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Antonella Filippi - un'ora da raccontare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:32

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


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possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
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UN’ORA DA RACCONTARE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008





15 febbraio 2008, 10.07
Come condensare un’ora in 60 righe?
Forse pensare prende quasi un minuto a riga, ma leggere è molto più veloce.
Neanche 3600 passi vengono fatti in un’ora, al massimo in 30 minuti.
Pensare è un’attività lenta, mi dico, forse tra neuroni il passaggio di segnali è intralciato dalle emozioni e di conseguenza le mani restano inerti, ad aspettare.
Mi guardo attorno, qualcuno cammina, suona il citofono, dice buongiorno, come va, si tira avanti, fa freddo ma almeno c’è il sole.
Sono arrivato questa mattina da Genova, in treno, con lei.
Ha letto del concorso sull’inserto del Corriere, che qualcuno aveva lasciato sul sedile.
Un’ora a Milano.
Mi chiedo che differenza possa fare: se scrive di un incontro in Piazza Castello, chi può sapere se si tratta di Milano, Torino o Ferrara?
Cosa rende diversa una via da un’altra? Neanche gli incontri, neppure le persone.
Forse gli odori? Gli odori che rendono così familiare una persona che ci è cara, gli odori che sono parte essenziale dei ricordi, gli odori che a volte portano un brivido di gioia in un pensiero stanco.
No, credo che siano i suoni e la percezione del movimento.
A Genova è il suono della miriade di scooter e l’oleoso beccheggio delle barche nel porto, a Torino le voci garbate e la camminata elegante delle donne, a Milano l’arrogante sferragliare della metropolitana e la fretta rabbiosa che coglie anche me, appena esco dalla stazione.
Ogni volta, scendendo nella metropolitana, mi viene in mente il titolo di un libro, “La fiera delle vanità” o quello di un altro, scritto da un detenuto americano molti anni fa: “Nel ventre della bestia”.
Quando ne esco, un verso di Dante: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.
La selva oscura è quella che mi preme attorno, gente che corre, spinge per passare, piena della propria importanza, che non abbassa gli occhi e spesso non li alza neanche, tanto il cielo è sempre lì.
Usciamo a Cadorna, alla solita fermata.
Lei ha un appuntamento con il solito medico, in via Correnti, e come sempre, come un rituale, ci incamminiamo verso Sant’Agostino.
Non ci piace stare troppo sotto terra, dove ti pare quasi di poter pensare che non esista più niente là sopra e che tutta la vita si riduca a salire su un treno, venuti da chissà dove, leggere o guardare fisso sopra le teste, fingendo di scrutare le pubblicità per non incontrare lo sguardo di nessuno, e alla fine scendere, senza lasciare dietro nulla di sé.
No, noi vogliamo camminare, anche se l’aria è pesante e polverosa, anche se ogni tanto arriva un fiato di vento freddo a svegliare le foglie sugli alberi di via De Amicis, sentire che siamo ancora qui, insieme.
Ce ne andiamo speditamente, dando un’occhiata distratta alle vetrine, e il suo passo mi trasmette l’adesione incantata e assoluta a un’allegra malinconia che l’aiuta a vivere.
Aspetta.
Non tanto o non solo di essere leggera, ma di essere lieve.
Al fondo di via De Amicis attraversiamo la strada, davanti alla banca.
Io mi fermo nel bar di sua cugina, quello vicino alla fermata del 14.
La sua assenza mi rende sempre inquieto.
Un’ora. Anche solo un’ora senza di lei mi secca la gola.
Quando legge ad alta voce, per lei e per me, mi appoggio alle sue gambe e ascolto, e sospiro, e alla fine mi assopisco.
E’ la sua voce che mi è mancata tanto, quando era in ospedale, ancora più delle sue carezze e il tempo, quel ticchettio dentro ogni cosa, anche adesso si diverte a rallentare.

Sono da poco passate le 11. Sento i suoi passi, sta tornando di corsa.
Appena entra abbraccia la cugina e ride.
Vedo una lacrima sulla sua guancia, mi viene vicino, mi stringe forte.
Io scodinzolo.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 29 Giugno 2011 13:35 )
 

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