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Anna Di Paola - voglio far parte di un sogno PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:24

 

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VOGLIO FAR PARTE DI UN SOGNO

di Anna Di Paola
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008




Il giorno di S. Valentino il preside della mia scuola ha concesso l’assemblea d’istituto e così sono riuscita a tornare a casa prima del solito. Avevo davanti a me ben due ore di tempo prima dell’arrivo dei miei figli e di mio marito.
Mentre canticchiavo in macchina sulla via del ritorno pensavo a cosa preparare per pranzo e a fatica cercavo di fare mente locale immaginando l’interno del frigo e della dispensa. Sarebbe stato più semplice fermarmi al solito supermercato per fare man bassa di tutte le leccornie con le quali riempio il mio carrello in occasioni come questa, ma questa volta dovevo soprassedere. Faccio ancora fatica a pensarmi nella categoria dei nuovi poveri. Fino all’avvento dell’euro le cose andavano molto meglio. Certo non ho mai sguazzato nell’oro, ma non avevo mai raggiunto questi livelli. Mi capita spesso di arrivare a metà mese con un budget ridicolo, come ora che ho 250 euro per arrivare al prossimo stipendio.
Ma questa è un’altra storia, troppo dolorosa per rimanerci ancora.
Mi sono fiondata in casa e ho preparato un bel sugo con un vasetto di pancetta affumicata in cubetti che devo aver congelato qualche tempo fa. Nel frigo ho trovato poche foglie di basilico ancora utilizzabili, un pezzo di grana, una busta di wurstel e un fondo di maionese in un vasetto di vetro.
Nella dispensa un po’ di pane bianco e cosi ho preparato un antipasto con wurstel, maionese e scaglie di grana, adagiandolo su un bellissimo piatto di portata rosso fuoco.
Ho apparecchiato la tavola con i piatti buoni, quelli che si usano quando viene qualcuno o nelle grandi occasioni e non con quelli che usiamo quotidianamente un po’ sbeccati, tutti diversi perché sono i resti dei servizi che si sono rotti nel corso degli anni.
Ho sostituito anche i soliti bicchieri variopinti, quelli della nutella per intenderci, sempre tutti diversi, ma che mettono tristezza nonostante i colori vivaci perché sono ciò che rimane del senso di colpa per aver affogato il proprio bisogno d’affetto in un mare di cioccolato.
Ho curato i particolari come non mai sistemando anche i tovaglioli con un nodo speciale.
Sono rimasta a lungo a guardare quella tavola. Ero proprio soddisfatta.
Ho anche trovato una bottiglia di vino conservata nella sala da pranzo nella ribaltina dove tengo i liquori, che nessuno usa mai. E quindi ho aggiunto in tavola i calici per il rosso per me e mio marito.
L’acqua sul fuoco stava per bollire quando mio figlio ha fatto capolino da dietro i vetri della porta-finestra della cucina, bussando a tutta forza e regalandomi un sorriso, un abbraccio e un “ Wow ! Caspiterina che tavola imbandita”.
Mio marito è arrivato poco dopo con in mano niente e quel niente ha iniziato a far crescere dentro me una rabbia così forte che neppure il suo abbraccio è riuscito a domare. Mi sono chiusa in un dolore profondo.
Cosa mi aspettavo. Un gesto minimo, una rosa che mi facesse sentire regina nel giorno dell’amore.
E si, nonostante la miseria in cui mi trovo continuo a essere una romantica.
Non sono per l’amore racchiuso dentro scatole di cioccolato a forma di cuore o per le frasi d’amore dei baci perugina, magari avrei gradito un biglietto minuscolo, una piccola cosa tutta mia, un piccolo pegno, un fiore anche rubato.
Quanto costa una rosa?
A me è costata cara! Un pomeriggio di rabbia e di dolore passato dentro le quattro mura del mio studio a cantare a squarciagola con Vasco “Siamo soli, vivere insieme a te non è mica semplice non lo è stato mai per me, io che ci credevo più di te che fosse possibile e smettila di piangere, siamo soli”
La telefonata di Livia, mi ha riaperto ancora di più la ferita. Povera amica mia. Devo essere stata di ghiaccio, il fatto è che lei l’anno scorso, il giorno di S. Valentino, ha vissuto il suo più grande sogno d’amore e ora ricordarlo mi faceva un male boia.
Si era appena fidanzata con un avvocato di grido, dieci anni più di lei, ma che importa!
Aveva vissuto per pochi mesi, ma così intensamente che il ricordo la faceva ancora star bene nonostante ora fosse sola e cercasse da me  conforto e comprensione.
“ Ti stai riparando dove piove,” le avevo detto.
E lei “Ma cosa dici?”
 “Ora non ho proprio voglia di parlare, mi dispiace ci sentiremo domani” le avevo risposto con la voce rotta.
La serata di S. Valentino dello scorso anno di Livia è una favola da mille e una notte.
Lui era passato a prenderla sotto casa con una carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero.
La prima tappa era stata in un famoso ristorante a Trastevere.
Avevano mangiato cibi prelibati, tutto a base di pesce e per finire una fantasia di dolci al cioccolato brindando al loro amore con coppe di champagne francese. Avevano poi trascorso la serata abbracciati stretti stretti per le vie di Roma, come si vede fare ai turisti, e si erano scambiati baci a non finire sotto il cielo stellato e l’aria tersa che si respira a Roma dopo la tramontana, al ritmo degli zoccoli dei cavalli.
Poi avevano continuato a casa di lui restando svegli tutta la notte e facendo l’amore teneramente. Ero verde, viola, gialla per l’invidia e poi rossa per la rabbia, volevo quel sogno a tutti i costi.
E poi dicono che il denaro non fa la felicità. Io dico che i soldi da soli non fanno la felicità, ma ci vuole anche il vile denaro per far parte di un sogno.
E’ ormai notte fonda, non ho cenato, i mie figli e mio marito hanno mangiato dalla nonna. Io sono qui vicino all’uomo che ho sposato e che teneramente mi stringe a sé.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:53 )
 

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