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Pietro Tartamella - le canne e la moneta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 09:26

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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LE CANNE E LA MONETA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 12 giugno 2011





A Ventimiglia ho trascorso l’infanzia, l’adolescenza, la prima gioventù.
Poi il servizio militare mi ha portato a Sabaudia, a Ghedi, a Villafranca di Verona.
L’autostop mi ha portato in Francia, Spagna, Inghilterra, Germania.
L’ulcera mi ha portato qualche problema.
Anna mi ha infine fermato a Torino.
Ma ogni estate andavo a trovare i miei genitori a Ventimiglia.
Poi è mancata mia madre.
Poi è mancato mio padre.
I ritorni estivi si fecero allora sempre più radi, anche se un fratello e una sorella ancora vivevano a Ventimiglia.
Quell’anno pensai di fare una visita di sorpresa a mia sorella Lina. Era il mese di aprile. Da molto tempo non tornavo a Ventimiglia. Lasciai il camper sulla passeggiata a mare, quasi a Vallecrosia, sotto un lampione ricurvo, vicino a una panchina e a un cestino dell’immondizia.
A piedi cominciai a dirigermi verso il centro.
Prima di bussare alla porta di Lina volevo passeggiare, guardare i luoghi dove avevo vissuto l’infanzia, l’adolescenza, la prima gioventù. Quanti cambiamenti in cinquant’anni!

La passeggiata è deserta alle otto del mattino. L’aria ancora umida della pioggia della notte. Ogni tanto incrocio qualche giovanotto e qualche mezza età che fanno jogging solitario.
In quest’aria fresca e umida i cambiamenti di cinquant’anni sembrano ancora più grandi.
Lì dove ho lasciato il camper, ai confini con Vallecrosia c’è, poco lontano, l’ospedale nuovo. L’ospedale nuovo si è insediato dove un tempo c’era il vecchio collegio delle suore, dove avevo vissuto un anno, la terza elementare. Ricordo ancora l’aereo di carta lanciato nel cortile del colleggio con tutti gli studenti affacciati alle finestre esterrefatti per quanti minuti aveva volato tra i tigli quell’aereo fatto solo con un foglio protocollo di quaderno a quadretti. Tutt’intorno al collegio, a quel tempo, c’erano solo canne e piantagioni di garofani. Ora case, palazzi, bar, ristoranti, pizzerie.

Una vecchia casa diroccata è circondata dalle canne. Mi fermo a guardarla. Le finestre divelte, il tetto sfondato, le mura annerite di fumo, le canne che crescono anche nelle stanze con i pavimenti divelti. Strano che non l’abbiano ancora ristrutturata. Sono macerie in mezzo a case nuove, come una benda nera nell’occhio di un pirata.
Affiorano altri ricordi del collegio, il litigio con un compagno, la conseguente punizione ingiusta, la conseguente mia fuga sino alla statale inseguito da un bidello che veniva a prendermi; le piantagioni dei garofani, l’antica Battaglia dei Fiori, i carri che la nostra squadra costruiva in un angolo del Borgo, vicino al ponte, con cui ogni anno partecipavamo alla Battaglia, le uscite al monte Gouta col camion che avremmo riempito di muschio fresco con cui avremmo ricoperto tutto il carro per incastonarvi con un chiodo i garofani d’ogni colore, le merende sul muschio con salame pane e fave al Monte Gouta e il vino dal fiasco a catenelle.

      Poco più avanti la scuola media che avevo frequentato, il cinema Europa che non c’è più, e la casa di Sandrino vecchio amico che abitava in quella strada.
Proprio mentre attraverso la strada avverto sotto il piede destro un sassolino nella scarpa.
È un piccolo fastidio.
Mi siedo su una panchina di pietra con l’intento di togliermi la scarpa.
Il mare alle spalle rumoreggia sugli scogli che sono stati disseminati lungo tutta la costa a una cinquantina di metri dalla spiaggia, una barriera a fermare gli insulti del mare quando infuria. Scogli a centinaia che quando ero ragazzo non c’erano. Anche quella barriera è un cambiamento.

