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Mario Fatibene - morire PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:52

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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MORIRE

di Mario Fatibene
Cascina Macondo -  Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008




3 maggio
Mio padre. Lo sta uccidendo un tumore. Sigarette. Un polmone glielo avevano già portato via. E’ nella stanza dieci al quinto piano. L’ala nuova dell’ospedale, linoleum giallo e blu, camere linde, pareti crema, massimo quattro letti. La maschera dell’ossigeno gli nasconde la faccia come una creatura aliena verde trasparente dalla lunga coda tubolare. È alla fine.
Noi fratelli abbiamo parlato con il dottor Leone.
- Preferiremmo portarlo a casa.
- Dipende da voi.
Ci fissa da dietro gli occhiali, ha i capelli neri cortissimi, come disegnati sul cranio.
- Mi mettete in contatto con il medico curante e uno solo di voi fa da interfaccia con la struttura, altrimenti diventa impossibile.
Ci guardiamo.
- Va bene, vorremmo fare le cose al meglio.
Siamo calmi. Due fratelli e una sorella. Dobbiamo organizzarci per i turni.
- E mamma?- chiedo a mia sorella.
Mia madre è ricoverata nello stesso ospedale. Si è rotta un femore lo stesso giorno in cui abbiamo portato via mio padre. Non ha potuto spiegarci. Le ischemie le hanno strappato parole e lucidità e ci guarda smarrita. Così, quel giorno, dalla casa sono partite due ambulanze, in silenzio. In quel momento pensavo che sarebbero morti tutti e due nell’arco di pochi giorni.
- E’ stata operata oggi, in venti minuti le hanno sistemato il femore. Almeno ha smesso di farle male. Sono diventati un caso qui in ospedale. Papà viene portato su a visitare mamma e le infermiere li chiamano i fidanzati.
- Lo riconosce?
Non lo sappiamo.
Dobbiamo imboccarla e fermarle la mano, altrimenti si strappa la flebo. Ci chiede chi siamo, con gli occhi appannati e opachi. Cerca di parlare e non ci riesce, guarda come per chiedere aiuto, deve rendersene conto, cominciano a scenderle lacrime. Mi avvicino alla sua guancia, sembra calmarsi.
Mia madre è sorda da quando aveva diciannove anni. Spinta nell’ombra, anche dal marito, che si vergognava di lei. Mi affiora un ricordo di quando, portandomi per mano per il paese, era oggetto di scherno. Pieno di vergogna e di rabbia non sapevo come proteggerla, ed ero stupito dalla cattiveria degli adulti, pensavo che mi sarei vendicato, da grande.
Negli anni cinquanta, prima di partire per Torino dove c’era già mio padre, era rimasta a coltivare la terra per due anni, tenendosi i tre figli. Aveva ventisei anni, era piccola e magra, un bel viso e capelli neri e la sordità la rendeva sensibile e triste. Ma era forte. Anni dopo, a Torino, provarono a farle un’operazione all’orecchio nel tentativo di guarirla. L’operazione andò male. Da allora, ci diceva, un rombo nella testa non l’abbandonava mai. Non è impazzita, ma alla fine è crollata. Anni dopo ho capito che dovevano essersi permessi un esperimento. Allora non si avevano molti riguardi. Mio fratello e mia sorella operati in piedi di tonsille. – Ce la fanno, sono meridionali.
Adesso siamo alla fine. Vorremo che li dimettessero insieme. Seguirli a casa.
Orlando, mio figlio, ha un’ombra. I nonni se ne stanno andando, e anche la sua infanzia. Per me è ancora infanzia, anche se ha tredici anni.
Le strade affondano nella primavera, e la fioritura è come un tuono.
Mi sono fermato sotto i ciliegi in fiore a fissarne il bianco contro il cielo azzurro. Le montagne sono quasi viola e innevate. Mi sono seduto nell’erba, nel vento, a faccia in su, fino a stancarmi, fino ad assopirmi con una sensazione di dolore e di dolcezza.
Questa primavera è imponente e delicata, sento la profondità della morte. Il lungo abbandono della vita.
