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Michele Bertolotto - l'impazienza di Rose PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:59

 

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L’IMPAZIENZA DI ROSE

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008





Le mani correvano veloci sul foglio di carta, la stilografica a cartuccia blu lasciava piccole sbavature qua e là e le pagine si riempivano e si susseguivano, una dopo l’altra; alcuni fogli giacevano appallottolati a lato della scrivania in stile Chippendale; erano più di sei ore che tutti quei piccoli gesti si ripetevano quasi ossessivamente e il piccolo tomo che era accanto a una vecchia Olivetti Lettera 35 ormai in disuso cresceva a vista d’occhio… sul viso dello scrittore un’espressione accigliata, un misto di concentrazione ed eccitazione; ogni volta che lo spazio nella pagina terminava un gesto automatico la spostava verso il tomo, non prima però di aver numerato in basso a destra la pagina, intorno tutto era silenzio, solo allo scoccare delle ore un orologio a pendolo nel salotto dava vita a quel quadro quasi surreale attraverso i suoi rintocchi.
Lo scrittore, un uomo sui cinquant’anni era di media statura, brizzolato e con una invidiosa abbronzatura che esaltava il colore verde smeraldo degli occhi e impreziosiva le piccole rughe di espressione sulla fronte e intorno agli occhi; aveva mani curate e al mignolo della mano destra portava un anello in oro su cui spiccava con un bagliore intenso un diamante. Era abbigliato con una elegante veste da camera in seta blu bordata oro, si capiva che era un uomo di classe, non solo dalle cifre sulla vestaglia, ma anche dagli oggetti sulla scrivania, una pipa in radica di olmo intagliata in modo curioso era appoggiata accanto a un fine tabacco delle Highlands speziato e aromatizzato al Whisky di malto, un acciarino Cartier in oro era a fianco del posacenere.
Dalle finestre dagli infissi bianchi in stile inglese traspariva una luce lattiginosa che non restituiva nessuna ombra, frutto di un cielo plumbeo che non prometteva nulla di buono, si poteva scorgere la campagna della tenuta quasi a perdita d’occhio e le dolci colline rabbuiate dalle nubi; anche se erano le undici del mattino senza la luce diffusa dell’abat-jour sulla scrivania non sarebbe stato possibile vedere un granché… era il presagio di un temporale che di lì a poco avrebbe scaricato la propria ira sulla tenuta e quasi sicuramente avrebbe nuovamente allagato la serra delle orchidee adiacente alle stalle dei cavalli… solo quindici giorni prima un altro violento nubifragio aveva causato danni per 10.000 sterline e alcune rarissime orchidee tropicali avevano miseramente terminato la propria esistenza…
Lo scrittore si scosse per un momento pensando a ciò che sarebbe potuto succedere e poi riprese, con calma, la stesura del libro… era all’ultimo capitolo e questa volta ebbe il sentore di aver scritto IL LIBRO… il capolavoro assoluto che ogni scrittore auspica per se stesso, certo, alcuni editori avevano pubblicato alcuni suoi scritti ed era sotto contratto presso una casa editrice conosciuta in tutta Europa, ma riteneva di non aver ancora fatto “il salto”, quello che fa cambiare le cose intorno a te e intorno agli altri.. fino a quel momento…
Più leggeva e rileggeva il manoscritto e più si rendeva conto che c’era qualcosa di diverso, che tutto scorreva in modo più uniforme che creava pathos e lasciava il lettore lì, senza fiato appeso a ogni pagina come fosse l’ultima e con la speranza che non lo fosse…era un racconto ambientato bene, che ti faceva “essere lì” in quel momento e ti coinvolgeva a tal punto che nelle situazioni critiche ti veniva un grido da dentro o l’emozione ti faceva sudare.. sì era decisamente diverso… era il suo Best Seller!
All’improvviso un trillo alla porta lo riportò alla realtà… si rese conto che, pur sovrappensiero, aveva stilato alcune pagine, subito non ci fece molto caso pensando di aver seguito il filo dei pensieri e del racconto che ormai aveva scolpito in mente…
Si alzò al secondo squillo del campanello, questo più insistente, andò verso la porta non prima di essersi soffermato per alcuni instanti davanti alla specchiera in bronzo sulla consolle, si squadrò e si passò le mani sulle tempie ad aggiustare la capigliatura comunque ordinatissima, si riassettò la veste in seta e con voce sicura e profonda disse: “Arrivo, un attimo”; aprì la porta e con sorpresa vide il tenente O’Malley della locale stazione di polizia di Stenton… “Buongiorno tenente, a cosa devo la sua visita?
Il tenente era un uomo tarchiato, di statura media, due occhi azzurri incastonati in un viso rubicondo con le gote rosee, aveva una capigliatura rossa e questo rifletteva le sue origini irlandesi…. Dopo un momento di imbarazzo O’Malley biascicò alcune parole: “ Mi spiace ma ho cattive notizie…
Un tuffo al cuore pervase lo scrittore… di cosa si trattava? Forse sua moglie? Era partita da un paio di settimane per il New Hampshire a far visita agli anziani genitori, ma l’aveva sentita solo il giorno prima… tutto a posto.