Sto per slacciare la scarpa quando compare all’improvviso una signora anziana con un cane al guinzaglio.
Interrompo l’operazione, anche se la donna è in ciabatte.
Il sassolino in fin dei conti non fa poi così male, è come un pisello sotto l’ultimo materasso. Così lo lascio lì nella scarpa, sotto la pianta del piede, e riprendo a camminare.
Quell’operazione concreta di togliere la scarpa mi riportava alla realtà e i ricordi diventavano sfumati. Per non distrarmi lascio il sassolino nella scarpa e ci cammino sopra tranquillamente.
Lo sento muoversi dalla punta delle dita al tallone a volte con incredibile velocità.
Ogni tanto scalcio il piede per spostarlo in una posizione in cui possa dare meno fastidio.

Mi fermo al bar dove una ragazza giovane e carina con un grembiule nero e un cappellino da divisa si è appena affacciata sulla soglia avvolta da un profumo di gelato al limone. Ordino il caffè e una brioche, e poso il borsello su una sedia vuota al mio fianco. Non hanno quelle paste alla crema ricoperte di glassa di cui ero ghiotto da ragazzo. Una volta erano una specialità di Ventimiglia. Mi riaffiora sulle papille il gusto di quelle paste, ma devo accontentarmi della goccia di marmellata alla pesca nascosta nella brioche.
Seduto di fronte al mare guardo i lunghi baluardi degli scogli. Là fuori gli scogli grandi -  dentro la mia scarpa un sassolino. Una sorta di “continuità” sino alla miniatura.
Mi chiedo come mai non ho sentito subito il sassolino scendendo dal camper. Avevo percepito la sua presenza all’improvviso. Dove mai l’ho imbarcato nella mia scarpa? Eppure non avevo camminato sulla spiaggia.
Bevo il caffè con la presenza di quella leggera protuberanza su cui, anche seduto, continuo a poggiare il piede destro. Mi abituo a quella presenza. Anche la pigrizia di abbassarmi, slacciare la scarpa, toglierla, scrollarla, mi convince a tenermi quel piccolo intruso.

Giungo ai giardini Beato Tommaso Reggio. C’è un cartellino all’ingresso principale con scritto quel nome. Non ricordo se quei giardini di palme avessero sempre avuto quel nome. Li avevamo sempre chiamati soltanto “giardini”. Sono chiusi da una inferriata che li circonda come una palizzata, con tre o quattro ingressi che vengono chiusi di notte. Da ragazzo non c’era nessuna palizzata, erano liberi e aperti. Ed erano sempre pieni di gente che ci andava a mangiare un panino e si sdraiava sulle panchine di legno per un pisolino. Al venerdì, giorno del grande mercato, era pieno di francesi che si riposavano all’ombra. In quei giardini si facevano le feste dell’Unità con la carne alla brace e le squisitissime cozze con prezzemolo e limone, e si prendevano i biglietti della lotteria, e in uno stand si tiravano le palle ai barattoli, e in un altro stand la mia passione: il tiro con l’arco!
Ora il giardino è tutto chiuso e protetto. Quanti cambiamenti in cinquant’anni! Per problemi di USL non si può più fare la carne alla brace nelle feste di piazza a patto di controlli e permessi e forse anche carte da bollo e berretti in testa. Non si può più dormire su una panchina ai giardini, e sembra persino strano mangiare un panino in un giardino.

Mi incammino col sassolino nella scarpa verso la passerella pedonale che porta dall’altra parte del fiume Roya. Salgo i pochi gradini. Ma prima di incamminarmi sulla passerella dò uno sguardo alla strada che porta diritta alla stazione. Sulla destra la piazza del Municipio, dove a fine Battaglia venivano lasciati per un paio di giorni i carri di fiori finché il puzzo del marciume non cominciava ad esalare sotto il sole.
Più avanti la cartoleria dove mia madre mi portava ad acquistare i libri per la scuola e dove comprai il mio primo dizionario uno Zingarelli della lingua italiana che a mio padre sembrarono un’assurdità tutti quei soldi.
Sulla sinistra il mercato al coperto, e poi la stazione con l’odore dei treni che ogni mattina per cinque anni mi avevano portato alla scuola superiore, prima a San Remo e poi a Imperia.