Nella notte affiora un’altra morte,vedo i bagliori della nostra paura di amare, il dolore e la confusione, la rabbia e l’abbandono. I versi dicevano io che ero presso il tuo cuore ne fui scacciato, perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca.

5 maggio
Peggiora, quasi a vista d’occhio. Suda e non si regge in piedi. Arriva un’infermiera per un’iniezione.
- Per farlo respirare.
Verso sera un’altra infermiera.
- Può togliergli l’ago?- chiedo.
Attorno al foro nero s’era formato un grumo di sangue e un livido viola.
- Questa pastiglia è per farlo dormire.
Riesco a fargliela ingoiare con un po’ d’acqua.
Mio padre ha i baffetti alla Clark Gable, cui credo si sia ispirato come modello. Capelli all’indietro corti e argentati. Gli occhi grigio verdi, il naso diritto appesantito dagli anni. Ha sempre avuto cura del suo aspetto e finora è riuscito a farsi la barba tutti i giorni. E’ lucido e sofferente. Regge con dignità senza i suoi soliti esagerati lamenti. In questa situazione senza ritorno lo sto ammirando. Adesso riposa. La maschera dell’ossigeno verde trasparente è una proboscide che pompa vita da un altro mondo.
- Potrebbe morire da un momento all’altro.
Il dottor Leone è chiaro, e questo alleggerisce le cose.
- Basterebbe qualche colpo di tosse, è intasato di sangue. Sarebbe la cosa migliore, ma non sappiamo se e quando succederà.
Nel letto vicino un vecchio sta morendo. Da solo.
Mio padre mi racconta una barzelletta, roba di pipì e di water.
- Ieri sera entra l’infermiera e dice che qualcuno aveva fatto la pipì un po’ di qua e un po’ di là. Non è la pidue, questa è la pipì due. E ci siamo messi tutti a ridere.
Tossisce. E’ appoggiato a me e a un bastone. Dobbiamo fermarci. Ci viene da ridere. Pensare che volevo farlo ridere io.
Dorme, la maschera dell’ossigeno sul naso e la bocca. Ha di nuovo l’ago piantato nel braccio. L’infermiera  misura la pressione - Novanta. Non si tolga la maschera.
Molto dopo mezzanotte l’ospedale è affondato nel silenzio. L’acqua attraverso cui passa l’ossigeno fa un gorgoglio di fontana, di ruscello. Ma siamo qui, in una notte, tra linoleum e finestre d’alluminio nella stanza di un ospedale. Il mormorio è ipnotico, come da uno squarcio di qualche primavera, apparsa lì sulla testa di mio padre. Una fontana dell’aldilà, della sua infanzia o della mia.
Le luci sul pavimento sono veli di acque sotto i riflessi lunari. Si è mosso. Seduto al suo fianco gli tengo la mano. Ci addormentiamo tutti e due.
Cosa ci lega? Sono il figlio, lui e mia madre sono la causa della mia nascita e sto assistendo alla sua morte, alla mia morte e alla morte di ogni cosa.
Un’altra cosa mi ha detto mio padre, mostrandomi il dépliant della società per la cremazione.
- E non mettetemi nel loculo. E’ una schifezza, e risparmiate.
- Hai ragione.
- Voglio essere cremato, poi gettate la polvere nel Po a mezzanotte e così tutto è finito, dimenticato.
Lo stesso desiderio espresso da Borges, ma mio padre non aveva mai letto un libro, se non le dispense della vita del bandito Giuliano in cui si identificava e di cui mi raccontava le gesta quando ero piccolo. Ho avuto la percezione che quasi si vergognasse del morire.
Mi guarda.
- Poi il loculo ha tutta quella manutenzione, un pasticcio.
Viene fuori il suo spirito di contadino e muratore.
- Anch’io vado a firmare per la cremazione. Lunedì ti porto il foglio e magari incido una pietra nel giardino con il tuo nome.
Non mi risponde, forse non mi ha sentito.

