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Marcella Saggese - scheggia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:46

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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SCHEGGIA

di Marcella Saggese
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008





Il trasloco era durato parecchi giorni. Prima avevano pulito la casa, c’erano molti schizzi di biacca sui pavimenti, poi avevano portato i mobili e ora erano nella fase del riordino, quella più lunga. Mancavano, naturalmente, i lampadari, i quadri e la cucina nuova, che avevano ordinato parecchio tempo addietro, ma che non era ancora arrivata. Angela e Franco erano anni che pensavano di cambiare casa, ma ogni occasione non andava a buon fine: o le camere erano troppo piccole, o la zona troppo rumorosa, o troppo isolata, o il bagno cieco. In realtà non avevano le idee per niente chiare perché erano troppi i desideri e le esigenze da mettere insieme. In città o in campagna? Alla fine decisero per la campagna, ma a pochi chilometri dalla città, un buon compromesso. Angela adorava camminare e lì c’erano molti sentieri e quando tornava dal lavoro faceva delle lunghe passeggiate. I figli, ormai indipendenti, abitavano uno in città e l’altra all’estero. Ora c’era molto più tempo. Sua madre era morta qualche anno prima: era malata di Alzheimer. Per dieci anni l’aveva curata e l’aveva vista morire.
Quel sabato Angela decise di riverniciare un mobiletto stile liberty, quelli da ufficio per le macchine da scrivere, molto semplice: di forma rettangolare, stretto, basso, con le gambe curvilinee unite da un intarsio, motivo tipico dell’epoca. Sotto il piano d’appoggio un cassetto dove conservare la carta e, vicino a quello, un piccolo rettangolo di legno estraibile dove appoggiare i fogli appena scritti. Le piaceva molto, glielo aveva regalato il suo amico Antonio, dietro sua esplicita richiesta. Cominciò a carteggiarlo, in superficie il pannello di legno era gonfiato e si erano aperte delle piccole fessure. Una scheggia le entrò sotto pelle, sotto il pollice, in profondità. Le dava fastidio, provò a toglierla con il solito metodo, bruciando un ago sul fuoco del gas e poi disinfettandolo. La scheggia si era infilata nella mano destra e lavorare con la sinistra era difficile, l’ago entrava nella carne, sollevava i primi strati di pelle, ma non arrivava al corpo estraneo; ci provò parecchie volte, poi cominciò a sanguinare e così lasciò perdere.
Il giorno dopo si dimenticò, poi la zona vicino al dito cominciò a pulsare e così riprovò a scavare, di nuovo uscì molto sangue, ma la scheggia no. Decise che prima o poi sarebbe venuta fuori, sotto pelle, e allora l’avrebbe tolta. Suo padre, in guerra, in Albania, era stato ferito a una coscia e non erano riusciti a togliere la pallottola, era nel muscolo, proprio all’interno e nell’ospedale da campo non potevano operarlo. “Senta dottore, questa ciste è sicuramente la pallottola che è tornata in superficie” - disse Giovanni, il padre di Angela, molti anni dopo, al medico che avrebbe dovuto operarlo di vene varicose - “Mi tolga anche quella!” “Non è possibile ingegnere, è una semplice escrescenza di grasso, comunque procederemo” rispose il chirurgo, sorridendo con sufficienza. Quando l’aprì venne fuori la pallottola, lui ne andava fiero e la faceva vedere a tutti. Decise che anche lei poteva tenersi la sua scheggia, in fondo le faceva compagnia.
Angela si sentiva sola in quel periodo, con molte cose da ripensare, cui dare un ordine, una direzione, magari diversa. E la scheggia le faceva compagnia, quasi più di suo marito.
Ora era diventata una cosa calda, un nocciolino sporgente, ma tiepido, che poteva toccare con i polpastrelli delle altre dita e quando camminava la teneva stretta.
Nel tempo continuò a ingrossare, lentamente, era giallognola, era una parte del suo corpo ormai e lei non aveva più nessuna intenzione di toglierla. In realtà era piuttosto evidente e in alcuni casi, per esempio quando doveva pelare le patate o le carote o aprire un barattolo, fastidiosa; le sue amiche, perplesse, più volte le avevano chiesto qualcosa a riguardo di quel bubbone, stupite e anche un po’ preoccupate, sia per la grossezza del suddetto sia per il fatto che per la loro amica fosse tutto normale, anzi si infastidiva parecchio quando le facevano delle domande sul perché continuasse a non fare niente, per esempio, a non farsi visitare da un medico.
Passarono due anni, Angela aveva sistemato la casa, lavorava, vedeva i suoi figli, le sue amiche, andava al cinema, passeggiava, faceva l’amore, andava in montagna e aveva fatto un bellissimo viaggio in Africa, ma tutto con quel velo di malinconia, che non ricordava più quando era cominciato.
“Cosa hai nella mano?” le chiese Franco quando vide per la prima volta quella pallina che sporgeva nel palmo di lei. “Non è niente, è parecchio che ce l’ho” disse Angela. “Ma è enorme!” rispose lui. Lei cercò di cambiare discorso e lui continuò a insistere, sempre più preoccupato, che si facesse curare.
Alcune settimane dopo Angela, avvitando con forza un pomello, sentì improvvisamente la mano calda e bagnata, si guardò e la mano era piena di pus che le colava fin giù nel polso, fino all’avambraccio, la pelle ormai era diventata talmente sottile che si era aperta solo per pressione. Si sciacquò a lungo, il pus continuava a uscire e il gonfiore si riduceva, alla fine la scheggia era lì, sotto pelle, piuttosto grossa e gelatinosa, la tolse con le dita e si disinfettò. La ferita guarì in fretta e cominciò a sentirsi un po’ svuotata, ma più leggera.
“Mi sono iscritta a un corso di danza del ventre” disse a suo marito e alle sue amiche. E le scappava da ridere, anzi rideva proprio di gusto.
Allora tutti si accorsero che non aveva più il bubbone sotto il pollice.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:52 )
 

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