La foce del Roya è proprio lì.
Lungo la passerella, legati con catene alle traversine metalliche della ringhiera, decine e decine di lucchetti serrati lasciati dagli innamorati a testimonianza del loro cuore rubato.
Anche questa usanza non c’era quando ero ragazzo. Allora si usava incidere col temperino le panchine di legno dei giardini o le cortecce degli alberi. Forse i lucchetti di ferro, di cui si immagina la chiave gettata via, danno un senso di maggiore robustezza, e la dichiarazione d’amore può sembrare più eterna.
I lucchetti avvinghiati e chiusi alle ringhiere danno però una sensazione di incatenamento.
Forse oggi è proibito incidere le cortecce con cuori trafitti e le panchine, e forse anche liberare palloncini in cielo, a meno forse di permessi, controlli, carte da bollo e berretti in testa.

La sensazione di “incatenamento” avuta nell’osservare tutti quei lucchetti sulla passerella Squarciafichi di Ventimiglia si è trasferita al piede destro. Il sassolino nascosto è ritornato a farsi sentire. Provo un fastidio più grande ora per quel sassolino. Forse è arrivato il momento di togliermi la scarpa e lasciarlo andare per la sua strada.
Ma la passerella è troppo trafficata adesso.
Osservo gli aironi, i cigni, le oche, le papere, i germani, i molti altri uccelli sul greto del fiume, e le trote. La foce del Roya da alcuni anni è un parco naturale con uccelli che nidificavano protetti.
Da ragazzo facevamo le gare ad attraversare la foce proprio nel punto in cui il fiume entra nel mare. Uno spazio di pochi metri, ma con una buona corrente vorticosa. Cinquant’anni fa anche noi ragazzi con i nostri tuffi e le nostre traversate eravamo parte di quel parco naturale.
Non ho mai più visto nessun ragazzo attraversare a nuoto la foce del Roya. Forse oggi è proibito, o è indecoroso; insomma non si usa più, come non si usa più fischiare a una ragazza o cantare mentre lavori.

Ed eccomi alla Marina San Giuseppe con la piazza piena di automobili. Qui c’erano solo pescatori cinquant’anni fa, barche, pipe e reti soltanto.
Più avanti la galleria che passa sotto la collina dove sorge Ventimiglia Alta.
Quante volte sono passato sotto questa galleria per andare in spiagga alla Margunaia!
La Margunaia, lo scoglio grande dove ho imparato a fare i tuffi. Ora è irriconoscibile. Lo scoglio della Margunaia sta scomparendo. Stanno costruendo il porto. Qui c’erano solo scogli, ricci di mare, patelle, cozze, gamberi che pescavamo col retino e mangiavamo crudi in un’acqua così pulita e trasparente che a guardarci dentro potevi vederci l’America!