Un misto di rabbia, impotenza, disagio e voltastomaco cominciarono a pervadergli tutto il corpo, all’improvviso sentì le gote infuocarsi e riuscì solo a dire: “Mi dica, cosa è successo!
A questo punto il tenente disse: “Abbiamo ricevuto notizia dal posto di polizia di Drewport nel New Hampshire di un incidente in cui è stata coinvolta la Signora Rose Drew… sua moglie…
Fu a quel punto che si sentì venir meno e dovette appoggiarsi allo stipite della porta per non crollare… L’agente proseguì: “Mi spiace, un camion fuori controllo è entrato in giardino e ha falciato tutto e tutti, purtroppo non si è salvato nessuno, sua moglie e i suoi genitori sono morti sul colpo, ma, se può consolarla, non hanno sofferto…
No, non lo consolava affatto, anzi ora il voltastomaco era diventato un pungolo e un conato di vomito risalì fino alla trachea sbottando di getto… “Uhgmmmg… mio Dio Rose!”.
Fu un dolore che gli impedì di ragionare, come un automa espletò i documenti di rito e, recatosi sul posto, riconobbe i corpi straziati di moglie e suoceri… La notizia più triste gli fu data dal patologo legale che effettuò l’autopsia, sua moglie era all’ottava settimana di gestazione… probabilmente non lo aveva ancora scoperto, oppure attendeva il rientro per comunicargli la notizia…
Nei giorni a venire, dopo i funerali della moglie e dei suoceri, dopo le condoglianze di amici e di perfetti sconosciuti, si chiuse in se stesso e rifiutò ogni contatto con il mondo esterno… della sua fantasia di scrittore non era rimasto nulla, si sentiva un uomo finito e della sua sicurezza di cui aveva fatto un’arma restavano solo brandelli… davvero la vita era finita per lui?
Passarono i mesi, 11 per l’esattezza si alternarono le stagioni tutte diverse, ma per lui sempre uguali, un giorno mentre si trascinava stanco e afflitto dal divano, diventato unico compagno di molte notti, al salone scorse un pezzo di carta sbucare dal tiroir del settimanale accanto alla specchiera in rame, pensò che la donna delle pulizie aprendo qualche cassetto avesse pizzicato un appunto o un indirizzo, si avvicinò e aprì il cassetto, con grande stupore scorse una busta formato lettera con l’inequivocabile scrittura della tanto adorata Rose… non aveva mai più aperto quella cassettiera, troppi ricordi e poca voglia di farsi del male, in un amen aprì la busta… ne trasse un foglio di carta anticata color senape, era una lettera di Rose indirizzata proprio a lui… la lesse di getto:
Caro amore, ti scrivo prima di partire per far visita a papà e mamma, in questi stupendi 8 anni di matrimonio ci siamo lasciati poche volte e ci siamo sempre detti tutto, ma proprio tutto, per questo devo rivelarti un piccolo segreto, ho contravvenuto a una delle regole che ci siamo imposti quando, ancora fidanzati, io frequentavo questa casa… ho letto il tuo racconto prima di partire, lo so che non dovevo farlo, ma è successo, lo sai che sono sempre stata impaziente e aspettare che finisse per me era un supplizio.... mio Dio….  Alfred sei bravissimo! Il tuo racconto è stupendo, pieno di particolari che mi hanno fatto vivere quello che raccontavi, pensa che riuscivo perfino a percepirne gli odori! Il rumore del ruscello, il canto degli uccelli e il camion del latte che passava suonando il clacson, i bambini che giocavano a pallone e i loro schiamazzi, sì credo che questo tuo libro sarà un successo e dopo ne verranno molti altri, mi piace come riesci a mescolare la tranquillità di un villaggio del New Hampshire con l’imprevisto che trasforma un romanzo quasi Rosa in un imprevedibile Giallo e come riesci a descrivere attraverso le sensazioni dei protagonisti gli stati d’animo, come riesci a farli sembrare reali, da forti e impavidi a pedine nelle mani del destino, il romanzo Giallo che si trasforma in Noir; l’ultima scena, poi, mi resterà per sempre impressa nella mente, un piccolo giardino, una mamma, un papà e la loro figlia mentre prendono il tè e il fato sotto forma di un grosso camion che senza controllo sventra lo steccato e li investe, certo che la tua mente partorisce situazioni veramente impensabili… scusa, mi sono dilungata troppo, mentre questa mia era solo per chiederti scusa per aver letto anticipatamente il tuo romanzo, non accadrà più, ma come dici tu, pur avendo molte virtù, mi manca quella della pazienza… ti prometto che imparerò ad averne di più, un grosso bacio.
Tua Rose



Lo scrittore prese in mano dopo mesi quel manoscritto che era da tempo terminato… il tempo e la lettera di Rose gli avevano fatto capire che era nato per scrivere e doveva continuare, naturalmente fu pubblicato e diventò un Best Sellers, ne seguirono molti altri in una carriera travolgente, alcuni romanzi diventarono anche dei film e addirittura lui ne diventò protagonista e regista… Questa è la personale storia di Alfred lo scrittore, conosciuto al mondo come Alfred Hitchcock.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:52 )
 

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