7 maggio
Dopo aver percorso il corridoio linoleum giallo e azzurro sono entrato nella sua camera.
Mio padre si è girato e si è tolto la maschera dell’ossigeno. E’ senza dentiera, le labbra sembrano risucchiate. Si muove con una certa lentezza . Riesce a parlare.
- Mi sento tutta la bocca e la gola bruciare, voglio stare senza ossigeno.
E’ da dieci giorni che ha la maschera attaccata alla faccia.
- Vuoi andare in bagno ?
Lo aiuto a tirarsi su, gli infilo le ciabatte. Gli infilo un braccio sotto la spalla. E’ pesante e quasi non ce la faccio e si lamenta oh mamma oh mamma.
Piano piano, fino al bagno.
- E mamma come sta?- mi chiede.
- Non ci riconosce più.
Faccio la spola tra la camera di mio padre e quella di mia madre.
Se ne sta come una bambina scheletrica e agita continuamente le braccia e le gambe. Gli occhi offuscati, frantumati e persi. Se ne sta andando senza la sofferenza di sapere. Un dolore in meno.
Mio padre è lucido e mi ha ripetuto la storia della cremazione e del fiume. A un tratto parla del presepio.
- Il presepio portatelo avanti, anche il sindaco è d’accordo. Fate i filmati così mi vedono. Si può, no?
 Il presepio. A poco a poco era diventato una ragione di vita.
- Quelle cose che fate voi. Hai detto che lo possono vedere anche i parenti in America e in Germania?
- Si.
- E anche al paese?
- Si.
Avevo cercato di spiegargli cos’era un sito.
Il presepio. Ne aveva la mania. Da quando era a Torino. Aveva perso il villaggio, il paese dell’infanzia e della giovinezza. Doveva adattarsi. La città era cupa e ostile. I legami dispersi. Così, quando si avvicinava il Natale le nostalgie del mondo perduto dovevano essere forti. Mia madre, con i tre figli piccoli, aveva raggiunto mio padre nel paesino vicino a Torino. Mio padre s’era adattato a fare il muratore lavorando molto nei momenti buoni e arrangiandosi d’inverno. Mia madre lavorava a ore nel ristorante del paese dove di sera e alla domenica andavano i ‘signori’. Lavava montagne di piatti e stoviglie. Sovente noi tre, piccoli l’aspettavamo fino a mezzanotte addormentati sulle sedie del bar. Qualche volta andavo con lei fino al ruscello, anche d’inverno, io giocavo, lei lavava lenzuola e tovaglie che poi strizzava e metteva in un mastello che si caricava sul capo. Tornando verso il ristorante mi teneva per mano, la guardavo dal basso, mi sembrava altissima e fortissima. Vivevamo in due stanze, una stanza al piano terra e una stanza al primo piano, niente servizi e una stufa per scaldarci. Nella stanza sopra riuscivamo a dormirci in sei, ospitavamo anche la sorella di mio padre. Come coperte d’inverno usavamo cappotti vecchi regalati. La stanza sotto per tutto il resto. Mio padre ci metteva anche una Aermacchi, sembrava una moto della guerra. Aveva due sedili, mi sembrava enorme. Verso Natale ricordo camminate nei boschi con la neve. Si raggiungeva una cascina dove vivevano altri paesani e si faceva festa per l’uccisione del maiale. I paesani erano ancora legati dalle tradizioni, dalle parentele e dalla paura di un mondo nuovo, immenso, che lentamente li avrebbe assorbiti e avrebbe cambiato tutto per sempre. Credo che mio padre reagisse a quella dispersione, a quella fine, riproducendo un modello, il luogo mitico del villaggio. Una botte, una mangiatoia, una strada nel sole e nel vento. La luce dorata su case di tufo e di pietra. Grandi distese di grano, verdi fino alla primavera poi dorate, rugginose. Animali, campi e sentieri. Inverni duri dove un ciocco di legno era vita e ricchezza. Si mangiavano fave, pasta e buon pane. Pagnotte fatte in casa venivano portate al forno e contrassegnate, una sigla per ogni famiglia, si formava una crosta del color della terra, un pane saporito e profumato, cotto perfettamente, che durava anche quindici giorni, avvolto in un panno, riposto nella madia.