Il sassolino nella scarpa ora è proprio fastidioso.
Prima di bussare alla porta di mia sorella vorrei ancora camminare sino alle Calandre, la spiaggia di sabbia dietro il promontorio dove spesso andavo da bambino. Lì mi toglierò il sassolino, e magari mi bagno un po’ anche i piedi.
Ma al porto hanno messo le transenne, e il sentiero per le Calandre è chiuso.
Scavalco le transenne.
Con il salto sento particolarmente il sassolino sotto il piede.
Ancora non riesco a capire come ci sia finito. Non aspetterò di arrivare alle Calandre; quando sarò in cima al sentiero mi fermerò, toglierò la scarpa e, addio sassolino, ti getterò dall’alto nel mare.
Quel tratto di collina è fatto solo di argilla.
Molti anni fa avevano cominciato a costruire un ristorante e un albergo con piscina.
Ma è proprio una collina di argilla! Tutta e solo di argilla.
Di quell’albergo non restano che le pareti inclinate, i muri contorti e diroccati e le frane.
Ecco sono quasi arrivato a quel cimitero di mattoni e scheletri di cemento. Mi siedo su una pietra e finalmente slaccio la scarpa per togliermi il sassolino e gettarlo al mare.
Capovolgendo la scarpa le dò una manata per aiutare il sassolino ad uscire.
Resto di stucco nel vedere che non si tratta di un sassolino, ma di una moneta!
Venti centesimi di euro dorati!
Osservo la moneta finita per terra dinanzi a me nel piccolo spazio sabbioso. Luccica al sole. Mi viene da sorridere al pensiero che avevo creduto di portarmi dietro un sassolino.
Ora mi spiego perché si spostava dalle dita al calcagno così facilmente, e mi spiego perché il fastidio che provavo era solo un piccolo fastidio e non un dolore: la moneta era piatta, non aveva la rotondità e la protuberanza propria di un sassolino che avrebbe fatto sicuramente male.
Mi spiego anche perché era comparso all’improvviso e perché non lo avevo sentito quando ero sceso dal camper. Avevo percepito la presenza di qualcosa sotto il piede nel momento esatto in cui attraversavo la strada dove abitava Sandrino, vicino alla scuola media. C’era solo una spiegazione alla sua improvvisa comparsa: la tasca.
Infilando la mano nella tasca destra dei pantaloni mi accorgo del buco nella tasca.
La moneta era scivolata lungo la gamba e si era infilata diritta nel collo della scarpa finendo sotto la pianta del piede senza che mi fossi accorto del suo lungo cammino all’interno dei pantaloni lungo la gamba.
Istintivamente tiro fuori tutto quello che ho in tasca.
La fodera è un po’ ingiallita a causa dei lavaggi in lavatrice con qualche briciola di tabacco che sempre resta nelle tasche anche se le rivolto.
Il buco sul fondo è abbastanza grande, può passarci comodamente una moneta da due euro. Sicuro di non avere perso niente lungo la strada?
Cerco di fare un inventario. L’accendino blu c’è ancora. Il tagliaunghie anche. Monete non ne ho in tasca. Forse però qualche moneta ce l’avevo, ma non ne sono sicuro.
Il fazzoletto c’è. C’è il secondo accendino rosso.
Lo scontrino del caffè e della brioche del mattino c’è ancora. Manca il numero di telefono della giovane ragazza che mi ha servito al bar. No, non manca: non c’è proprio. Non avevo avuto occasione di chiederglielo. Il pacchetto di sigarette ok, c’è, non poteva passare nel buco. C’è anche la caramella che mi aveva offerto a Natale uno dei miei bambini di terza elementare a cui avevo detto grazie, grazie davvero, la mangio dopo, perché, sai, ho appena preso il caffè e non voglio togliermi il gusto, e l’avevo conservata in tasca. Nel vedere la carta, annerita per il lungo tempo rimasta lì a contatto con le monete di metallo, non posso fare a meno di ripetermi che devo essere più ligio a rispettare la regola che mi sono dato: “non accettare caramelle dai bambini”. Una volta una bambina mi aveva offerto un cioccolattino, e anche quella volta avevo appena bevuto il caffè…. Dopo qualche giorno di sole avevo in tasca un impiastro appiccicoso e sciolto.
C’è la biglia di vetro colorato che a casa avevo trovato in un cassetto prima di partire e che istintivamente mi ero infilato in tasca. Così rotonda era un miracolo che ci fosse ancora; attraverso il buco poteva scivolare via come l’acqua, ma era rimasta miracolosamente avvolta e trattenuta in un lembo del fazzoletto.
C’erano i cinque tovaglioli di carta presi al bar su cui avevo scritto alcuni appunti e un haiku stropicciato:
 
 
sulla passerella
i lucchetti d’amore
arrugginiti



Le chiavi del camper c’erano tutte, era un bel grappolo di chiavi.
C’erano i due metri di carta igienica arrotolata per ogni evenienza.
C’era anche una foglia di salice, chissà come c’era finita.
Anche il mozzicone di matita e il metro, di carta, dell’Ikea, c’erano ancora.
C’era il biglietto da visita che a Sarzana mi aveva dato un chitarrista conosciuto in un  bar.
C’era lo scontrino di quel bar di Sarzana. C’era il vento che soffiava sul promontorio.
Forse mancavano solo un po’ di briciole di tabacco.

