero. In questo giardino ho trovato la vera felicità, e mi sta aspettando a casa! Ho imparato che siamo tutti uguali anche se di forme e colori diversi e anche se a volte qualcuno ci fa star male, bisogna saper reagire. Grazie fatina, ora vado, la mia famiglia mi aspetta.”
Così Dodò si rimise in cammino. Tornò a casa felice e quando aprì la porta Giulian gli corse incontro, lo abbracciò fortissimo e gli disse: “Non lasciarci mai più”.
Poi arrivò la mamma che piangendo di gioia prese i suoi piccoli tra le braccia e il tempo si fermò così.
Ma Tino, l’amico topolino, mi ha raccontato che in quella casa vissero per sempre felici e contenti … con tanto, tanto formaggio tra i denti.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:51 )
 

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