- Vai a dormire, non stare sulla sedia.
-  Voglio starti vicino. Sei sempre stato in gamba e intelligente.
- Non do fastidio a nessuno qui.
- Lo so – dico.
- Hai visto, mi hanno portato una rosa bianca.
Non si ricordava. Gliel’avevo portata io il giorno prima.
Mio fratello, ieri, è riuscito a stare tutto il pomeriggio e la sera. Abbiamo convinto mia sorella a riposarsi. Sta reggendo la tensione di due famiglie, il marito sta facendo radioterapie e tutto è fragile e intenso.
E’ notte. Nel silenzio torno a casa per strade che attraversano le colline. La luna appare e scompare tra enormi nuvole; vento e odore di pioggia. Le strade sono deserte e senza nome, l’auto come sollevata da terra va verso una destinazione ignota. La vita e la morte. La morte e la vita. Si appare e si scompare. Riflessi.
Nell’altra morte lei è lì, ovunque. La sua mancanza è una presenza definitiva e non posso farci niente. E’ come un calco, una forma vuota nel cuore e nelle profondità del mio essere. La ferocia della mancanza è perfino nei miei occhi e la vedo dappertutto, nelle nuvole o accanto a me. Mi volto improvvisamente con il cuore che mi batte, come se mi stesse guardando, ma non c’è nessuno, il sedile è vuoto, il dolore è vuoto. La forza della mancanza è misteriosa e definitiva come la morte, come l’amore.

8 maggio
Ha i piedi gonfi, avvolti da ragnatele azzurre di vene spezzate. Tutto il corpo è pallido e intossicato.
- Ho la bocca e il naso che mi bruciano.
Non ne può più. L’ossigeno pompato ininterrottamente da giorni e notti gli sta bruciando le mucose. Ha una crosta scura sotto la narice destra, altre croste sulle labbra e nella bocca.
Viaggiamo lenti verso il tavolo.
Da solo ha mangiato purea e pollo. Gli ho messo l’olio e il vino in due bottigliette per fare un po’ casa, ho messo anche una saliera su un tovagliolo di stoffa a quadretti rossi e bianchi. Ha voluto mangiare anche la pizza che gli hanno portato.
Non ce l’avrebbe fatta più ad arrivare fino al tavolo, né a mangiare quel tipo di cose.
Si appoggia al lavandino e si tiene con una mano. Si sciacqua la dentiera e la bocca bruciata. Esce liquido marrone. L’ho aiutato a sdraiarsi e si è rimesso la maschera.
Francesca è la figlia di mia sorella, gli sta accarezzando una mano, mio padre ha la maschera e gli occhi chiusi, e gli stanno scendendo lacrime.
-Noi ci siamo - gli dico chinandomi verso di lui.
-E ti vogliamo bene.
Al piano di sopra ho trovato mia madre con i piedi infilati tra le sbarre delle sponde del letto. Si agita come un coleottero con le zampe in aria. La faccia però è distesa. Ormai ha staccato dalla realtà, forse per la prima volta nella sua vita si sta rilassando, andandosene.
Oggi la primavera ha avuto un’impennata grigia d’acqua e di vento e mi sono di nuovo raffreddato.

9 maggio
Mi parla di nuovo della cremazione e a bassa voce impreca contro i cimiteri che sono inutili.
- Fossi un governatore li eliminerei.
Stiamo un po’ in silenzio.
Gli tengo la mano, parla con gli occhi chiusi allontanandosi la maschera dalla bocca, inclinato sullo schienale del letto.
- Oggi è venuto Leone e mi ha dato la crema per la bocca.
E’ quasi soddisfatto.
- E’ bravo Leone - dico.
- Si, bravissimo.
Ritorna a parlare del presepio.
- Fate un filmato con le mie fotografie e le mandate a Orsara.