Raccolgo la moneta di venti centesimi e la rigiro in mano per osservarne il luccicore. Sembra nuova di zecca con le sue 12 stelline in rilievo sul lato “testa” disposte lungo il perimetro della circonferenza intorno alla figura maschile appoggiata con i piedi su due piedistalli. L’anno è il 2009.  Sul lato “croce”, in rilievo e in piccolo, gli stati europei dell’Unione, e la scritta 20 Cent.
Metto in tasca, nella sinistra, la moneta. Al tatto mi sembra più arenaria che metallo.
Sposto tutti gli altri oggetti nella tasca sinistra ancora buona, per non rischiare di perderli. Ancora buona, ma strapiena.
Nella tasca sinistra c’erano infatti ammassati, e alcuni già illeggibili, una cinquantina di scontrini di bar, autogrill, autostrade. Una sensazione di sconforto e depressione a sentire il pugno pieno di tutti quegli scontrini. Un tempo lo spessore di una vita “eroica” lo trovavo nel bendarmi gli occhi per 40 giorni per liberare Marco Fiora dai rapitori, o restare 122 giorni senza parlare per protestare contro il Fisco. Erano  azioni che davano un senso alla mia vita, un senso “eroico”. Ora l’eroicità della mia vita, e di quella di migliaia e migliaia di persone come me, consisteva nel raccogliere e conservare gli scontrini di carta per il Fisco, per poter documentare e detrarre le spese nella mia contabilità. Quel pugno di scontrini erano lì a ricordarmi ancora una volta una vita miseranda, priva di senso e di dignità. Il senso eroico della vita ridotto a raccogliere e conservare scontrini fiscali.
Quanti cambiamenti in cinquant’anni! 
Nella tasca sinistra anche un foglio 21 x 29,7 con l’elenco della cose che dovevo ricordarmi di caricare sul camper prima di partire. Ma ormai ero partito! Accartoccio il foglio e lo infilo nella tasca sul retro dei pantaloni a promemoria che potevo gettarlo via al primo cestino. Nella stessa tasca i biglietti d’ingresso a Legoland dell’anno prima, arrotolati e induriti dai lavaggi in lavatrice, solo cellulosa ormai. Nella stessa tasca il piccolo dizionarietto italiano-inglese/inglese-italiano, un po’ sgualcito, a little crumpled, che spunta fuori un dito.
Insieme agli scontrini, nella tasca sinistra, anche il cerchiolino convesso di gomma nera che gettato a terra rimbalza. Me lo aveva regalato Felice il raccontastorie artista di strada quando ci eravamo incontrati in una piazza di Ferrara. Nella stessa tasca una pietra grigia e ruvida, e anche un po’ pesante, che aveva la curiosa forma di una nave; l’avevo trovata e raccolta sul greto del torrente Chiussuma un mese prima. Anche un bullone da 8.

Mi infilo la scarpa, annodo a fiocco il laccio, e mi incammino verso la spiaggia delle Calandre lungo il sentiero impervio costeggiato dalle canne.
Le onde del mare che sbattono dentro le grotte lungo l’irta scogliera mi accompagnano con il loro suono sordo e sommosso.
Un paio di volte da ragazzi l’avevamo fatto a nuoto quel tragitto dalla Margunaia alle Calandre, per vedere le grotte e gli anfratti della scogliera dove il mare risuona e gorgheggia, ma sempre in gruppo per prudenza.
Quante cose sono cambiate in cinquant’anni!
Quando ero ragazzo le fodere delle tasche erano robuste e resistenti e ci volevano anni prima di ritrovarti in tasca un buco, considerando che a quei tempi si usava portare in tasca anche uno stuzzicadenti spezzato a metà, o uno zolfanello a cui si era fatta la punta col coltello. Ultimamente tutti i pantaloni nuovi che mi capitava di acquistare avevano fodere così sottili e trasparenti che bastavano le monete che servivano per il parcheggio a ricamarci sopra un buco vuoto in soli due giorni. Altro che America!
Ma le tasche di oggi non solo hanno fodere sottilissime, sono anche maledettamente corte! Così corte che basta accavallare le gambe perché monete, foglietti, scontrini escano fuori di getto e fragorosamente si riversino a terra di continuo.

Eccomi tra le canne, le agavi e il vento che qui soffia sempre anche dopo cinquant’anni.
Salite e discese immerse e nascoste dalle canne che ondeggiano e stormiscono e sembrano rispondere al mare che si infrange nelle cavità della scogliera sollevando spruzzi d’artificio che sulla roccia e sulle foglie hanno posato col tempo il loro bianco sale soffice e sottile. Nascosti in quelle canne giochi e confronti in gruppo ragazzi abbronzati andavamo a farci le seghe in compagnia.

