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Antonella Filippi - psicologia botanica PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:28

 

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PSICOLOGIA BOTANICA

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008




Siori e Siore, nell’ambito della nostra annuale fiera botanica, quest’anno l’esimio Professore ci parlerà dell’etnografia delle diverse Famiglie delle piante.
Ma prima voglio dirvi due parole io stesso sulla loro psicologia, ché in quest’ultimo anno ho studiato l’argomento e mi sono fatto delle idee, che vado a esporvi immantinente.

Diversamente da quanto si crede, i pomodori sono ortaggi timidi e schivi. Il loro colore potrebbe far pensare che siano creature irose, ma al contrario fanno parte di una famiglia ricca di dolcezza, anche se alcuni appartenenti alla stessa si sono dimostrati alquanto velenosi.
Altri, subdolamente, ne prendono la forma e il colore, come i peperoncini, ma in loro nulla è dolce e morbido, e si divertono a far rimanere a bocca aperta.
Alcuni non sono ben visti per certe loro fastidiose abitudini, come il tabacco, anzi, devo dire che sono come il fumo negli occhi.
Un’altra rappresentante ancora, la patata, pare molto forte, infatti si dice tiri più di un carro di buoi.

L’insipienza delle Cucurbitacee, invece, è piuttosto nota, sono quasi tutte zucche vuote. Non metterebbe conto parlarne se non fosse per due cugini, cocomero e melone, che a differenza degli altri parenti sono pieni di bontà e dolcezza e riscattano questa insipida famiglia. Non hanno che un difetto: l’umore zuccherino e gaio è accompagnato da eccesso di acqua, che spesso costringe a ritirate.

Le Composite sono piuttosto amareggiate dalla vita, e chi non lo sarebbe? Se non finiscono spetalate, per suggerire agli spiriti innamorati la corrispondenza dei loro sentimenti, la loro innocenza viene violata e, private della corazza di spine, come i carciofi, si arrendono e si immolano, non senza cercare di pungere a tradimento. Altri, pii e devoti, come i girasoli, seguono a passo a passo il sole della loro vita, che alla fine li spreme e li getta da una parte, a meno che non si secchino prima.
Un’altra, la lattuga, più subdolamente si finge tenera e disponibile, ma il suo latte induce il sonno, e la complicità con un famiglio delle Ombrellifere, il sedano, un vero concentrato afrodisiaco, fa sembrare la veglia un sogno.

Le Labiate, invece, oscillano tra l’amarezza e il desiderio di nuocere a simili e dissimili. La loro focosità è innata, tanto nei loro peli ghiandolari quanto nelle foglie e in altre loro parti hanno riserve oleose che molti apprezzano. In alcune regioni le parti contuse di uno di essi, il basilico, mescolate a secrezioni animali rapprese e a frutti di una conifera marina, nonché a un lontano parente dei gigli, vengono versate su lunghi spaghi forniti dalla famiglia delle Graminacee, che molti apprezzano come alimento.

Le Musacee, le banane in particolare, sono di ispirazione a molti, non sempre per scopi artistici, e, legandosi ad alcuni soggetti delle Cucurbitacee dei meno schizzinosi, come il cetriolo e la zucchina, hanno almeno portato sollazzo.

Le Rosacee, da vere appassionate filantrope, si dedicano a nutrire indifferentemente bipedi e quadrupedi, a rallegrarli con la loro indubbia bellezza e a curarne gli squilibri umorali. Altre, ahimè, finiscono spesso disperate (in particolare i peri).

Le Rutacee sono in genere piacevoli e gentili, una famiglia che ha un certo sugo, anche se alcune di loro hanno in giovane età, come le arance, o anche sempre, come i limoni, una certa acidità che le rende insopportabili. Detto tra noi, però, la loro mancanza farebbe venire lo scorbuto, perciò le si manda giù.

Le Crucifere sono una famiglia piccante e indiavolata, alcune invero sono teste di cavolo o broccoli conclamati. La voce popolare dice che da alcune di esse, teste dure o balzane, non è possibile cavare sangue, e pare che questo fatto sia l’incubo di più di un vampiro. Molti, per questo, alle Crucifere mettono una croce sopra.

Le Chenopodiacee sono una famiglia di ingenue, spesso prese in giro da molti e tacciate di credulità. Bietole e bietolone credono a tutto quello che si dice, ma le loro parenti più anziane, le barba-bietole, rendono dolce la vita con i loro umori. Altri cugini, gli spinaci, si fanno forti del ferro che contengono, e la loro notorietà è arrivata persino nei cartoni animati.

Le Ombrellifere non vanno bene solo quando piove o soleggia troppo. Uno dei loro, il finocchio, confonde un po’ le idee, se è carnoso e tondo è maschio e se è allungato e piatto femmina e per questo viene usato in appellativi che non sono proprio complimenti.
Un altro, il prezzemolo, è sempre dappertutto. Un suo cugino, il coriandolo, frequenta da molto feste e compleanni, ogni suo impiego è un carnevale.

Le Vitacee, come lo dice la parola stessa, sono un’allegra famiglia che rende gaia la vita e leggera la testa, ma come per tante famiglie la saltuaria frequentazione dei loro figli, vari in colore così come in grado, ingenera buon umore, mentre l’eccesso fa ingrossare il fegato e assottigliare il cerebro.

Le Liliacee sviluppano gas sulfurei. Un misto di buona educazione e pregiudizio fa sì che vengano evitate da molti e non vengano accolte volentieri nei circoli esclusivi. Una coppia inseparabile, aglio e cipolla, è piuttosto rozza nei suoi umori e scherzi, ma è la compagnia ideale per una serata solitaria. Un loro parente, asparago, si dà arie di raffinato, ma il più delle volte si accompagna a sferiche cellule germinali di bipedi femmine o secrezioni cagliate di quadrupedi altri, e alla fine se li si vuole mettere alla porta il loro odore ci accompagna per almeno un giorno.

Le Leguminose si danno troppe arie: la presunzione di fagioli, fave e lenticchie è piuttosto nota e molti li evitano, dato che tendono a riempire di sé tutti gli ambienti.
I piselli invece, nonostante i risultati spesso discutibili, sono molto apprezzati a ogni età. Se presi con le dovute precauzioni non sono dannosi e danno piacere al corpo e all’anima, diversamente possono far lievitare il ventre, e liberarsi delle loro conseguenze è spesso complicato e ultimamente può fare anche incorrere nei rigori della legge.

E ora, Siori e Siore, lascio la parola al Professore!





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:53 )
 

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