Orsara è il paese dove siamo nati, case di pietra e mattoni raggruppate sulla cima di una brulla collina come un’isola nel vento in mezzo a un oceano di grano. In primavera, nel vento, si formano incessanti onde verdi attraversate dai rossi riflessi dei papaveri. Qua nel nord non ho più visto quella luce, non ho più sentito quel vento.
Devo avvicinarmi per sentirlo.
Sta già attaccando un altro discorso.
- Ho detto ad Anna di dividervi i soldi. La casa magari la tenete.
Non ho detto niente. Come se nostra madre non esistesse. Non è mai stato capace di vedere la moglie e i figli . Si preoccupava di più per gli ‘altri’. Gli ‘altri’per lui sono sempre stati un’entità vaga e minacciosa con cui essere accondiscendenti o cui esibire un narcisismo sterile. Da temere o da disprezzare. Non ricordo che mi abbia mai guardato direttamente negli occhi dicendomi qualcosa. Guardava al di sopra della nostre teste, braccato dalle sue frustrazioni.
Aveva un bancone ben rifornito di attrezzi. Rotoli di spaghi di varie dimensioni, strisce di legno, seghetti, cacciaviti, lime. Trapani a mano più due trapani elettrici, decine di scatole e barattoli di metallo e di plastica di varie dimensioni con dentro chiodi, chiodini, viti, rondelle, chiavi, biglie di vetro, ingranaggi, tubicini, elastici, fili di metallo, dadi e bulloni. Cassetti pieni. Incollatrici, saldatori, prese, spugne, pialle, oggetti di gomma e di metallo, pezzi di pannelli, motori di elettrodomestici, orologi, timer, nastri adesivi, lime, forbici, cesoie pinze e rivettatrici. Altra sua passione erano le strisce di cuoio, cinghie e parti di vecchie scarpe. Aveva un’attrezzatura completa per riparare scarpe di ogni tipo, con staffe a forma di piede. Martelli di tutte le dimensioni, pinze, scalpelli, punteruoli, chiavi inglesi, tagliatubi e spelafili, ganasce, livelle e squadre, morse grandi e piccolissime, bulloni, pinze a scatto e molatrici. Conservava ancora una grande sega che aveva portato dal paese. Era appesa al muro del garage e ci aveva messo una canna spaccata sulla lama dentata. Serviva per tagliare grossi alberi. Si doveva essere in due e avere una certa abilità. Gli avevamo regalato un trapano a colonna, frese da ferro, da legno e punte di tutte le dimensioni. C’erano scaffali pieni di tubi e scatole con colle, mastici e adesivi, barattoli di vetro pieni di vecchie monete e barattoli chiusi ermeticamente contenenti sabbia del deserto del Sahara di vari colori che gli avevo portato da uno dei miei viaggi. Teneva in un angolo pietre levigate e colorate prese da greti di fiumi o da spiagge marine. In grossi vasi di vetro conchiglie di ogni forma e colore. Sembrava tutto ammucchiato e stipato alla rinfusa e in ogni angolo si accatastavano oggetti misteriosi e di tutte le dimensioni nel luogo senza tempo dei banchi di lavoro: navi stracariche apparse dal nulla. Regni delle possibilità e della libertà. In una zona dove tutto era di nuovo possibile ricominciava il ciclo della creazione, anche il tempo era un oggetto da plasmare, da modificare. Tutto era lì, immobile e muto, ma pieno di meravigliose potenzialità, pronte per riprendere nuove forme, nuove armonie, nuovi accostamenti, impensabili funzioni, sorprendenti forme. Lì, mio padre diventava l’uomo delle meraviglie. L’uomo che andava a farsi un giro nel regno di meraviglia per tornare con oggetti che riuscivano a trasmettere quello che lui aveva visto. Ci riusciva quasi sempre. Poi tornava a essere il solito. 