Intravvedo laggiù la spiaggia delle Calandre.
Il mare si è spinto sino a ridosso della ferrovia e si è mangiato quasi tutta la spiaggia.
Il sentiero si fa più accidentato e ripido. Scendo sino a toccare l’acqua.
Sulla sinistra intravedo la grande caverna che il mare riempiva a metà dove andavamo col coltello a staccare le patelle dagli scogli. La parte più interna e nascosta della caverna la usavamo come gabinetto.
Su uno di quei grandi scogli piatti un amico aveva voluto insegnarmi a pescare con la canna, ma non riuscì a trasmettermi la sua passione, perché quel giorno mi sentii proprio inadatto per la pesca in quanto, non so come, avevo fatto in modo che la lenza si aggrovigliasse a tal punto intorno a noi che sembravamo mosche finite prigioniere in una ragnatela.

Mi metto seduto su uno scoglio con i piedi nudi nell’acqua fredda.
Il tempo di rivedere i bagni e i tuffi e i castelli di sabbia fatti cinquant’anni fa in questa spiaggia, il tempo di risentire il profumo dei panini al pomodoro portati per merenda, il tempo di sentire la voce scalza del venditore di cocco e la voce del secchio pieno di bibite immerse nel ghiaccio, il tempo di rivedere le piramidi dei ragazzi che salivano con i piedi sulle spalle, uno sull’altro, il tempo si sentire i suoni degli zufoli fatti con le canne, il tempo di vedere le mani alzate che salutavano i passeggeri affacciati al finestrino quando sfrecciava il treno, il tempo dell’anguria tagliata a fette, il tempo delle formiche e dei granchi, il tempo delle parole scritte sulla sabbia, il tempo di asciugare al sole i piedi bagnati, ed è quasi mezzogiorno.
È tempo di tornare in dietro, di ritonare al camper, di andare a bussare alla porta di mia sorella Lina e farle una sorpresa.

Tornando in dietro, giunto al luogo in cui avevo tolto la scarpa, mi fermo a guardare il mare azzurro, il porto in costruzione là dove c’erano un tempo solo scogli, ricci di mare, patelle, cozze e gamberi che pescavamo col retino.
Alle mie spalle, poco più in là, il sentiero che porta al Forte San Paolo dove c’era un tiro al piattello già dismesso fin da allora. Da lì il sentiero, che tante volte avevo fatto da ragazzo, conduceva a Ventimiglia Alta.

Riprendo in mano la moneta dorata da venti centesimi. La guardo per l’ultima volta con attenzione. Sporgo il braccio all’indietro e la lancio con forza lontano nel mare.
Lungo il tragitto nel suo continuo veloce vorticoso volteggiare testa-croce-testa-croce-testa-croce, luccica al sole.
Aspetto fino a sentire il piccolo impercettibile pluff nell’azzurro!
Testa o Croce?
In fondo, anche se per poco, quella moneta era stata un sassolino per me.
L’impercettibile pluff ha evocato nella mia mente un toc, anzi un “toc, toc”, quelli che avrei fatto tra poco alla porta di casa di mia sorella Lina che andavo a trovare facendole una sorpresa.
Ritorno con passo veloce giù verso il porto in costruzione, lasciandomi dietro cinquant’anni.
Raggiungo il grande scoglio della Margunaia, proseguo per Marina San Giuseppe, salgo sulla passerella Squarciafichi… i lucchetti degli innamorati… gli uccelli sul greto del fiume… la foce del Roya.
Ed ecco, in fondo alla passerella, venire verso di me, chiacchierando con un’amica, le borsette pendenti dalla spalla, mia sorella Lina. Toh!
Dimenticavo la carta d’identità, la patente, la tessera sanitaria, il numero di partita iva, il numero di conto corrente, il bancomat, una spazzola per i capelli, le banconote, un libro, due pacchetti di sigarette di scorta, la pipa, il nettapipe, la scatola di tabacco per pipa, gli scovolini, i biglietti da visita… Ma questa è storia di altre tasche…




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:55 )
 

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