Avevamo dei coperchi ricavati da un B29, il tipo di aereo che aveva portato la bomba atomica. Si era schiantato, durante la guerra, nei campi. Mio padre aveva una mitraglietta e armi, come tutti al paese. Lui le riparava e ne ricostruiva pezzi con mezzi di fortuna. Una volta s’era bloccata una mietitrebbia. S’era rotto un ingranaggio. Decine di persone nel processo di pulitura del grano, in un polverone apocalittico che si alzava nel sole. Decine di contadini si aiutavano a vicenda aspettando il turno per trebbiare il grano. Si sarebbe dovuti andare fino a Napoli e non era detto che ce l’avrebbero fatta. Voleva dire fermarsi una settimana o di più. Mio padre ne costruì uno, adattando chissà quali pezzi. Tra le ovazioni la trebbiatrice ricominciò a far danzare la polvere e a vomitare grano.
Ricordo uomini con cappelli e mantelli, donne con scialli e lunghe gonne nere fermarsi davanti a una vetrina del paese. Facevano gesti e commenti. La luce illuminava le loro facce di contadini, dure e semplici, a volte feroci. Doveva essere inverno. Le strade erano di pietra e nessuno in paese possedeva un auto. Ciò che stava in vetrina era diventato un avvenimento. Si formavano gruppetti di persone che indicavano e guardavano. Una nave di legno grande quasi quanto una persona era adagiata su stoffa azzurra. Il ponte e gli alberi della nave erano illuminati, erano illuminate le cabine dei tre piani, la sala cinematografica, il ristorante in cui si vedevano sedie e tavoli. Erano illuminate le scialuppe disposte ordinatamente attorno al perimetro e la gru per calarle in acqua con tanto di corda e ingranaggi. A prua pendevano le ancore. Le ciminiere maestosamente inclinate sembravano piegate dal vento. Ogni tanto le persone si indicavano un dettaglio che avevano appena scoperto. Alcune ci tornavano varie volte. Quella nave l’aveva costruita mio padre. Da una fotografia o da un disegno trovato chissà dove. Con lattine di conserva aveva costruito le scialuppe, Manici di ombrello adattati erano gli alberi, dipinti d’argento, scale di corda, scafo e prua ricavati da compensato e legno, adattati, dipinti, traforati di oblò. Ringhiere sulle passeggiate e i ponti, scale di latta.
Così mio padre era diventato ‘quello della nave’.
Il paese stava sospeso come su un’ultima scheggia di medioevo nonostante ci fosse stata la guerra, come un rombo lontano. Ma in pochissimo tempo tutto sarebbe cambiato, sciolto, nel grande vento della storia.
Nelle città del nord, a volte, dopo oltre trent’anni trovavo vecchi paesani che non riconoscevo. Mi fermavano - Ma tu sei il figlio di quello della nave! Come sta tuo padre? Salutalo, sono… lui si ricorda di me .
Le statuette di pastori replicano i gesti degli umani. Le statue degli animali ti fissano dai sentieri e dalle rocce. Una pecora bruca alzando e abbassando il capo. Nel villaggio presepio perduto dell’umanità ci si riposa nell’infinito ripetersi dei gesti arcaici. Nelle case ardono i fuochi come tanti racconti antichi, le porte danno sulle strade di sabbia costeggiate dal muschio e la gente si saluta. Scorre l’acqua che muove la ruota del mulino, le lavandaie sono allegre e strofinano i panni sulla pietra. Boscaioli e viandanti solitari. Gorgoglio di fontane, colpi di asce, il vento. La capanna con il bambino. Lo stato nascente.

Ore 23
Ha i piedi gonfi.
- Rosso - dice
Rosso? Un tipo che lavorava con lui, mi sono ricordato.
- Rosso un giorno viene da me e mi dice che ha comprato due alloggi. E dove? Gli chiedo. E lui mi dice: al cimitero.
Ci mettiamo quasi a ridere, ma lui viene bloccato dai colpi di tosse.
Poi si ricorda del professor Maggi che lo aveva operato anni prima.
- Maggi andava sempre sul Gargano e gli piacevano le anguille. Una contadina gliele portava e ogni tanto gli diceva ho mele ho mele e allora lui: e mangiatele.
Di nuovo, quasi ride. Sdrammatizza. Credo che lo faccia per me, per noi. Adesso che sta davvero per morire non fa più il lamentoso.

11 maggio
Ha mangiato solo un budino. Gli hanno messo il catetere. Dice che brucia. Ha il pene gonfio e attorno ci sono macchie di sangue chiaro. Mi hanno meravigliato i peli pubici lisci e castani.
Il medico ha detto che era necessario. Ha di nuovo la flebo.
Ho lavato la maschera dell’ossigeno e glielo rimessa, senza non può stare. Sembra una divinità hindu cibernetica su un loto di lenzuola bianche cullata dal mormorio meccanico dell’ossigenatore.
Ansima e guaisce come un cucciolo con ciò che rimane del respiro sotto la maschera dai riflessi verdi.
Adesso è solo.
Il medico dice che comincerà con la morfina - Appena sarà necessario.
- Che effetto farà? - chiedo
- Si rilassa.

13 maggio
- Ho la bocca bollita.
L’ossigeno gli divora le mucose. Oltre alla crosta sotto la narice ha croste sulle labbra. Il palato e la lingua sono come ustionati. Un occhio è rosso e gli brucia.
- Gli diamo un collirio - dice Leone
Dopo aver bevuto un frullato si è sciacquato la bocca. Gli ho passato un tampone intriso di una sostanza lattiginosa sulle ferite del palato, la lingua e le labbra.
L’ossigeno è a quota dieci. E’ arrivato il collirio.
Gli metto garze imbevute d’acqua fresca sugli occhi. La maschera e le garze, non è più una divinità hindu, è un alieno.
Gli tengo una mano e lui la stringe forte. Sto con la schiena diritta, seduto sulla sedia al suo fianco, in silenzio. Sentendo lui che muore.
Ho immagini di nere stratificazioni rocciose. Sotto gli strati di dolore c’è una luce. Qualcosa è incuriosito dall’imminente drammatica trasformazione. Un essere cucciolo continua a giocare preparandosi al balzo attraverso la morte.
Nell’altra morte. Ci eravamo lasciati. Di nuovo da soli nel mondo. Per sempre. Le lettere che non le avevo mai spedito erano ancora lì come una prova, un tentativo di comunicare attraverso delle rovine di un’altra epoca, di un’altra vita.

14 maggio
La morfina. Trasparente, attraverso le vene.
Continua a sputare placche di sangue. La morfina, la consolatrice, gli ammorbidisce i lineamenti.
Trasferito in una stanza da solo. Un altro letto per chi assiste.
Gli abbiamo preparato un infuso di malva per le piaghe alla bocca, per rinfrescare un po’ le ferite.
- Mangia, bevi un bicchiere di vino.
Cerca di vivere attraverso di me i suoi desideri.
- Mi mangerei un bel piatto di spaghetti, se potessi.
Adesso dorme. Il sole è al tramonto e le sagome delle case cominciano a scurirsi. Dalla finestra del corridoio si vedono ancora le montagne.
Un sibilo avvisa che la morfina è finita. Chiamo l’infermiera.
Di fianco al letto è appesa la sacca dell’urina. Ha il colore del sangue.
Nel pomeriggio sono passati a trovarlo tre orsaresi.
Resiste ancora, dopo cinquant’anni, il senso del villaggio, della comunità, anche se dispersa nelle metropoli del nord. Resistono ancora le storie scavate insieme nei campi, nel sole, nella durezza e intensità di una vita essenziale. Storie di immigrazioni e di distacchi. Di viaggi senza ritorno.
L’ossigeno sembra raschiare il sangue, cerca brandelli di polmone attraverso cui mantenere la vita. Respira con un gorgoglio, senza speranza. Ha continui colpi di tosse e viene fuori solo sangue. La morfina scorre ininterrottamente. L’infermiera gli ha fatto un’altra iniezione.
E’ intossicato dalla mancanza di ricambio e dai farmaci.
Sto qui a dargli da bere quando ha sete. Cerco di indovinare cosa desidera e mi muovo secondo quello che sento. Gli ho messo una coperta, non so se sente ancora il caldo e il freddo.
Il polmone non c’è più, c’è ancora qualcosa che resiste. La morfina lo accompagna, evita convulsioni, il dolore del dolore.
A un certo punto ho chiamato Silvana per dirle di venire in ospedale con Orlando per salutare il nonno . Ho insistito perché venissero.
- Ma è tardi!
- Venite lo stesso, vi fanno passare, abbiamo il permesso. Portami anche la Divina Commedia, l’Orlando furioso e i racconti della mitologia greca!
Qualcosa nella mia voce deve averle impedito di replicare.
La sera prima, con mio padre, avevamo parlato, non so come, della Divina Commedia.
Eravamo tutti e tre li, davanti a lui, inclinato sul lettino.
Orlando, l’adolescente, lo guardava, immobile, gli occhi lucidi.
Mio padre riesce ancora a dirgli qualcosa. La morte salutava la vita.
Quando Orlando e Silvana se ne sono andati ho cominciato a leggere, a bassa voce avvicinandomi al suo orecchio.
Eravamo soli nella stanza. Una luce sulle pagine.
- Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la dritta via era smarrita. Ah quanto a dir qual era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinnova la paura!
Mio padre è immobile, si sente solo il mormorio dell’ossigenatore.
Continuo - Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la  verace via abbandonai.
Spengo la luce, gli tengo la mano recitando mentalmente la prajna paramita, un sutra di grande bellezza - … non esistono né vecchiaia né morte né inesistenza di vecchiaia e di morte, non ci sono tenebre né fine delle tenebre…
Una luce che fluttua su un mare di sofferenze. Sento l’immobilità della mano.
Gli tolgo la maschera, la bocca è aperta, sdentata, ma i lineamenti non sono contratti. Non sento più il polso, gli tocco la guancia. Scatta il bip bip e la luce rossa.
Ho chiamato l’infermiera mentre continuava l’allarme, la morfina non poteva più entrare nelle vene.
Erano le quattro e mezza, notte, del quindici maggio.
E’ venuto anche il medico.
- Occorre fare un elettrocardiogramma, è la prassi.
Ha vari elettrodi appiccicati, è disteso. Dalla stampante esce un interminabile lingua di carta, un ronzio surreale. Gli massaggio i piedi e le gambe e lo saluto. Sta ancora morendo. Gli occhi sono chiusi per sempre, gli tiro su una palpebra per vedere per l’ultima volta il colore dei suoi occhi, per ricordarmeli, sono verdi e grigi, come mossi dal vento. Il nasi diritto, i baffetti come il suo mito, i capelli pettinati all’indietro, corti e in ordine.
- Pettinati - mi diceva.
- Tagliati quei capelli -  e faceva una smorfia.
Una sofferenza per lui vedere quel figlio con i capelli lunghi e ribelli. Adesso era lì come una statua.
Eravamo lì.
Mi attraversa qualcosa, sale su dalla terra. Mi appare l’immagine di una pira funeraria, vista in Nepal, una sera, lungo un fiume al tramonto.
Stavo camminando da solo e lunghe ombre si stendevano sulle acque. Su un isolotto di pietre bianche, un cadavere avvolto da un lenzuolo stava bruciando, le fiamme brillavano, bambini giocavano attorno al fuoco e alcuni parenti stavano accoccolati tranquilli a una certa distanza. C’era silenzio. Adesso sentivo lo stesso silenzio e la stessa dolcezza; quel cadavere ero io, il corpo: l’animale docile e tranquillo con cui avevo attraversato la vita.
Affondiamo insieme nel fiume del tramonto. Nel silenzio.
Avevo bevuto un po’ di vino bianco dorato, in suo onore, il suo amato vino.
Dopo avergli letto l’ultimo verso, …tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai, mio padre si toglie la maschera e volta verso di me la testa, la solleva  leggermente dal campo bianco del cuscino.
Mi avvicino.
- Ma il poeta sognava? La sua testa ricade.
Gli dico di si. Che anche noi stavamo tutti sognando. Sono state le nostre ultime parole. Più leggere dell’aria.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:52 )
 

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